1. Attività del Consiglio di Presidenza

    In data 24 febbraio u.s., presso il Pontificio Seminario Lombardo in Roma si è riunito il Consiglio di Presidenza dell'ATI. All'ordine del giorno era la preparazione del Corso di Aggiornamento 2001 e del Congresso 2003.

1.1. Per quanto riguarda il Corso di Aggiornamento, il Consiglio ha indicato i giorni 2-4 gennaio 2002, sempre presso la Casa S. Cuore dei Salesiani (Roma, Via Marsala 43). Il programma del Corso si articolerà intorno al tema del Battesimo, con l'intento di offrire un aggiornamento critico sullo stato della ricerca teologica in merito a questo argomento.

    Il titolo del Corso - «Il sacramento della fede» - già chiarisce il taglio che il Consiglio di Presidenza intende dare al Corso: mettere in evidenza soprattutto la relazione del battesimo con la Parola, e quindi con l'evangelizzazione.
    Il programma di massima è stato articolato come segue:

    Titolo: «Il sacramento della fede»

    2 gennaio
      1a relazione: «Fede e battesimo nella teologia e nella prassi delle chiese attuali»

    3 gennaio
      2a relazione: «La teologia del battesimo dalla sess. V di Trento all'attuale dialogo ecumenico»
      3a relazione: «La sviluppo dei trattati (nella teologia post-conciliare): dal De sacramento baptismi all'Iniziazione cristiana»
      4a relazione: «Il battesimo come fonte di soggettività nella chiesa. Approccio teologico e giuridico»
      5a relazione: «Battesimo cristiano e riti di purificazione nelle religioni»

    4 gennaio
      Tavola rotonda su: «i modelli e il metodo di insegnamento».

    Il Consiglio di Presidenza ha anche indicato una rosa di relatori, che saranno resi noti dopo aver verificato le disponibilità degli stessi a offrire questo servizio al Corso di aggiornamento.

1.2. Per quanto riguarda il Congresso ATI, il Consiglio ha deliberato di celebrarlo nel settembre 2003, e di far precedere al Congresso un tempo di preparazione, significativamente articolato a livello zonale, per evitare il rischio di una interruzione della vita associativa.
    La sede individuata per il Congresso è il Pontificio Collegio Leoniano di Anagni (Fr), sede dell'omonimo Istituto Teologico.
    Il tema scelto per il Congresso, tenendo conto delle indicazioni dell'Assemblea all'ultimo Congresso di Brescia e di ulteriori conferme all'ultimo Corso di Aggiornamento di Roma, è l'Evangelizzazione. L'orientamento che si va delineando è subito evidente dall'ipotesi di lavoro sulla quale il Consiglio di Presidenza sta lavorando e che allego:

1.3. Ipotesi di lavoro per il Congresso Nazionale ATI del 2003

    Si deve distinguere tra il Congresso e l'itinerario di preparazione allo stesso.

    Per il Congresso si potrebbe affrontare il tema del "nucleo" del Vangelo. È noto che il tema si è affacciato alla storia del pensiero cristiano in diverse circostanze (basti ricordare l'inizio del secolo XX, sotto la forma di "Essenza del cristianesimo" e gli anni '70, sotto la forma di "una formula breve della fede"). Ora si tratterebbe di considerarlo in rapporto all'evangelizzazione, cioè "Che cosa si deve annunciare?", tenuto conto dell'acquisizione della "gerarchia delle verità", della consapevolezza della storicità delle dottrine e del dogma, dell'acquisizione che - nel e mediante il dialogo interreligioso - la Chiesa impara (cf ultimo NMI). In connessione con questo argomento si potrebbe riflettere quale sia il metodo più adeguato (inserire qui la dimensione artistica?) per annunciare il contenuto fondamentale e come la Chiesa dovrebbe "trasformarsi" per poter assumere tale metodo.

    Per la preparazione. Si potrebbe partire da una lettura critica delle provocazioni che l'evangelizzazione incontra oggi: il contesto culturale (oltre i luoghi comuni del post-moderno e della caduta delle ideologie) europeo; gli orizzonti culturali mondiali (a questo riguardo una ripresa critica dei sinodi continentali non sarebbe fuori luogo). Cosa sembra chiedere alla Chiesa chiamata ad evangelizzare l'attuale situazione dell'umanità? (Aspetto fenomenologico).
    Quindi si potrebbe dare uno sguardo a qualche momento significativo in cui la Chiesa ha accolto le sfide dell'ambiente e si è trasformata per evangelizzare e come ha inteso l'evangelizzazione (a me piacerebbe che si rileggesse, oltre i luoghi comuni, lo scontro con la modernità). Si potrebbe rivedere come dopo il Vaticano II la Chiesa si sia eventualmente trasformata in vista della evangelizzazione: ci sono state trasformazioni strutturali? E queste da che cosa sono state determinate? Quale ricomprensione della missione evangelizzatrice si è attuata? (Aspetto storico).
    In seguito si potrebbe considerare il problema, più teoretico, della comunicabilità del Vangelo e di che cosa comporti per la Chiesa comunicare il Vangelo (la consapevolezza di essere "sotto" la parola di Dio e quindi in perenne stato di conversione; cosa che non riguarda semplicemente i metodi: la ripresa del "lasciarsi evangelizzare" presente in EN; il tema dei linguaggi: sono tutti ugualmente adeguati per il Vangelo?) (Aspetto teoretico).

