1. Attività del Consiglio di Presidenza

    In data 12/05/2001, presso il Seminario Lombardo, di Roma, si è riunito il Consiglio di Presidenza ATI. Al punto 1 dell'OdG c'era la valutazione dell'ipotesi di percorso verso il Congresso e del tema del Congresso.
    Il Consiglio di Presidenza ha ripreso la prospettiva-Canobbio alla luce delle indicazioni dei Consiglieri proposte dopo l'ultimo Consiglio di Presidenza (28/02/01), in particolare le sottolineature presentate da Marco Vergottini e Valeria Boldini (vedi più oltre in questo forum). Come appare dallo schema riportato di seguito, la proposta di Canobbio recepiva il tema dell'evangelizzazione in chiave di rilettura critica, provando a coniugare le forme di Chiesa che le accompagna e le produce. Si trattava di una prospettiva segnatamente ecclesiologica.
    I punti nodali che vengono immediatamente evidenziati si riferiscono soprattutto allo studio del contesto culturale in cui si attua l'annuncio del Vangelo, della fedeltà della Chiesa al Vangelo e delle modalità dell'annuncio.
    La stretta connessione tra il tema dell'evangelizzazione e quello della Chiesa ha portato molti consiglieri a privilegiare la dimensione ecclesiologica: la finalità del Congresso e della sua preparazione dovrebbe consistere nel ripensare il volto della Chiesa alla luce del suo rapporto costitutivo con il Vangelo.
    Questa intenzione di fondo dovrebbe comprendere:

  • La chiarificazione del rapporto tra Vangelo (e quindi il suo annuncio) e Chiesa, lasciandosi istruire in questo dalla storia di tale rapporto;
  • La rilettura critica della categoria "evangelizzazione";
  • Le provocazioni che vengono alla Chiesa da tale rilettura;
  • Le conseguenze per la comunicabilità della fede.

    In questa direzione, sono stati individuati tre ambiti precisi, che possono offrire un campo di studio e di verifica della questione, utilmente descritti sulla base di tre binomi:
  1. Quale rapporto intercorre tra Vangelo e Chiesa
  2. Vangelo e dottrina/e
  3. Vangelo e cultura/e

    Una volta individuati gli ambiti, è stato agevole tracciare un possibile itinerario, che distinguesse le tematiche della preparazione e quelle del Congresso.
    Il tema fondamentale del Congresso è stato provvisoriamente formulato intorno alla seguente questione: "Come oggi la Chiesa sia chiamata a trasformarsi per realizzare la sua missione di annuncio del Vangelo". Il tema prevede una rilettura dell'autoconsapevolezza della Chiesa dopo il Concilio Vaticano II in ordine alla propria missione.
    In vista del Congresso, il Consiglio di Presidenza ha indicato un itinerario di preparazione, con l'organizzazione di pre-congressi per zona (nord – centro – sud), centrati:
  1. Sulla chiarificazione dei modelli e delle categorie operanti nei diversi rapporti: Vangelo – Chiesa, Vangelo – dottrina/e, Vangelo – cultura/e;
  2. Sulla lettura del contesto in cui la Chiesa viene oggi a trovarsi nell'attuazione della sua missione dell'annuncio del Vangelo.

    Su questa traccia saranno preparate le bozze di tre pre-congressi zonali, che avranno a tema:
  • Vangelo – cultura/e per la zona nord
  • Vangelo – dottrina/e per la zona centro
  • Vangelo e Chiesa per la zona sud.

 

Il Segretario
Don Dario Vitali

 

2. Il XVIII Congresso ATI (2003): ipotesi e proposte

2.1. Ipotesi per il Congresso 2003 (Consiglio di Presidenza 28.12.00)

    Sulla data: dopo l'assemblea al termine del Congresso abbiamo convenuto di porre il Congresso alla scadenza del nostro mandato, nonostante il diverso parere di alcuni membri dell'assemblea, che riteneva troppo dilazionata la data del 2003. Va tenuto in conto che la scelta deve essere giustificata e sostenuta con una preparazione che mostri il senso della dilazione. L'idea di tenere seminari in collegamento con Istituzioni teologiche sul territorio potrebbe essere da considerare. Va però prima compiuta una rassegna delle iniziative già in atto in tali Istituzioni (suggerimento venuto durante l'Assemblea). Chi si fa carico? Dovrebbe essere compito dei Delegati di Zona, i quali potrebbero avvalersi di Soci presenti in dette Istituzioni o di Internet.

    Sul tema: il suggerimento che, sulla base delle due ipotesi indicate dal Consiglio, l'Assemblea ci ha lasciato è quello di riflettere sulla evangelizzazione. Il tema potrebbe metterci in sintonia con gli orientamenti della CEI per il prossimo decennio. Ma è un tema sul quale si pensa si sia scritto già troppo (dopo Evangelii nuntiandi e il "programma" Nuova evangelizzazione). Non sembra però impercorribile: permette, infatti, di riconsiderare la questione del Dio cristiano nel contesto della "postmodernità" e del dialogo tra le religioni. Cosa vuol dire annunciare il Dio di Gesù Cristo nella situazione attuale e come lo si deve annunciare?

