Comunicato stampa dell'11 settembre 2007


Proseguono a Oristano i lavori del XX Congresso nazionale dell'ATI, che vede i teologi italiani impegnati a confrontarsi sul tema L'identità e i suoi luoghi. L'esperienza cristiana nel farsi dell'umano. Il congresso si è aperto ieri pomeriggio con le parole del presidente Mons. Piero Coda, che ha voluto fare memoria di due grandi figure intellettuali scomparse nel corso dell'anno: mons. Luigi Sartori (presidente dell'ATI per vent'anni e poi suo presidente onorario fino alla morte) e Giuseppe Alberigo (fondatore dell'Istituto per le Scienze religiose «Giovanni XXIII» di Bologna e grande storico del Concilio Vaticano II). Di entrambi Coda ha voluto ricordare la fedeltà al Concilio e lo sforzo per tradurne le acquisizioni essenziali nella teologia e nella vita della Chiesa.

Ha aperto la sessione mattutina Mons. Franco Giulio Brambilla, preside della Facoltà Teologica dell'Italia Settentrionale, da poco eletto vescovo ausiliare di Milano. Nella sua relazione, dal titolo L'identità transitiva. Per un'antropologia drammatica, Brambilla ha ritenuto necessario discutere il modello teorico, tipico della modernità, «che ha separato pensiero sull'uomo e pensiero su Dio». Secondo questo modello, radicato in una «antropologia delle facoltà» che ha avuto una certa fortuna anche in ambito teologico, la facoltà per conoscere l'uomo sarebbe la ragione, la fede quella per conoscere Dio. Si tratta però di un modello incompatibile con l'antropologia biblica, per la quale la domanda dell'uomo e sull'uomo è possibile solo come risposta a un appello, a una promessa, a una vocazione, suscitati dalla cura e dalla visita di Dio: l'uomo esiste perché chiamato. Il sapere sull'uomo, in quanto sapere dell'identità singolare, non può infatti essere raggiunto mediante un atto riflessivo o a partire da una qualche conoscenza naturale, se questa identità non si offre in maniera «transitiva e drammatica». Transitiva perché cosciente di aver ricevuto se stessa come dono (e di non essersi dunque posta da sé in piena autonomia). Drammatica perché l'io perviene a sé non solo mediante una relazione grata ad altri (e ad Altro), ma pure mediante un agire, un acconsentire alla promessa di cui è gravida la relazione con altri. Un acconsentire che è, ultimamente, un atto di fede. Solo così è possibile riscoprire la sapienza dell'antica sentenza di Aristotele: «la conoscenza di sé è un piacere che non è possibile senza la presenza di un altro che ci è amico».

I lavori sono quindi proseguiti con un dialogo tra Mons. Piero Coda, presidente dell'ATI, e il filosofo laico Umberto Galimberti. Interrogato da Coda, Galimberti ha messo in luce come la nozione di identità e di individualità abbia una decisa genealogia cristiana, a partire dalla rilettura agostiniana della categoria platonica di anima. Il noto filosofo dell'Università di Venezia ha quindi mostrato come ciascuno di noi possieda in origine una identità molteplice che solo in forza della relazione con gli altri acquista una fisionomia univoca: quando l'io non riesce ad avere la meglio su questa molteplicità ecco emergere la schizofrenia e il disagio psichico. Galimberti ha quindi ribadito la sua nota tesi, non condivisa da Coda, di una inconciliabilità di fondo tra identità e libertà: tanto più forte sarebbe l'identità, tanto minore la libertà (e viceversa). Interrogato sulla categoria di sacro, così centrale nei suoi scritti, Galimberti ha quindi affermato che il sacro costituisce l'indifferenziato da cui l'uomo ha da sempre creduto di provenire: funzione della religione è di desacralizzare il sacro, mescolanza indifferente che è origine di ogni follia come di ogni forma di creatività, e in questo il cristianesimo avrebbe avuto meriti enormi attraverso la fede in un Dio (=il sacro) fatto uomo. Galimberti ha quindi richiamato la teologia e i cristiani in genere a ritornare a occuparsi di due questioni essenziali per l'uomo stesso (e ritrovando in questo un'amicizia profonda tra credenti e non credenti): per un verso la salvaguardia del pensiero «problematico», oggi totalmente schiacciato da un pensiero «binario» ridotto a calcolo dell'utile; per altro verso la custodia del tempo, schiacciato da un pensiero tecnico che mettendo strettamente in correlazione mezzi e fini accorcia il tempo appiattendolo sul presente. Al ricco dibattito che è seguito hanno partecipato, oltre numerosi teologi in sala, l'arcivescovo di Oristano Ignazio Sanna e intellettuali di spessore come Bachisio Bandinu.

Al pomeriggio hanno avuto luogo le relazioni di don Roberto Repole e di Stella Morra, che hanno messo a fuoco due luoghi antropologici significativi nei quali si rende apprezzabile la questione dell'identità: l'interiorità e l'identità di genere.
Repole (docente alla Facoltà Teologica di Torino) nella sua relazione su L'identità abitata. Interiorità e presenza, ha individuato alcuni elementi, emergenti nel sentire contemporaneo, che interpellano la proposta cristiana dell'interiorità quale luogo del costituirsi dell'identità dell'umano: per un verso, il fatto che ciò che oggi affiora come ricerca di interiorità ha molto a che fare «con la crisi del moderno soggetto razionale e con una interiorità ridotta ad autopossesso dell'io», ma anche, tra gli stessi cristiani, alla avvertita dicotomia tra fede, oggettiva, e spiritualità, soggettiva e personale. Per altro verso il caratterizzarsi della ricerca dell'interiorità nei modi di una ricerca «del sé e del benessere individuale» piuttosto che di una «custodia della presenza di A/altri in sé»: più una «fuga intimistica dalla fatica dell'esistere che non una piena assunzione di responsabilità rispetto alla vita». Una testimonianza forte di come la tradizione cristiana abbia da sempre in tutt'altro modo inteso l'interiorità quale luogo di identità, Repole l'ha indicata nella Lettera d'oro di Guglielmo di Saint-Thierry: un testo del 1144, nel quale diviene chiaro come l'interiorità cristiana non possa che darsi «anche come custodia responsabile» dell'A/altro. Si tratta dunque sempre di una «interiorità ecclesiale», ossia «mediata dalla Chiesa e responsabile dei fratelli». Ospitare e custodire Cristo significa ipso facto ospitare e custodire tutti coloro che si sono lasciati unire a Cristo. Diventare ospiti e custodi di Cristo significa divenire partecipi della sua missione, sentendosi responsabili verso tutti coloro per i quali Egli si è fatto uomo e ha dato la vita.

Stella Morra (docente al Pontificio Ateneo S. Anselmo di Roma), nella sua relazione dal titolo L'identità sessuata: volto genere e differenza, ha quindi analizzato la categoria di «genere», oggi concepita come evoluzione di quella di «differenza sessuale», rispetto alla quale ha perso il carattere di essere un qualcosa «delle/dalle donne»: il genere è infatti sia maschile che femminile. Tra i tre concetti presi a esame - quelli di volto, di genere e di differenza - Morra ha poi mostrato come il punto problematico sia proprio la questione del genere, rispetto alla quale rimane ancora da pensare quale priorità logica ci sia tra sex (sesso biologico) e gender (genere), quale tipo di rapporto tra i due (causale, strutturale, performativo), quale ruolo giochi il corpo. La possibile fecondità della categoria di genere risiede comunque - afferma Morra - «nella sua capacità di tenere insieme modelli simbolici, pratiche di identità, relazioni sociali».

Oristano, 11 settembre 2007

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