    Con questa prima informazione, il Consiglio offre ai Soci la possibilità di entrare già da ora sulla lunghezza d'onda dei prossimi appuntamenti, sollecitando anche una fattiva collaborazione, tanto in suggerimenti, quanto in contributi, soprattutto per il Forum ATI su Rassegna di Teologia.

Il Segretario
Don Dario Vitali


 

2. Il ministero ordinato: nodi teologici e prassi ecclesiale

XI Corso di aggiornamento per docenti di Teologia Dogmatica

    Dal 27 al 29 dicembre 2000, si è svolto a Roma, presso l'Istituto Sacro Cuore, l'undicesimo corso di aggiornamento per docenti di teologia dogmatica, organizzato dall'ATI, sul tema Il ministero ordinato: nodi teologici e prassi ecclesiali.
    La presenza di molti partecipanti e i numerosi interventi, nei momenti del dibattito, hanno costituito una chiara testimonianza dell'interesse suscitato dal corso e dell'approfondita riflessione che è stata condotta. In attesa di una conoscenza dettagliata delle preziose relazioni, grazie alla prossima pubblicazione degli Atti del corso, le pagine che seguono vogliono offrire un primo profilo della trattazione del tema. Esse costituiscono una sintesi delle relazioni, elaborata sulla base degli appunti presi dal sottoscritto e dei testi gentilmente passati dai relatori.