    La questione potrebbe essere affrontata da diversi versanti:

  1. anzitutto quello del nucleo del Vangelo (si tratta di studiare se sia possibile individuare il centro irrinunciabile a partire dal quale mostrare la relatività di tante "dottrine", frutto di uno sviluppo storico in una cultura particolare [l'aspetto storico e l'aspetto sistematico sarebbero da considerare in stretta connessione: è implicato il rapporto tra verità evangelica e storia]);
  2. poi quello del rapporto tra la Chiesa e il Vangelo (si tratta di studiare in che modo la Chiesa conservi al suo interno un messaggio che la fonda e la critica: il tema della distanza tra Chiesa e Vangelo che la Riforma ha tenuto vivo e la Dei Verbum ha riproposto);
  3. quindi quello del rapporto tra evangelizzazione e formarsi della Chiesa (si tratta di studiare sia dal punto di vista storico sia da quello sistematico come l'attività evangelizzatrice modelli la Chiesa: "la missione fa la Chiesa"; andrebbero perciò considerati modelli di Chiesa in rapporto a modelli di evangelizzazione);
  4. in seguito quello del contenuto da proporre oggi (la questione è quella di verificare se la Chiesa debba oggi annunciare gli stessi contenuti che in altre epoche ha annunciato: la verifica richiede una considerazione del rapporto tra recettività del contenuto annunciato [connessa vi è la questione del valore "critico" e veritativo del contesto religioso-culturale ai fini di determinare il contenuto da annunciare] e nucleo del Vangelo; comporta altresì una riflessione sul valore normativo della tradizione);
  5. infine quello dei metodi di evangelizzazione (la questione potrebbe essere studiata in collaborazione con studiosi di teologia pastorale).
    Si tratta ovviamente di rapsodiche considerazioni finalizzate solo a stimolare la ricerca comune.
    Qualora l'ipotesi fosse considerata anche solo germinalmente plausibile, si potrebbe pensare di organizzare seminari preparatori affidando a gruppi di interesse le varie questioni che sembrassero prioritarie (per es. teologi fondamentali; teologi sistematici; teologi pastoralisti; teologi interessati alla storia…). Forse questo aiuterebbe a stimolare la ricerca dei Soci, che andrebbe comunque compiuta in collaborazione con Istituzioni teologiche.

 

Giacomo Canobbio

2.2. Proposta per il triennio ATI 2001-2003

    Proporrei tre momenti di indagine da svolgersi in forma seminariale con relazione introduttiva previa

1° Momento
    Cosa significa in termini di descrizione fenomenologica (antropologica e teologica) "post-modernità":

  1. fenomenologia in atto
  2. il problema della gerarchia delle verità
  3. l'urgenza di nuovi eventi linguistici-comunicativi
  4. l'ipotesi di una chiesa "dal basso"

2° Momento
    La questione della "nuova evangelizzazione" (uso, abuso e ambiguità):
  1. quale immagine di chiesa (o di chiese) sottende e auspica
  2. il mito della tramontata cristianità (rilettura storica)
  3. direzioni praticabili

3° Momento
    Timori, sfide e opportunità nella compresenza di diverse religioni nello stesso ambiente sociale (in Italia):
  1. fenomenologie e problematiche
  2. indagine sui termini "cultura" e "religione"
  3. componenti teologiche in gioco
  4. presupposti culturali e teologici per l'impostazione della convivenza e del dialogo
  5. prassi ecclesiali in merito

4. Convegno 2003
    Nuova evangelizzazione e ri-centratura sul vangelo:
  1. evento cristiano e storicità della sua trasmissione-comunicazione
  2. vangelo e cultura-culture
  3. l'irrinunciabile mediazione cristologica nelle variazioni culturali
  4. ipotesi per il dialogo religioso: sede scientifica e azione pastorale
  5. "immaginare" la Chiesa nel tempo del dialogo interreligioso

    Cari colleghi, sull'onda dell'impegno che ci è stato affidato, cercando di tenere conto dello schema del presidente e di alcune istanze, ricordando quanto ci ha già scritto Giovanni Ancona, ho cercato di ordinare uno svolgimento.
    Per stimolare le idee reciprocamente.

 

Valeria Boldini

2.3. Rielaborazione dell'ipotesi in base alle reazioni di Ancona, Boldini, Mazzillo

    Non pare che ci siano obiezioni radicali all'ipotesi generale del tema Evangelizzazione.
    Si deve però distinguere tra il Congresso e l'itinerario di preparazione allo stesso.

Per il Congresso si potrebbe affrontare il tema del "nucleo" del Vangelo. È noto che il tema si è affacciato alla storia del pensiero cristiano in diverse circostanze (basti ricordare l'inizio del secolo XX, sotto la forma di "essenza del cristianesimo" e gli anni '70, sotto la forma di "una formula breve della fede"). Ora si tratterebbe di considerarlo in rapporto all'evangelizzazione, cioè "che cosa si deve annunciare?", tenuto conto dell'acquisizione della 'gerarchia delle verità', della consapevolezza della storicità delle dottrine e del dogma, dell'acquisizione che nel e mediante il dialogo interreligioso la Chiesa impara (cf ultimo NMI). In connessione con questo argomento si potrebbe riflettere quale sia il metodo più adeguato (inserire qui la dimensione artistica?) per annunciare il contenuto fondamentale e come la Chiesa dovrebbe 'trasformarsi' per poter assumere tale metodo.

