Cronaca del XV Corso di aggiornamento
per docenti di Teologia Dogmatica

Roma 28-31 dicembre 2004

    La Chiesa e il Vaticano II. Problemi di ermeneutica e recezione conciliare: è stato il tema del XV Corso di aggiornamento per docenti di Teologia Dogmatica organizzato dall'ATI e svoltosi a Roma nello scorso dicembre. L'appuntamento annuale vede ormai una discreta partecipazione di teologi di varia provenienza, specializzazione, età, anche tra i laici.
    La scelta del tema è stata offerta dalla ricorrenza del quarantesimo anniversario della Lumen Gentium (21 novembre 1964), ma - come precisava il sottotitolo - con l'intento non tanto di approfondire la questione dogmatica, bensì di valutare l'ermeneutica della lezione conciliare per verificarne la recezione nel postconcilio.
    Introdotti dal presidente dell'Associazione, Piero Coda, i lavori sono stati aperti dall'intervento di Gilles Routhier, docente di teologia pastorale all'Università Laval del Quebec (Canada) e all'Institut Catholique di Paris, esperto del concilio, con un'ampia e originale relazione su La recezione dell'ecclesiologia conciliare. Problemi aperti. Il punto di partenza è stato la precisazione di ciò che si intende per recezione di un concilio: questa chiede l'attenzione sia al "bene spirituale", al contenuto da recepire, sia al soggetto deputato a compierlo.
    Nel primo caso, si è trattato di "dare nome all'ecclesiologia conciliare": una o molteplice? Attraversando la panoramica delle principali linee offerte dal concilio (sacramento di salvezza - popolo di Dio - comunione, ma non solo), il relatore constatava che il Vaticano II offre alla recezione non una, ma «molteplici prospettive ecclesiologiche, che non si escludono reciprocamente ma che risultano complementari e da mantenere in equilibrio». Perciò, arrivare a nominare l'ecclesiologia conciliare suppone un lavoro sull'ermeneutica del Vaticano II, ancora ben lungi dall'esser compiuto.
    La questione, così, si precisa ulteriormente: "l'ecclesiologia conciliare è contenuta tutta intera nei testi e nelle decisioni del concilio?". Routhier, a questo proposito, ha richiamato un dato apparentemente elementare, eppure non adeguatamente messo a tema: il concilio è un avvenimento. Come tale, esso chiede di tener conto anche delle rappresentazioni che se ne sono date, ponendo un'ulteriore sfida all'ermeneutica, chiamata a saggiare «l'ecclesiologia conciliare nella sua totalità». La teologia, infatti, pare abituata all'ermeneutica dei "testi" - necessaria e non ancora terminata - ma questa deve aprirsi a un'ermeneutica «dell'avvenimento e dell'esperienza conciliare». Farlo, però, comporta «un vero rinnovamento del metodo in ecclesiologia che può esser definito un saggio di "comprensione sistematica" di una chiesa reale», che tenga conto cioè «delle manifestazioni o delle concretizzazioni della chiesa e le interpreti teologicamente». Una volta precisato il compito da svolgere, resta da chiarire quale sia il soggetto di tale recezione. Va stigmatizzata «la tendenza a limitare gli studi sulla recezione del Vaticano II dal campo costituito dagli organismi che esercitano una responsabilità al piano del governo ecclesiale e dell'insegnamento della teologia». Ciò è indispensabile, tuttavia riduce la recezione agli "atti e documenti" ufficiali e considera come soggetti degni di interesse solo quelli a cui si attribuisce una forma di magistero (pastori e dottori), trascurando la prassi effettiva delle chiese locali. «Questo - ha concluso Routhier - mi conduce a pensare che i lavori attuali sulla recezione rappresentano spesso più degli studi sull'ermeneutica magisteriale o teologica dell'ecclesiologia conciliare», mentre occorre tener conto che «le chiese locali sono le protagoniste per eccellenza della recezione d'un concilio e non gli organi centrali di governo nelle produzioni teologiche». La teologia postconciliare dovrebbe passare ad "un'ermeneutica della cultura e della storia" (senza limitarsi a quella dei testi), per rendere conto dell'effetto prodotto nella vita delle chiesa da un concilio - come già M.D. Chenu proponeva nel 1937. Esemplificando, sono stati indicati sei livelli d'indagine: il diritto, le istituzioni, le prassi, i discorsi e gli ideali e i modelli di riferimento che contribuiscono a forgiare una mentalità o una spiritualità.
    Una simile indagine, a molteplici livelli, orienta verso uno studio della recezione attento all'attività dei differenti attori: vescovi, teologi, membri delle curie, giornalisti, leaders d'opinione, ecc., evidenziando il carattere multidisciplinare di tale ricerca e il rinnovato metodo di studio sul Vaticano II, aperto a specialisti di differenti discipline delle scienze umane e sociali.