2.1. L'individuazione degli interrogativi, unitamente a quella dei tornan-ti teologici principali, ha costituito l'obiettivo della vasta relazione introduttiva del corso, intitolata Il dibattito sul ministero ordinato nella teologia cattolica successiva al Vaticano II. Essa è stata proposta da Erio Castellucci, professore di teologia sistematica nello Studio teologico di Bologna.
    La relazione si è concentrata sulle discussioni concernenti la natura e i fondamenti del ministero ordinato nella sua globalità, prescindendo, quindi, da alcuni argomenti specifici, quali, ad esempio, la collegialità episcopale o il diaconato permanente. Ciò perché - notava Castellucci - nel post-concilio, la gran parte della riflessione teologica ha affrontato il sacramento dell'ordine, privilegiando decisamente il presbiterato. Nelle due parti in cui si è articolata, la relazione ha trattato, dapprima, i tornanti teologici principali e, successivamente, i nodi tematici cruciali della discussione post-conciliare, mostrando come i nodi tematici percorrono, trasversalmente, i tornanti.
    Il primo di essi è costituito dalle differenti interpretazioni dei testi del Vaticano II sul ministero ordinato, negli anni immediatamente seguenti il Concilio. Un'interpretazione approfondita elaborata in area francese e tedesca (Y. Congar; F.X. Durrwell) ha messo in luce i tratti "nuovi" della figura teologica del ministro ordinato, muovendosi nell'orizzonte del rapporto tra il culto e l'apostolato, tra la dimensione cristologica e quella ecclesiologica, tra la dimensione individuale e quella comunitaria del ministero, tra il sacerdozio pagano-veterotestamentario e il sacerdozio neotestamentario. Un'altra interpretazione, elaborata prevalentemente nell'area italiana e spagnola (es.: A. Beni e A. Parra), non ha colto le "novità" del Vaticano II e, in particolare, ha fatto proprio e ripresentato il modello del "cristomonismo": il sacerdote è alter Christus e mediatore.
    Il secondo tornante, tra la fine degli anni sessanta e la metà degli anni settanta, è stato segnato dalla contestazione e dalla "crisi di identità" del prete. Il nucleo del problema è la ragion d'essere del ministero nella chiesa. Prima e dopo il sinodo del 1971, le riflessioni teologiche si raccolgono intorno a due poli e a una via media. Il primo polo, privilegiando esclusivamente l'aspetto ecclesiologico (ecclesiomonismo), sfocia in una visione funzionale del ministero e tende a presentare questo come delega della comunità e, quindi, racchiuso nelle potenzialità del sacerdozio comune (P. Schoonenberg; H. Küng). In opposizione, il secondo polo, che predilige l'aspetto cristologico (cristomonismo), insiste sulla dimensione ontologica del sacerdozio e sulla sua funzione mediatrice nei confronti dei fedeli (B. Gherardini; P. Hacker). Le posizioni della via media sono dei tentativi di sintesi ora intorno a uno dei tre munera (K. Rahner; W. Kasper), ora intorno alle categorie di missione e diaconia (J. Ratzinger; F.A. Pastor) ora, infine, a partire dalla polarità dialettica Cristo-Chiesa (L. Scheffczyk; G. Rambaldi). Nel contesto accennato, si colloca il Sinodo dei Vescovi del 1971, con il suo documento finale, Ultimis temporibus, sul sacerdozio ministeriale.
    I riflessi delle discussioni ecumeniche, nella riflessione teologica cattolica, costituiscono il terzo tornante: questo segna gli anni settanta e l'inizio degli anni ottanta. La ricezione del BEM di Lima ha stimolato molte riflessioni in campo cattolico, ad esempio, riguardo all'attenzione maggiore nei confronti del NT o in quelli dell'aspetto funzionale del ministero. In particolare, il confronto ecumenico ha spinto la riflessione teologica nella direzione del dibattito tra i sostenitori del "ministero sacerdotale" e quelli del "sacerdozio ministeriale".
    Il quarto tornante concerne gli anni ottanta. In primo luogo, in essi, la riflessione teologica sul ministero è stata segnata dalla problematica del "diritto delle comunità cristiane all'eucaristia", sollevata da E. Schillebeeckx. Alle tesi di questi sul ministero, hanno rea-gito diversi esegeti e teologi (Y. Congar, W. Kasper, P. Grelot, A. Vanhoye) mostrandone le lacune o le forzature, oltre che l'assenza della dimensione cristologica. Anche la Congregazione per la Dottrina della Fede è intervenuta per notare il disaccordo delle posizioni di Schillebeeckx con l'insegnamento della chiesa. In secondo luogo, gli anni ottanta hanno visto la pubblicazione di studi sistematici. Fra questi, Castellucci ha indicato, come rappresentative, le sintesi di Dianich e di Greshake che hanno privilegiato, rispettivamente, e non in maniera unilaterale, la prospettiva ecclesiologica e quella cristologica.
    Nell'ultimo decennio - e siamo giunti, in tal modo, all'ultimo tornante - il dibattito ruota intorno alla questione dei fondamenti teologici della spiritualità del ministro ordinato. Già da tempo, i teologi milanesi (G. Moioli; T. Citrini) hanno fatto delle ricerche sull'argomento. Verso tale direzione, poi, l'interesse è stato mosso, particolarmente, dal Sinodo dei Vescovi del 1990 e dall'esortazione Pastores dabo vobis del 1992. Per Castellucci, se i problemi legati ai fondamenti dogmatici del ministero ordinato, ormai, registrano una certa convergenza teologica, invece le questioni legate alla spiritualità, rilevanti per la formazione dei seminaristi e per quella permanente dei presbiteri, sono ancora "aperte".
    Dopo le considerazioni sui tornanti teologici principali, la relazione di Castellucci ha analizzato i cinque nodi tematici che percorrono, trasversalmente, i tornanti.
    Il primo nodo riguarda tre problematiche di ermeneutica biblica - che rileggono la questione classica dell'istituzione - connesse al tema del ministero ordinato: la nozione di sacerdozio, che potrebbe avere a che fare con sospetti di marcionismo, da una parte, e di veterotestamentarismo, dall'altra; la valutazione della pluralità dei ministeri, attestata nel NT; il punto di aggancio neotestamentario, più adeguato per la teologia del ministero ordinato. Per Castellucci, dopo le considerazioni di carattere esegetico, se non è possibile agganciare direttamente alla categoria di "sacerdote" gli uffici del NT e se, tenendo conto della loro varietà e fluttuazione, essi si innestano nella linea apostolica, come strumento per la costruzione della chiesa, il punto di aggancio migliore è costituito dalla diaconìa con il suo riferimento ecclesiale e cristologico.
    Il rapporto tra i dati neotestamentari e la tradizione costituisce il secondo nodo tematico. Da questo punto di vista, due argomenti sono stati oggetto di attenzione. Anzitutto, sono state ricordate alcune differenti valutazioni del processo di "sacerdotalizzazione" compiutosi a partire dal III secolo: ad esempio, se per J.M. Tillard, la "sacerdotalizzazione" dei ministeri va oltre la lettera della Scrittura, senza tuttavia tradire lo spirito di Cristo, per E. Schillebeeckx, invece, tale processo è stato una progressiva concentrazione del carisma di molti nel carisma di pochi. Successivamente, si è accennato al dibattito sulla questione del "sacerdozio femminile".
    Il terzo nodo tematico consiste nell'articolazione del riferimento cristologico con quello ecclesiologico, nell'elaborazione di una teologia del ministero. Tale compito non si potrà svolgere se non partendo dalla domanda sull'identità della chiesa e, quindi, sul suo rapporto con Cristo.
    Un quarto nodo tematico è il rapporto tra nucleo perenne ed elementi mutevoli nella teologia del ministero. All'interno della problematica si possono, poi, ulteriormente distinguere due questioni: quella sui "gradi dell'ordine" e l'altra sulle differenti "figure" ministeriali in riferimento all'esercizio dei munera. La sostanza permanente del ministero ordinato potrebbe essere ricercata nel carisma della dedicazione stabile all'edificazione ecclesiale, nella linea del ministero apostolico e, quindi, in nome di Cristo, attraverso l'annuncio autorevole della parola di Dio, gli uffici sacramentali e la guida delle comunità cristiane.
    L'ultimo nodo tematico riguarda i fondamenti teologici di una spiritualità ministeriale. È molto attuale il tema della carità pastorale come via specifica di santità del ministro ordinato.