Per la preparazione. Si potrebbe partire da una lettura critica delle provocazioni che l'evangelizzazione incontra oggi: il contesto culturale (oltre i luoghi comuni del post-moderno e della caduta delle ideologie) europeo; gli orizzonti culturali mondiali (a questo riguardo una ripresa critica dei sinodi continentali non sarebbe fuori luogo). Cosa sembra chiedere alla Chiesa chiamata ad evangelizzare l'attuale situazione dell'umanità? (Aspetto fenomenologico)

    Quindi si potrebbe dare uno sguardo a qualche momento significativo in cui la Chiesa ha accolto le sfide dell'ambiente e si è trasformata per evangelizzare e come ha inteso l'evangelizzazione (a me piacerebbe che si rileggesse, oltre i luoghi comuni, lo scontro con la modernità). Si potrebbe rivedere come dopo il Vaticano II la Chiesa si sia eventualmente trasformata in vista della evangelizzazione: ci sono state trasformazioni strutturali? E queste da che cosa sono state determinate? Quale ricomprensione della missione evangelizzatrice si è attuata? (Aspetto storico)

    In seguito si potrebbe considerare il problema, più teoretico, della comunicabilità del Vangelo e di che cosa comporti per la Chiesa comunicare il Vangelo (la consapevolezza di essere 'sotto' la parola di Dio e quindi in perenne stato di conversione; cosa che non riguarda semplicemente i metodi: la ripresa del "lasciarsi evangelizzare" presente in EN; il tema dei linguaggi: sono tutti ugualmente adeguati per il Vangelo?) (Aspetto teoretico)

    Si tratta di una scansione che rimescola l'ipotesi originaria con le suggestioni dette. I temi connessi sarebbero altri e molti (sono già troppi questi). Si dovrà operare una scelta, ipotizzando che in collaborazione con Istituzioni accademiche si possano fare dei seminari.
    Dovremmo uscire dal Consiglio con una bozza quasi definitiva e poi darne notizia ai Soci. Dopo di che, i Delegati con l'aiuto dei Consiglieri zonali dovrebbero attivarsi per organizzare i seminari stessi. Se riuscissimo a tenerne uno per anno, sarebbe il meglio che potremmo fare.

Giacomo Canobbio

2.4. Nuova ipotesi dopo il Consiglio del 24.02.01

Dati acquisiti per il Congresso: sede: Anagni; data: 8-12 settembre 2003; tema: Evangelizzazione e trasformazioni della Chiesa (titolo provvisorio).

Tentativo (ulteriore) di indicare gli obiettivi: partendo dalla constatazione che l'ATI ha sempre cercato di prestare attenzione al cammino della Chiesa in Italia, dato che nei prossimi dieci anni sembra che la CEI voglia concentrare l'attenzione sul tema della missione, pare opportuno riprendere (nel senso di retractatio) il tema della Evangelizzazione. A partire dalla EN il termine è entrato nel linguaggio ecclesiale come sinonimo di missione della Chiesa in senso generale, nonostante si sia poi cercato di coniugarlo con "promozione umana", sacramenti ecc. Pare perciò abbia perduto il suo significato originario di annuncio del Vangelo. Ciò ha comportato una perdita: la trascendenza del Vangelo rispetto alla Chiesa è passata in secondo piano, e pare sia dimenticato quanto EN ricordava: che la Chiesa stessa deve essere evangelizzata. Per di più l'accumulo dottrinale (soprattutto in campo morale) ha fatto nascere l'impressione che il Vangelo (al di là delle enunciazioni) restasse come "soffocato", o almeno non apparisse nella sua "immediatezza".
    I problemi che si pongono sono molteplici: attengono al rapporto tra Vangelo e Chiesa, al rapporto tra Vangelo e dottrine, al rapporto tra Vangelo e cultura/e e quindi storia.
    Ora si tratterebbe di riuscire a precisare cosa si intenda con Vangelo (peraltro si tenga conto che già il Concilio di Trento parlava di Vangelo) e quindi con evangelizzazione. Di questa si dovrebbero considerare lo stile, i modi, e le implicazioni per quanto attiene alla figura (modello) di Chiesa.
Il Congresso potrebbe studiare il rapporto tra evangelizzazione e trasformazioni della figura di Chiesa nell'attuale contesto, lasciandosi istruire dalla storia: in alcuni momenti (già nelle origini) la Chiesa ha assunto volti nuovi per attuare l'evangelizzazione (istruttivo il volume di D.J. Bosch, La trasformazione della missione, Queriniana, Brescia 2000); si tratta di verificare a quali esigenze abbia cercato di rispondere, quali timori abbiano bloccato le trasformazioni, quali principi ispiratori le abbiano guidate [ovviamente non si potrà considerare tutta la storia, ma un qualche momento: le origini, la scoperta dei nuovi mondi, l'impatto con la modernità?]. Connesso vi è il problema del rapporto tra le dottrine e il Vangelo da annunciare: è possibile stabilire una differenza, una volta che si sia raggiunta la convinzione che vi è una gerarchia di verità? Inoltre la distinzione tra evangelizzazione e catechesi è ancora possibile mantenerla, e questo cosa potrebbe comportare per il modo di attuare l'evangelizzazione? Da molte parti si invoca "levità" mentre la Chiesa sembra sempre più simile a una grande organizzazione. Per attuare l'evangelizzazione quali trasformazioni si richiederebbero oggi alla Chiesa? In che modo tali trasformazioni sarebbero frutto non di una semplice strategia, ma di un'obbedienza al Vangelo?