    Il secondo giorno è stato dedicato alle quaestiones disputatae. Al mattino la quaestio attorno all'interrogativo: Chiesa come popolo di Dio o Chiesa come comunione?, ha visto come protagonisti Giovanni Mazzillo (Cosenza) e Gianfranco Calabrese (Genova), rispettivamente a favore della categoria del "popolo di Dio" e di "comunione".
    Mazzillo, riprendendo un precedente intervento («Eclissi della categoria di "popolo di Dio"», in Rassegna di Teologia 36 [1995] 553-587), ha denunciato la progressiva caduta in oblio della cifra, ridimensionata nel tempo, fino ad apparire un'immagine tra le altre. Così la sua ricerca si è concentrata sulla sostenibilità teologica del popolo di Dio come categoria portante dell'ecclesiologia a partire da LG, in linea con G. Philips che vi indicava l'essenza e non solo un'immagine della Chiesa.
    D'altro canto, Calabrese ha inteso sottolineare «la portata rinnovatrice della categoria biblica, patristica e teologica di communio, applicata alla chiesa», rispetto all'ecclesiologia giuridica. La scelta non vorrebbe comunque «svilire le altre immagini come popolo di Dio, corpo di Cristo e tempio dello Spirito santo», che, però, vanno intese «non come alternative ma come espressioni storiche di tale communio». Così, quella di popolo di Dio viene intesa come una tra le varie immagini usate dal concilio, senza un ruolo specifico rispetto all'insieme.
    Rispetto a questi due filoni della discussione, Giacomo Canobbio (Brescia) ne ha provocatoriamente ripreso un terzo: La chiesa come sacramento di salvezza. Una categoria dimenticata. La tesi - lanciata da Dulles negli anni '70 - proponeva questo come il modello "più completo per costruire un'ecclesiologia sistematica", consacrata dal Vaticano II.
    La relazione ne ha percorso in maniera sintetica, ma dettagliata lo sviluppo nel postconcilio, mostrando come il "dilagare del riferimento al modello non abbia coinciso con effettive proposte di ecclesiologia sistematica», sino a insinuare il dubbio sull'effettivo guadagno derivante dal presentare la Chiesa come sacramento. I vantaggi, infatti, aprono ulteriori problemi, e soprattutto "una lettura critica dei testi del Vaticano II non permette di dire che questa sia la categoria pervasiva". Pertanto, anche a fronte a una certa confusione dei linguaggi, Canobbio ha concluso che forse «il declino di questa categoria non vada considerata una perdita... poiché se alcune categorie in uso confondono l'identità della chiesa anziché chiarificarla, meglio lasciarle».