2.2. I dati biblici della riflessione sul ministero ordinato sono stati trattati, nella seconda relazione del corso, da Stefano Romanello, professore di esegesi del NT, nello Studio teologico di Udine: La rilettura recente dei dati del NT relativa a presbiteri ed episcopi.
    Gli ambiti della relazione sono stati molto precisi: a) l'identificazione dell'episcopo e del presbitero, le loro funzioni e la loro origine, oltre che un confronto con i modelli di autorità presenti nella società del tempo e, verosimilmente, vicini all'ambiente della chiesa nascente; b) lo statuto teologico del presbitero e dell'episcopo, le ragioni e i modi del loro esercizio di autorità all'interno della chiesa. Il metodo è consistito nell'analisi dei lessemi indicanti direttamente i presbiteri-episcopi, nella modalità con cui essi compaiono nei vari scritti del NT, con dei riferimenti alle considerazioni più generali sull'autorità/guida che i singoli scritti contengono.
    L'analisi, condotta da Romanello, ha considerato i lessemi accennati nelle lettere paoline indisputate (Fil 1,1), negli Atti degli apostoli (11,30; 14,23; 15,2.4.6.22.23; 16,4; 20,17.28; 21,18), nelle lettere pastorali (1Tm 3,1-2; 4,14; 5,17.19; Tt 1,5.7) e nelle lettere cattoliche (Gc 5,14; 1Pt 5,1.2; 2Gv 1,1; 3Gv 1,1). I termini presbÚteroj ed ™p…skopoj, sostanzialmente sinonimi, nel NT, denotano perlopiù le figure di guide locali delle comunità cristiane. Nella 1Pt e nelle 2-3Gv, però, presbÚteroj, mentre definisce il mittente della lettera, non è limitato al leader locale.
    Alla lettura analitica, hanno fatto seguito le conclusioni, nelle quali sono stati raccolti, in maniera sintetica, degli elementi già evidenziati in precedenza. Anzitutto, si è portata l'attenzione su due modelli sociali interpretativi della figura del presbitero. Per alcuni esegeti (R.A. Campbell), il modello interpretativo è costituito dal pater familias: il raduno delle comunità paoline nelle case, le riunioni domestiche della comunità gerosolimitana, il concetto della chiesa come casa di Dio, nella concezione ecclesiologica che sta alla base delle lettere pastorali, orienterebbero chiaramente in questa direzione. Tuttavia, in Tt 1,5 si parla di presbiteri in ogni città e non in ogni singola comunità domestica. Ciò potrebbe essere un segno dell'evoluzione della comprensione domestica della chiesa: i presbiteri nelle città indicherebbero la presenza di più chiese domestiche nella città stessa. Per altri esegeti (J.T. Burtchaell), il modello interpretativo va cercato nella sinagoga: il sorgere della figure di guida della chiesa potrebbe essere modellato dalle istituzioni sinagogali. In particolare, contro la tesi di Burtchaell, Romanello ha avanzato due interrogativi: a) se è possibile sostenere che l'influenza sinagogale sia stata esercitata anche nelle comunità della missione paolina tra le genti; b) soprattutto, se non è abbastanza "complesso e cervellotico" un processo di evoluzione delle figure presbiterali, da una originale non rilevanza a una successiva riflessione teoretica che le accetta sulla base dell'istituzione sinagogale, ma, contemporaneamente, prendendo le distanze dai termini e dalle funzioni della sinagoga.
    Dopo le considerazioni sui modelli sociali interpretativi, è stata avanzata l'interpretazione teologica delle figure ministeriali. Romanello, partendo dalla kubšrnhsij di 1Cor 12,28, dal carisma del governo da esercitarsi in armonia con le varie membra del corpo ecclesiale, notava come - da parte di Paolo - la mansione della guida comunitaria sia stata emancipata dal modello sociale, per essere radicata nell'azione divina che richiede una corrispondente condotta responsabile nella comunità. Tale ermeneutica, stabilita da Paolo, è presupposta dai testi successivi. In At 20,28ss, in 1Pt 5,1-4 e in vari brani delle pastorali, i ministeri appaiono connessi a due polarità: l'iniziativa di Dio che pone le guide all'interno della chiesa e la responsabilità personale nell'ambito del servizio alla comunità. Il bene di questa costituisce l'orizzonte del ministero. Nella chiesa sub-apostolica, poi, le figure ministeriali vengono ad essere precisate in riferimento alla missione dell'apostolo, come eredi del suo ministero in quanto guida ecclesiale.