Per la preparazione: l'idea di tornare ai precongressi, in forma di seminari, mi pare sia stata accettata come un modo di coinvolgere i soci e affini, tenendo (o cercando) legami con le Istituzioni teologiche.

    L'ipotesi potrebbe articolarsi su tre percorsi:

  1. Una rilettura della vicenda del termine "evangelizzazione" nel periodo successivo al Vaticano II: perché è entrato in forma così massiva; che variazioni ha conosciuto; che interrogativi ha fatto sorgere. Si tratta di arrivare a una chiarificazione "critica", che comporta una rilettura del Sinodo 1974 e della EN, oltre che, per l'Italia, delle scelte pastorali degli anni '70, fin dentro la "nuova evangelizzazione". Contestualmente si dovrebbe verificare se e come la Chiesa si sia trasformata in vista della evangelizzazione.
  2. Una lettura delle provocazioni che vengono oggi a una Chiesa che voglia evangelizzare: il dialogo interreligioso, il dialogo con le culture, la sfida delle povertà. Si tratta di considerare il contesto per vedervi una provocazione (da parte di Dio? cf J. Sobrino) alla Chiesa che sembra, per un verso, preoccupata di annunciare il Vangelo, per un altro verso, in affanno di fronte a eventuali trasformazioni.
  3. Il problema della comunicabilità del Vangelo: quali condizioni, quali linguaggi, quali implicazioni (il tema dell'efficacia in riferimento alla Parola della croce, rimanda a una figura di Chiesa: rappresentanza di un'umanità 'salvata', diaspora in un mondo plurale, piccolo gregge con valore di segno?), quali mezzi (riprendere LG 8: EV 1, 306-307?).

 

Giacomo Canobbio

2.5. Contributo in vista di una possibile articolazione del Congresso ATI del 2003
    Le note qui proposte rischiano di non entrare in sinergia con quanto è stato finora elaborato. Ciò nasce dalla mia personale difficoltà di intendere chiaramente quale sia l'oggetto del prossimo Congresso. Ciò a differenza dei due precedenti di Troina e Brescia, dove si potrà anche criticare la modalità di svolgimento, però era dato cogliere chiaramente la delimitazione del tema (il dialogo interreligioso, il nesso storia/teologia nel '900).

  • Non credo che la cifra "evangelizzazione" sia come tale perspicua a focalizzare un oggetto tematico sufficientemente univoco. Si tratta di una categoria molto inflazionata nel periodo post-conciliare, in seguito anche in parte sostituita dalle categorie di "missione" e di "comunicazione", che ancor più rischiano uno slittamento linguistico, perché esse finiscono per avvolgere un ambito sterminato e indeterminato di questioni: dal primato della Parola alla promozione umana, dall'Incarnazione all'impegno secolare, dal mistero della Trinità ai mass-media. Si tratta di formule generiche e ultimamente sfuggenti ad una puntuale semantizzazione; non a caso esse risultano ampiamente utilizzate come cifre sintetiche della progettazione/programmazione pastorale. Sulla pertinenza teologica di tali cifre occorrerebbe impegnarsi in un attento discernimento che metta in guardia da facili slittamenti retorici (ricordo al proposito diverse puntualizzazioni critiche di B. Seveso).
  • Non sono poi affatto convinto che il conio della formula «nuova evangelizzazione» ad opera di Giovanni Paolo II sia in diretta continuità con quella di «evangelizzazione» proposta dal Sinodo dei Vescovi del '74 e rilanciato da Evangelii nuntiandi. Assai istruttivo al riguardo potrebbe essere un riferimento alla receptio delle due formulazioni nell'ambito latino/americano.
  • Se il discorso che ci interessa mettere a tema può essere riespresso come la necessità che in questo snodo epocale, contrassegnato da straordinarie trasformazioni sul piano culturale, etico e religioso, si provveda a una riforma della chiesa, o altrimenti come l'urgenza di una nuova configurazione del suo volto, della sua struttura interna e delle sue forme di oggettivazione storica, mi pare che il riferimento alle differenze fra chiesa/missione, dottrine/vangelo, forme/contenuto possa risultare alquanto formale, fintanto che non si metta a fuoco una riflessione diagnostica e pronostica sulla condizione storico-epocale in cui la chiesa si trova oggi a svolgere la sua missione.
  • Non ho presente il testo di D.J. Bosch, La trasformazione della missione, rimando piuttosto - per indicare allusivamente al taglio che potrebbe proficuamente adottare il nostro Congresso - ai percorsi suggestivi offerti da:
    - KARL RAHNER, Trasformazione strutturale della Chiesa come compito e come chance (Queriniana, Brescia 1973);
    - MEDARD KEHL, Dove va la Chiesa? Una diagnosi del nostro tempo (Queriniana, Brescia 1998);
    - GHISLAIN LAFONT, Immaginare la Chiesa cattolica. Linee e approfondimenti per un nuovo dire e un nuovo fare della comunità cristiana (San Paolo, Cinisello Balsamo 1998).