    Al pomeriggio, Donato Valentini (Roma - U.P.S.) e Dario Vitali (Roma - PUG) hanno ragionato attorno ad altri due poli dell'ecclesiologia: Chiesa universale e chiesa locale: un'armonia raggiunta? Seppur attraverso percorsi differenti, entrambi sono giunti concordemente alla medesima conclusione di dare una risposta negativa all'interrogativo avanzato. Valentini ha argomentato partendo dalla chiesa universale e arrivando poi alla chiesa particolare, attraverso una panoramica di numerosi documenti magisteriali e posizioni teologiche, offrendo un ampio status quaestionis e insieme i compiti per l'ulteriore sviluppo teologico e le questioni pastorali. Vitali si è mosso maggiormente dal versante della chiesa locale, documentando il lavoro conciliare e la recezione successiva, ma constatando ancora la mancanza di un'armonia. Lui pure ha suggerito diversi compiti aperti, come ambiti di studio da affrontare: la ricerca ecclesiologica, la prassi sinodale, ecumenismo, prelature personali e vescovi titolari, debolezza delle Chiese locali, struttura di partecipazione della chiesa locale, rapporto diocesi-parrocchia. Si può forse dire che le due relazioni più che una quaestio disputata hanno offerto un'ampia rilettura del dibattito postconciliare, mostrandone polarizzazioni e tensioni, ma cercando costantemente la "mutua relazione" tra i due poli in questione.
    La giornata è stata chiusa da Valentino Maraldi (Cesena), su Lo Spirito Santo, principio di unità della chiesa. Prospettive aperte dalla Lumen Gentium, che ha rilanciato il ruolo dello Spirito quale principio di unità nella chiesa, collegando l'azione ecclesiale dello Spirito alla sua identità personale, ossia alla sua opera nella Trinità.

    La mattinata conclusiva ha presentato "due casi di ermeneutica e recezione": l'ecumenismo e il laicato. Angelo Maffeis (Brescia), affrontando il tema: Vaticano II, dialogo ecumenico, recezione, ha mostrato attraverso un'attenta documentazione e la rilettura critica del postconcilio, che il dialogo ecumenico può essere riconosciuto come una conferma della recezione del concilio.
    Sull'altro versante, Marco Vergottini (Milano) analizzando Il "ricentramento" del laico nel christifidelis in LG, GS, AA, ha invitato ad andare oltre i facili entusiasmi di fronte a un concilio che per la prima volta ha dedicato un'attenzione specifica ai laici, per cogliere l'intentio profundior del Vaticano II attraverso «un'attenta disamina del tenore obiettivo dei passi conciliari e dei testi conciliari». Tale analisi, però, ha portato ad evidenziare «il carattere solo derivato e residuale della nozione di laico sul piano della genesi e dell'evoluzione semantica», sino alla provocazione finale: «prendere congedo da quel termine non potrebbe metter fine a quell'infinità di scogli e di insidie che quel concetto si trascina come un destino inesorabile?».
    L'insieme dunque ha confermato come la recezione di un fenomeno articolato quale il Vaticano II resti un cantiere aperto in cui l'interesse e il lavoro dei teologi trova ancora spazio e stimoli fecondi. Dentro questo sguardo in avanti, su invito del moderatore, Gilles Routhier ha chiuso lasciando ulteriori consegne. Anzitutto, l'opportunità di recuperare maggiormente il riferimento ad altri documenti quali SC e GS, per ricomprendere la Chiesa, così come il rimando alla figura di Maria, all'antropologia e al concetto di storia. Inoltre, la coscienza che non esista un'unica ecclesiologia del Vaticano II suggerisce di cercare costantemente un equilibrio tra le diverse prospettive ecclesiologiche, senza giustapporle, semmai correggendone le unilateralità.
    Ma soprattutto resta decisiva la distinzione tra ermeneutica e recezione, prospettata dal titolo stesso del Corso, compito affidato alla vita stessa della Chiesa. Così come la chiesa dopo Trento ha saputo costruire una nuova figura di cattolicesimo, tale la sfida alla comunità cristiana di oggi: ma precisamente in questo consiste lo sforzo della recezione.

Francesco Scanziani

 

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