2.3. Alla considerazione dei dati biblici ha fatto seguito quella del ministero ordinato (a) nelle chiese della Riforma e nella teologia protestante e (b) nella teologia ortodossa.
    Angelo Maffeis, professore di teologia sistematica presso lo Studio Teo-logico "Paolo VI" del Seminario di Brescia, ha trattato il tema: Variazioni nella concezione del ministero nelle chiese della Riforma e nella teologia protestante.
    Nelle premesse, Maffeis ha precisato che, per comprendere in maniera adeguata il ministero ecclesiale, nelle chiese della Riforma e nella teologia protestante, bisogna essere consapevoli di non trovarsi davanti a un fenomeno originariamente unitario che, nel corso degli anni, ha avuto delle modifiche, ma davanti a orientamenti che, già dall'origine, presentano delle diversità. Dopo le premesse, Maffeis ha proseguito, dividendo la sua relazione in quattro parti.
    Nella prima parte, è stata considerata la Riforma luterana, quale punto di partenza per l'evoluzione delle concezioni e delle forme di esercizio del ministero ecclesiale nelle chiese protestanti. Al riguardo, sono stati dati dei cenni su alcuni aspetti significativi, sul fondamento del ministero in Lutero, sulla concezione del ministero in Calvino e sulla sintesi delle prospettive teologiche dei Riformatori.
    In particolare, sono stati evidenziati tre aspetti che rinviano alla concezione ecclesiologica di Lutero e al significato che, in essa, ha il ministero ecclesiale: la critica mossa nei confronti della definizione del ministero ordinato in chiave sacerdotale; il sacerdozio universale dei fedeli e, infine, la crisi della struttura episcopale di governo della chiesa, con l'interruzione della successione episcopale nell'ordinazione dei ministri.
    Maffeis ha mostrato, poi, come la riflessione teologica di Lutero, sul fondamento del ministero ecclesiale, abbia subito delle trasformazioni: da una prima fondazione "ecclesiologica" del ministero, successivamente, egli è passato a mettere in risalto il fondamento cristologico e apostolico. Anche il pensiero di Calvino ha avuto delle evoluzioni. Egli, nella sua riflessione ecclesiologica, si è orientato sempre più, dall'iniziale visione di chiesa basata sulla predestinazione e conoscibile solo da Dio, verso la chiesa visibile. Nel contesto dell'apprezzamento accordato al significato della chiesa visibile, l'ambito di esercizio del ministero ecclesiale, al di là del vangelo e dei sacramenti, si estende all'intera vita della comunità, sottoposta all'esercizio della disciplina ecclesiale.
    Riguardo alla sintesi sistematica delle prospettive teologiche dei Riformatori, contenuta negli scritti confessionali, sono state segnalate le principali questioni inerenti la loro interpretazione, cioè quale sia il fondamento della loro normatività e quanto ciò che in essi è affermato, riguardo alle forme concrete del ministero, sia vincolante per le epoche successive.
    La seconda parte della relazione si è soffermata sul fondamento del ministero ordinato e sul suo significato ecclesiale. In essa, sono stati trattati gli orientamenti della teologia contem-poranea, oltre che la relazione tra sacerdozio universale dei fedeli e ministero posto a servizio della predicazione e dei sacramenti.
    Per Maffeis, gli orientamenti della teologia evangelica contemporanea dipendono da tre fattori. Il primo è la crisi delle forme tradizionali dell'esercizio del ministero, connessa alle trasformazioni sociali e al loro impatto nella vita ecclesiale. Altro fattore, per una parte della teologia evangelica, è il disinteresse nei confronti del ministero ecclesiale, come riflesso dello scarso rilievo accordato all'ecclesiologia nella teologia sistematica. A giudizio di Maffeis, nella scia tracciata da K. Barth e con un certo influsso della sua prospettiva teologica, sono state elaborate proposte sistematiche in cui l'ecclesiologia e la teologia del ministero sono trattate soltanto come questioni marginali, ora nel senso della contrapposizione tra realtà carismatica della chiesa come evento e sua dimensione istituzionale (H.-J. Kraus), ora in quello del carattere storicamente contingente delle strutture ministeriali, per le quali diventa competente il diritto ecclesiale (J. Baur). Il disinteresse in questione, tuttavia, presente in una parte della teologia evangelica, dovrebbe progressivamente attenuarsi, a motivo del dialogo ecumenico.
    Per la teologia evangelica, in vista di una riflessione sul ministero ordinato, il punto di partenza è dato dal rapporto tra il sacerdozio universale dei fedeli e il ministero posto a servizio della predicazione e dei sacramenti. Nel dibattito del XIX e del XX secolo, a questo proposito, si sono confrontate due posizioni. Per alcuni (F.J. Stahl), il ministero ordinato, istituito immediatamente e direttamente da Dio, è rigorosamente distinto dal sacerdozio dei fedeli; per altri (J.W.F. Höfling), il ministero viene esercitato a nome della comunità cristiana, i cui membri possiedono i diritti derivanti dal sacerdozio universale, e sulla base del mandato conferito dalla comunità. L'orientamento della teologia evangelica contemporanea è, prevalentemente, verso la ricerca di un equilibrio tra l'affermazione del sacerdozio universale dei fedeli e il riconoscimento di un fondamento proprio per il ministero ecclesiale. La posizione dominante, poi, ritiene che non si possa far derivare dal sacerdozio comune dei fedeli il ministero ordinato: questo - nella prospettiva della Confessio Augustana - non è proprio di tutti ed è necessario, in quanto è a servizio dell'annuncio del vangelo e della celebrazione dei sacramenti, perché si possa giungere alla fede che giustifica.
    Nella sua terza parte, la relazione ha messo a fuoco il problema dell'ordinazione. Dopo aver spiegato il significato della critica mossa dai Riformatori alla sacramentalità dell'ordine, legata all'idea del sacerdozio sacrificale, Maffeis ha illustrato i differenti orientamenti attuali. Egli ha concluso sinteticamente la disamina dei documenti ufficiali delle chiese, dicendo che «ciò che risulta inaccettabile, per la teologia evangelica, è un'interpretazione della sacramentalità dell'ordinazione intesa come trasmissione di una "sostanza spirituale", di cui l'ordinante disporrebbe in quanto inserito in una successione ministeriale, e che trasmetterebbe all'ordinato. Per evitare questo pericolo, in alcuni casi, l'ordinazione è interpretata esclusivamente come mandato conferito dalla chiesa. Non è tuttavia impensabile per la teologia evangelica, in particolare per quella luterana, una comprensione dell'ordinazione come atto epicletico, la cui efficacia deriva dall'azione dello Spirito promesso alla chiesa».
    La quarta parte, infine, si è concentrata sui principali fattori che hanno spinto la teologia evangelica a prestare attenzione al tema dell'episcopato: la revisione delle strutture di governo intrapresa in numerose chiese e il dialogo ecumenico con le chiese di tradizione cattolica. Per il dialogo ecumenico, particolarmente, Maffeis ha considerato il confronto su episcopato e successione apostolica. Le conclusioni hanno riguardato le due risposte diverse alla questione del ministero episcopale, date, l'una, nell'ambito del dialogo anglicano-luterano e, l'altra, in quello della Concordia di Leuenberg del 1973. Questa tace sui ministeri e sulla struttura ecclesiale. Le indicazioni della Concordia di Leuenberg sono state, poi, riprese nel Documento di Vienna del 1994, dove è presente il tema del ministero episcopale, ma si dice che esso non garantisce la continuità apostolica.