 

Marco Vergottini

 

3. “Senza provare vergogna”

Osservazioni sul gruppo diaconi/diaconesse nelle Costituzioni Apostoliche

 

Nel Corso di aggiornamento sul ministero ordinato alcuni partecipanti hanno lamentato l'assenza di un contributo relativo ai Padri. Qui di seguito si offrono alcune riflessioni su aspetti particolari del problema, che riguardano anche discussioni recenti.
    Secondo la Tradizione Apostolica il diacono è ordinato «al servizio del vescovo per fare quello che questi gli indica»1. A questa laconica indicazione non aggiunge molto lo schema della preghiera di ordinazione riportato di seguito: si chiede «spirito di grazia, zelo e diligenza» per il «servizio della Chiesa» e per «presentare nel santuario ciò che viene offerto da colui che è stato stabilito tuo sommo sacerdote».
    Questa scarna presentazione rende ancora più interessanti le pagine che a questo ruolo dedicano le Costituzioni Apostoliche, opera compilatoria della fine del IV secolo di ambiente siriaco occidentale2: i primi 6 libri inglobano, con ampliamenti e adattamenti, uno scritto del secolo precedente, la Didascalia siriaca dei 12 apostoli; il libro VII rielabora la Didaché, e l'VIII la Tradizione Apostolica. In questo scritto i passi riferiti ai diaconi sono molteplici e non univoci, anche in dipendenza dalle fonti utilizzate. Pur con l'avvertenza dunque di non cercare un "sistema" in uno scritto che lo ignora, si possono raccogliere alcune osservazioni sul ruolo dei diaconi e sulle preghiere di ordinazione, con i riferimenti scritturistici che li sostengono.

1. Il gruppo diaconale

    Nel II libro, in dipendenza dalla Didascalia, vengono presentati i diversi ministeri: prima il vescovo, il cui ruolo è fortemente enfatizzato, poi i diaconi e infine i presbiteri3. In questo contesto viene rielaborata anche la prospettiva proposta nella lettera ai Magnesi dell'epistolario ignaziano4, ed ogni ruolo è letto come rimando, ombra, segno del venirci incontro di Dio nella Storia della Salvezza: il vescovo rimanda al Padre, il diacono a Gesù Cristo, la diaconessa allo Spirito Santo e i presbiteri al collegio degli apostoli5.
    Non è tuttavia l'unico contesto in cui si parla dei ministeri e del loro concreto esercizio. Particolarmente interessante si rivela, ad esempio, un passaggio del III libro (III, 19,1-7) che affronta l'argomento del ruolo del gruppo diaconale6, includendo all'interno della sezione anche le indicazioni sul battesimo. I compiti dei diaconi e delle diaconesse sono ampi e comprendono l'annuncio, l'ospitalità, la cura e il servizio concreto dei poveri:
«Che i diaconi siano irreprensibili in tutto, come il vescovo, solo più diligenti e in numero proporzionato all'importanza della chiesa, perché possano prendersi cura dei malati e dei poveri (toîs adynátois hypêreteîsthai dýnôntai) come operai che non provano vergogna; la diaconessa (hê gynê) si prenderà cura del servizio verso le donne ed entrambi (amphóteroi) si occupino dell'annuncio (pròs anghelían7), dell'accoglienza degli stranieri, del servizio, della cura, come ha dichiarato da parte del Signore il profeta Isaia: "Il Signore (vorrà) giustificare il giusto mio servo che offre bene il suo servizio ai molti" (Is 53,11, LXX)».
    L'accento prevalente è sulla necessità di farsi carico delle situazioni di indigenza, "senza provare vergogna". Anzi, l'insistenza con cui questo concreto servizio viene raccomandato fa sospettare che si tratti di un aspetto niente affatto scontato: non si può pertanto concludere che la prescrizione corrisponda concretamente alla descrizione del ruolo effettivamente esercitato. L'ampio sviluppo, comunque, rivela il fondamento cristologico del ruolo diaconale:
«Ciascuno dunque riconosca la sua funzione e l'eserciti con zelo, in accordo di mente e di cuore, sapendo qual è la retribuzione del servizio. Non provino dunque vergogna del servizio ai poveri (toîs deoménois), ma secondo l'esempio di nostro Signore Gesù Cristo, che non è venuto "per essere servito ma per servire e per dare la sua vita in riscatto per i molti"» (Mt 20,28), agiscano anch'essi così. Anche se fosse necessario dare la vita per un fratello, non esitino, perché nostro Signore Gesù Cristo non ha esitato a dare la sua vita per i suoi amici (cf Gv 15,13), come lui stesso ha detto».
    Questa prospettiva viene ribadita attraverso altre citazioni bibliche, fra cui emerge per ampiezza ed importanza la narrazione evangelica di Gv 13,1-20:
«Se dunque il Signore del cielo e della terra tutto ha sopportato a causa nostra, come potete voi esitare ad assicurare il servizio agli indigenti, voi che dovete essere imitatori (mimêtaí ) di colui che a causa nostra ha assunto il servizio, la povertà, le piaghe e la croce? È necessario dunque che voi serviate i vostri fratelli, come imitatori di Cristo, che ha detto: "Chi fra voi vuol essere grande, sia vostro servitore (diákonos) e chi fra voi vuol essere il primo, si faccia vostro servo (doûlos)" (Mt 20,26-27). Così lui stesso ha realizzato il buon servizio dei molti (cf Is 53,11, LXX) e non a parole. Infatti, preso un asciugatoio, se lo cinse, poi versò l'acqua nel catino e venne e lavò i piedi a tutti noi e li asciugò con l'asciugatoio. Facendo questo, ci ha mostrato la tenerezza del suo amore fraterno (tò tês philadelphías agapêtikón), perché anche noi agiamo nello stesso modo gli uni verso gli altri. Se dunque il nostro Signore e Maestro si è così abbassato, come potete voi aver vergogna a fare lo stesso verso i poveri e i malati, dal momento che siete operai al servizio della verità e difensori della fede? Compite dunque il vostro servizio con tenerezza e rispetto (agapêtikôs), senza mormorare e protestare. Voi non agite infatti per gli uomini, ma per Dio ed è da lui che riceverete la ricompensa per il vostro servizio, nel giorno i cui sarete "visitati" (en heméra(i) episkopês hymôn)».
    L'ultima osservazione riconduce quanto affermato prima al contesto più generale della collaborazione del gruppo diaconale con il vescovo:
«Bisogna perciò che voi diaconi facciate visita a coloro che ne hanno bisogno e che segnaliate al vescovo coloro che sono nel bisogno; voi siete infatti la sua anima e i suoi sensi, diligenti e docili verso di lui come verso un padre ed un maestro».

2. Le preghiere di ordinazione

    Il sintetico riferimento alla preghiera di ordinazione del diacono presente in TA viene rielaborato ed ampliato nell'VIII libro delle Costituzioni (VIII, 17,1-20,2), che mantiene l'ordine della sua fonte (vescovo, presbiteri, diaconi), presentando però per questi ultimi una doppia preghiera, una per gli uomini e una per le donne8. Le due preghiere sono introdotte in modo simile e, pur con significative divergenze, presentano la stessa struttura. Rileveremo prima gli elementi paralleli, poi le differenze, sottolineando in particolare la diversa tipologia biblica di riferimento.
    Si può innanzitutto osservare che, come è caratteristica di questo scritto, l'imposizione delle mani per le "ordinazioni"9 è indicata come cheirotonía, termine presente nei titoli10 per i primi quattro ministeri (dal vescovo alla diaconessa) e utilizzata nel testo, come sostantivo o nella forma verbale, per il vescovo, i presbiteri, i diaconi, i suddiaconi ed esclusa esplicitamente, seguendo il documento fonte, per i confessori, le vergini, le vedove, gli esorcisti11. In tutti i casi, comunque, si chiede che il vescovo "imponga le mani"12 nelle due preghiere che stiamo esaminando, assistito dai presbiteri e dai diaconi nella prima, dai presbiteri, dai diaconi e dalle altre diaconesse nella seconda:
«Quanto all'ordinazione (cheirotonías) del diacono, io Filippo, dispongo: il diacono, o vescovo, lo costituirai imponendogli le mani (epitheìs autôi tàs cheîras), assistito da tutto il presbiterio e dai diaconi».
«Quanto alla diaconessa, io Bartolomeo, dispongo: O vescovo, imponile le mani (epithêseis autêi tàs cheîras) assistito dal presbiterio, dai diaconi e dalle diaconesse».
    Sono inoltre perfettamente sovrapponibili la menzione del «tuo/a servo/a che ti è proposto/a per il diaconato»13 e si corrispondono, pur nella forma leggermente diversa, le richieste di renderli degni/e per il ministero indicato.
    La struttura delle due preghiere, pur essendo evidentemente simile, presenta un diverso equilibrio fra le sue parti. L'invocazione della preghiera per il diacono ha un ampliamento breve e generico, composto da apposizioni semplici - «Dio onnipotente, verace e veritiero, munifico verso tutti coloro che ti invocano nella verità, mirabile nei tuoi disegni, sapiente nel pensiero, potente per la forza» - e si apre subito all'invocazione dello Spirito su colui che «è proposto per il dia-conato», petizione che contiene come motivazione il riferimento al tipo del diacono, Stefano, esplicitamente indicato come protomartire e imitatore della passione:
«Esaudisci la nostra preghiera, Signore ed ascolta la nostra supplica e fa' risplendere il tuo volto sopra il tuo servo che è qui e che ti è proposto per il diaconato, riempilo di Spirito e di potenza, come hai riempito Stefano primo martire ed imitatore della passione del tuo Cristo».
    La seconda parte della petizione chiede che il nuovo diacono sia in grado di compiere degnamente il compito che gli è affidato e lascia intravedere un possibile "progresso", indicato come possibilità di «essere trovato degno di un grado superiore» (meízonos axiôthênai bathmoû):
«Concedigli di compiere degnamente il ministero che gli è affidato, senza deviazione, né onta, né motivo di biasimo, e sia così trovato degno di un grado superiore. Te lo chiediamo per la mediazione del tuo Cristo, il tuo Figlio unigenito, per mezzo del quale a te sia gloria, onore e adorazione nello Spirito Santo, per tutti i secoli. Amen».
    Nella preghiera per la diaconessa invece l'invocazione si amplia in ben quattro relative, che fanno riferimento alla creazione dell'uomo e della donna, alla tipologia delle profetesse dell'Antico Testamento, alla nascita di Gesù Cristo "da donna", alla presenza di donne all'entrata della Tenda:
«Dio eterno, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che hai creato l'uomo e la donna, che hai riempito di Spirito Miriam, Debora, Anna e Hulda, che non hai ritenuto indegno che il tuo figlio unigenito nascesse da una donna, tu che nella tenda della testimonianza e nel tempio hai istituito delle guardiane delle tue sante porte…».
    Attraverso l'espressione tecnica «tu stesso adesso» (autòs kaì nyn)14 viene introdotta la petizione, in cui non compaiono altri riferimenti alla tipologia biblica, ma che si allarga a richiedere anche la purificazione della carne e dello spirito:
«guarda questa tua serva che è qui, che ti è proposta per il diaconato, e donale il tuo Spirito santo e purificala da ogni impurità della carne e dello spirito perché possa compiere degnamente il ministero che le è affidato, a gloria tua e a lode del tuo Cristo, per mezzo del quale a te sia gloria ed adorazione nello Spirito Santo per tutti i secoli. Amen».
    La differenza più vistosa15 fra le due preghiere consiste dunque nella diversa tipologia di riferimento: un modello diaconale per gli uomini e un modello profetico per le donne. Nel caso della seconda preghiera colpisce, ancora di più del numero delle proposizioni relative, il riferimento alla creazione della donna e dell'uomo e alla nascita da donna del Figlio: quasi che ci fosse necessità di mostrare la "dignità" delle donne e quindi la legittimità del loro ruolo. Questo dato potrebbe comporsi del resto con le esortazioni presenti in III, 16,1-2 , in cui il redattore sembra preoccupato di diffondere e difendere il ruolo delle diaconesse, non da tutti forse accettato. Gli altri due riferimenti potrebbero essere più concretamente legati alle mansioni riconosciute a questo ministero: la menzione infatti delle guardiane delle porte, ha paralleli in II, 57,10 e VIII, 28,6 e sembra rimandare a quei ruoli legati alla disciplina e all'accoglienza delle donne durante la liturgia che vengono facilmente individuati per le diaconesse. Di per sé il riferimento al modello delle profetesse e di Debora, giudice in Israele, potrebbe invece supportare un più ampio ruolo pròs anghelían, nonostante il divieto paolino ripreso e commentato in III, 6,1ss.