2.4. La relazione sul ministero ordinato nella teologia ortodossa è stata affidata a Basilio Petrà, professore di teologia morale presso la Facoltà Teo-logica dell'Italia Centrale (Firenze), oltre che all'Accademia Alfonsiana (Roma) e al Pontificio Istituto Orientale (Roma). Precisamente, è stato trattato Il ministero ordinato nella teologia ortodossa del secolo XX. Alcune prospettive.
    Alcune riflessioni introduttive hanno dato modo, a Petrà, di stabilire il punto di vista storico della relazione e di fornire degli elementi di contenuto e di metodo: la trattazione si propone di indicare i problemi riguardanti il ministero, succedutisi nel corso del secolo XX, sulla base della riflessione di teologi che, per l'Ortodossia, sono molto importanti.
    Il primo problema verteva, all'inizio del secolo XX, sulla validità delle ordinazioni anglicane. A proposito, Petrà ha voluto precisare che la questione non è stata posta per avviare una riflessione riguardo alla loro validità intrinseca - assolutamente non riconosciuta - ma perché alcuni ministri anglicani sono passati all'Ortodossia.
    Negli anni trenta, è emerso il secondo problema: sacerdozio comune e sacerdozio gerarchico. S.N. Bulgakov, nel 1928, aveva parlato di un "dualismo unificato", secondo cui il laicato è unito al clero nella Sobornost della chiesa. Bulgakov, parlava di uno "speciale ordine" impartito dalla confermazione. Inoltre, per lui, ci sono due "ordini" e lo specifico del sacerdote è il sacrificio. N. Afanassief, in un articolo del 1935, ha utilizzato gli elementi offerti da Bulgakov, rompendo, però, lo schema dualistico. Per Afanassief, è importante l'uguaglianza ontologica dei fedeli e il sacerdozio comune. La gerarchia è una forma particolare del sacerdozio comune e si pone al servizio di esso. Nel 1948, con G. Florovskij, si sottolinea la "differenza funzionale" fra le cellule che compongono l'organismo ecclesiale.
    Il terzo problema, che sorge agli inizi degli anni settanta, concerne il ministero ordinato. J.D. Zizioulas, nel 1973, ha pubblicato un saggio poderoso, nel quale il ministero è stato visto soprattutto alla luce della Trinità e della comunità eucaristica.
    Dopo qualche annotazione sui dialoghi ecumenici (BEM e Valamo), Petrà ha trattato l'ultima questione: il sacerdozio femminile. Oggi, nell'Ortodossia, c'è un'apertura all'idea dell'ordinazione delle donne. Viene addotta, come esempio, la "parabola" di K. Ware. Questi, nel 1978, ha detto che non bisogna ordinare le donne, portando tre motivi: la testimonianza della tradizione, il principio iconico e l'ordine di natura. Successivamente, venti anni dopo, ha mostrato che gli argomenti, da lui stesso addotti, non reggono e ha invitato alla prudenza.