3. Una situazione variegata

    Come è ovvio e come si è già ricordato, non è possibile ricostruire pienamente i ruoli concretamente esercitati da questo gruppo diaconale. Di fatto non è dato sapere, ad esempio, se la vergogna su cui il testo torna con tanta insistenza, è semplicemente un motivo retorico, se si riferisce ad un disagio concretamente mostrato dai diaconi per la situazione di povertà in cui si trovano coinvolti, o se può essere originata dall'esercizio di un ruolo avvertito come "inferiore" in una mentalità da cursus honorum. Nello stesso modo i riferimenti alle diaconesse, spesso in contraddizione fra di loro anche per la diversità delle fonti utilizzate, non bastano a chiarire nel concreto il ruolo da loro esercitato. Del resto il testo stesso, fornendo l'indicazione che il numero dei diaconi deve essere proporzionato alla grandezza della chiesa, lascia intuire conformazioni e prassi diversificate. Maggiore luce, rispetto agli uni e alle altre, può provenire dal confronto fra la documentazione canonico-liturgica e le altre fonti storiche16. Ma la consapevolezza di questa complessità è comunque antidoto contro le generalizzazioni e le letture apologetiche. Proprio in questa prospettiva, può forse essere utile anche la ricognizione veloce di un unico scritto: comunque eco di una esperienza ecclesiale, anche se non siamo in grado di precisarne i contorni.

 

Cristina Simonelli

Note
1 «Quando si ordina un diacono, sia scelto nel modo già detto, il solo vescovo gli imponga le mani, come abbiamo prescritto. Nell'ordinazione del diacono solo il vescovo imponga le mani, perché non è ordinato al presbiterato, ma al servizio del vescovo per fare quello che questi gli indica. Difatti non prende parte del consiglio del clero, ma amministra e segnala al vescovo ciò che è necessario, né riceve lo spirito comune del presbiterato del quale partecipano i presbiteri, ma quello che gli è conferito per il potere del vescovo» (TA 8: PSEUDO-IPPOLITO, Tradizione apostolica, a cura di E. Peretto, Città Nuova, Roma 1996, 114). Riguardo all'iter complesso del documento e quindi alle difficoltà connesse alla sua interpretazione e collocazione, cf E. PERETTO, «Introduzione», in PSEUDO-IPPOLITO, TA, 17-29.
2 Testo in SChr 320; 329; 336. Edizione e commento a cura di M. Metzger, che così divide l'introduzione: «Genere letterario, origine di CA e tradizione manoscritta», in SChr 320, 13-94; «Teologia e istituzioni ecclesiali di CA», in SChr 329, 10-110; «Gli 85 canoni apostolici», in SChr 336, 9-12. Dati interni alla compilazione la fanno collocare alla fine del IV secolo ma non oltre il 380 perché non appaiono riferimenti a sinodi posteriori a tale data. Lo studio della terminologia e della teologia dell'opera rimanda ad un ambiente tradizionalista, che non utilizza la terminologia nicena, ma neanche espressioni tipiche delle comunità ariane, nonostante la cristologia arcaizzante e il ruolo nettamente subordinato attribuito allo Spirito (cf ad esempio, il testo riportato alla nota 5). Alla fine del secolo esistevano in Antiochia diverse comunità non in comunione tra loro, a seguito della controversia ariana e delle vicende relative al contestato episcopato di Melezio (M. SIMONETTI, «Melezio», in DPAC II, 2205-6). Cf M. METZGER, «Introduction», in SChr 320, 61-62.
3 Cf CA II, 26,4-7 in questo ordine, più spesso però (cf anche II, 26,3) e soprattutto nell'VIII libro, i presbiteri precedono i diaconi nell'enumerazione. Cf M. METZGER, «Introduction», in SChr 329, 44.
4 IGNAZIO, Magnesi, VI,1. All'ambiente di Costituzioni Apostoliche bisogna probabilmente ascrivere anche l'attività dell'interpolatore dell'epistolario ignaziano: cf M. METZGER, «Introduzione», in SChr 320, 32.
5 «Il diacono lo (=il vescovo) assisterà come Cristo il Padre, lo serva in tutto in modo irreprensibile, come Cristo, che non fa niente da se stesso, ma sempre quello che piace al Padre. La diaconessa sia onorata da voi come "tipo" dello Spirito Santo (hê diákonos eis týpon toû hagíou pneúmatos…), non parla infatti e non fa niente senza il diacono, come lo Spirito Santo non fa niente da se stesso, ma, glorificando Cristo, compie la sua volontà» (CA II, 26,5-6: il testo amplia con le sottolineature "subordinazioniste" quello più essenziale della Didascalia: «(episcopus) loco Dei regnans sicut Deus honoretur a vobis, quoniam episcopus in typum Dei praesidet vobis. Diaconos autem in typum Christi adstat; ergo diligatur a vobis. Diaconissa vero in typum sancti spiritus honoretur a vobis. Presbyteri etiam in typum apostolorum spectentur a vobis» (II, 26,4-7, in F.X. FUNK, Didascalia et Constitutiones Apostolorum, Paderbornae 1905 [rist. anast. 1979], 104).
6 Cf anche E. CATTANEO, I ministeri nella Chiesa antica. I primi tre secoli, Milano 1997: i testi della Didascalia alle pp. 622-624; 631-634. Nelle pagine introduttive la trattazione sui diaconi (106-109) è separata da quella sulle diaconesse (191-194), inserita nel capitolo "Donna, carismi, ministeri".
7 L'espressione amphóteroi pròs anghelían è un'aggiunta propria di CA, che non compare in Didascalia: cf Fr.R. FUNK, Didascalia…, cit., 212-215; cf E. CATTANEO, I ministeri nella Chiesa antica..., cit. 633. Secondo Vagaggini, tuttavia anche il corrispondente passaggio di Didascalia (in cui corrisponde a III,12-13) si riferisce "tanto ai diaconi che alle diaconesse: cosa non abbastanza osservata". Come esempio di lettura che trascura il riferimento inclusivo rimanda al Gryson (Le ministère des femmes dans l'Eglise ancienne, Gembloux 1972, 75-79), che di fatto è invece la fonte di molta letteratura secondaria sull'argomento: C. VAGAGGINI, «L'ordinazione delle diaconesse nella tradizione greca e bizantina», in Orientalia Christiana Periodica 40 (1974) I, 148 e nota 3. Il termine anghelía è del resto estremamente generico: Vagaggini lo traduce «portare messaggi» («L'ordinazione....», cit., 167); M. METZGER «la proclamation», in SChr 329, 161.
8 Per le diaconesse, cf C. VAGAGGINI, «L'ordinazione…», cit., 163-173.
9 Cf P. VAN BENEDEN, Aux origines d'une terminologie sacramentelle. Ordo, ordinare, ordinatio dans la littérature chrétienne avant 313, Louvain 1974.
10 Nella maggior parte dei manoscritti compaiono anche i titoli: cf M. METZGER, «Introduction», in SChr. 320, 89s.
11 Il termine cheirotesía è invece riservato all'imposizione delle mani nel rito battesimale, per la riammissione dei penitenti, o le benedizioni dei catecumeni o del popolo in generale: come esempio rispettivamente dei tre ambiti, cf VII, 44,3; II,18,7; VII, 39,1.
12 Fa eccezione solo l'ordinazione del vescovo, in cui il gesto è sostituito da quello, analogo, di imporre sul capo dell'ordinando i Vangeli (CA VIII, 4,6).
13 Rispettivamente, epì tòn doûlón sou tónde, tòn procheirizómenón soi eis dia-konían - epì tên doúlên sou tênde tên procheirizoménên eis diakonían.
14 Cf l'analisi della preghiera di ordinazione episcopale di Tradizione Apostolica di E. Lodi, con riferimento anche alla formula di transizione fra la parte anamnetica e la parte epicletica in E. RUFFINI - E. LODI, Mysterion e Sacramentum, EDB, Bologna 1987, 248-254, con la relativa bibliografia. Per la formula di transizione, in particolare, C. GIRAUDO, La struttura letteraria della preghiera eucaristica. Saggio sulla genesi letteraria di una forma. Todà veterotestamentaria, berakà giudaica, anafora cristiana, PIB, Roma 1981, 15.
15 Si devono segnalare anche il riferimento al «grado superiore» menzionato solo per il diacono e alla «purificazione della carne», richiesta solo per la diaconessa.
16 Cf P. SORCI, «Diaconato e altri ministeri liturgici della donna», in U. MATTIOLI (a cura di), La donna nel pensiero cristiano antico, Marietti, Genova 1992, 331-364; A.G. MARTIMORT, Les diaconesses. Essai historique, Edizioni Liturgiche, Roma 1982, 8.

 

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