2.5. Tullio Citrini, professore di teo-logia fondamentale e sistematica, nel Seminario Arcivescovile di Milano (Venegono), ha trattato la questione Gradi del sacramento dell'ordine?
    La prima parte della relazione, con lo scopo di stabilire lo status doctrinae e lo status quaestionis, ha offerto, immediatamente, una rassegna delle posizioni del concilio di Trento e del concilio Vaticano II e, dopo, l'individuazione di tre aree, nelle quali si pone la questione sui gradi o sulle forme del ministero ordinato. Anzitutto, l'area del confronto ecumenico, con i problemi dell'episcopato, dell'interpretazione sacerdotale del ministero e dello schema ternario nei termini in cui ne parla il BEM. La seconda area tocca la questione dei ministeri dei laici e, in specie, dei ministeri femminili. Nella terza area, emerge il problema di identificare il senso del diaconato, in un momento di ricostituzione della sua figura storico-concreta.
    Citrini, nella seconda parte della relazione, si è impegnato in una presentazione di quattro diverse letture del problema. Si tratta, in altri termini, di quattro diverse codificazioni ermeneutiche, nelle quali, per Citrini, si trova il nodo reale, ma anche lo snodo più promettente dell'attuale riflessione sui gradi dell'ordine.
    La prima privilegia le relazioni ecclesiali e, di conseguenza, considera i diversi gradi dell'ordine a partire da correlazioni tra essi e verso l'intera comunità o al di là di essa. Un esempio, di tale lettura - peraltro guardata con simpatia da Citrini - viene trovato in LG 29, dove si legge che i diaconi sono «a servizio del popolo di Dio, in comunione col vescovo e il suo presbiterio».
    La seconda codificazione ermeneutica consiste nelle astrazioni concettuali: i gradi dell'ordine vengono definiti a partire da categorie interpretative di ordine generale come, ad esempio, quella di sacerdozio.
    La terza interpretazione, che si basa sulla declinazione gerarchica, si verifica quando si stabilisce una distinzione tra gli ordini, in base ai diversi poteri che conferiscono. Citrini nota che, nella storia della teologia dell'ordine, una lettura a partire dai poteri conferiti, e dai corrispondenti compiti, ha avuto uno spazio assai ampio.
    L'ultima delle letture considera le fenomenologie storiche: da questo punto di vista, l'attenzione ai diversi ministeri ordinati porta a raggiungere la loro identità sacramentale dall'interno di diverse figure connotate da tratti esistenziali e istituzionali contingenti. Si tratta di capire ciò che appartiene a un momento della storia e ciò che deve essere di sempre.
    Finita la rassegna delle diverse letture, la terza parte ha preso in esame gli interrogativi circa il senso del discorso sui gradi e sull'unità del sacramento dell'ordine. Riguardo al primo interrogativo, Citrini - dopo aver preso in considerazione il can. 18 del concilio di Nicea, la Lettera 146 di Girolamo e il De iactantia dell'Ambrosiaster, riguardo al rapporto tra presbiterato e diaconato - ha concluso dicendo che l'affermazione di una gerarchia interna di gradi dell'ordine è più solida che la sua comprensione inclusiva. Per il secondo interrogativo, Citrini ha spiegato che i gradi dell'ordine vanno compresi a partire dalla logica delle relazioni ecclesiali: in questa prospettiva, i gradi del ministero ordinato propriamente non sono episcopato, presbiterato e diaconato, ma il ministero del vescovo nel consesso del presbiterio con l'assistenza dei diaconi. Elaborata, in tali termini, una riflessione per comprendere bene l'articolazione e l'unità dei diversi gradi, Citrini ha indicato, nel principio genetico e strutturante della tradizione apostolica, l'elemento che fa capire al meglio il ministero ordinato nel suo insieme.

2.6. I poteri del vescovo: variazione nella canonistica degli ultimi decenni è stato il tema sviluppato da Pierluigi Mazzoccato, cancelliere della curia di Udine.
    Nella prima parte della sua esposizione, Mazzoccato ha portato l'attenzione sul carattere di servizio della potestà presente nella chiesa, come ragione formale dei poteri gerarchici.
    La relazione, poi, nella sua seconda parte, si è concentrata sulla potestà del vescovo, considerata, dapprima, nei suoi aspetti generali, fra cui, ad esempio, il ministero del vescovo, collaborato dal presbiterio, come elemento costitutivo nella nozione di diocesi, secondo il can. 369. Successivamente, è stata trattata la potestà «ordinaria, propria e immediata del vescovo» (can. 381) e «legislativa, esecutiva e giudiziaria, a norma del diritto» (can. 391, §§ 1 e 2)

2.7. Severino Dianich, professore di teologia sistematica nella Facoltà Teologica dell'Italia Centrale, in Firenze, ha tenuto l'ultima relazione del corso: Prassi ecclesiali e teologia dell'episcopato.
    Nelle premesse, Dianich ha precisato il taglio specifico della relazione, comandato dai problemi attuali e da quelli specifici dell'episcopato. È stato notato come il titolo della relazione insinui una divaricazione: da una parte, la teologia che sostiene e circonda la dottrina del Vaticano II e, dall'altra, la prassi segnata da alcuni problemi, quali, ad esempio, una insoddisfazione sull'attuazione della collegialità o un faticoso dibattito sulla natura delle conferenze episcopali.
    In vista di una concreta impostazione della riflessione teologica, Dianich, anzitutto, ha presentato alcuni dati della situazione attuale: ad esempio, la questione del duplice ordinamento canonico, occidentale e orientale; il problema del rapporto tra il vescovo e la sua chiesa in una rete relazionale di ampie dimensioni, tenendo presente che la diocesi media è di 390 mila cattolici; la condizione del collegio episcopale, con 4257 vescovi - di cui il 40% non diocesani - in ordine alla natura di un concilio ecumenico.
    In secondo luogo, la relazione ha evidenziato un "punto cruciale": il Vaticano II, che ha definito la sacramentalità dell'episcopato, tuttavia, ha pensato il sacramento indipendente dalla relazione del vescovo con la chiesa locale, affidando quest'ultima alla missio canonica, e ha reso, pertanto, pensabile un vescovo senza una sua chiesa.
    Il ministero del vescovo nella sua chiesa particolare ha caratterizzato la terza parte della relazione. Per superare una concezione puramente giuridica dell'episcopato, il Vaticano II ha assunto il modello di vescovo di Ignazio di Antiochia. Anche se il modello sembra anacronistico, nella vasta dimensione della diocesi moderna, tuttavia, il Vaticano II ha descritto il ministero episcopale nel quadro della relazionalità sacramentale e della prossimità personale (cf LG 25.27).
    Successivamente, nella quarta parte, si è preso atto della questione della collegialità dei vescovi e della comunione delle chiese, nel quadro della circolarità tra chiesa universale e chiesa particolare. La communio hierarchica condiziona la legittimità del ministero, ma non ne costituisce l'origine. Questa è data dal sacramento: in forza della consacrazione episcopale, si è costituiti membri del corpo episcopale (cf LG 22). Quindi il vescovo porta sempre con sé, in forza del sacramento, la dimensione collegiale del suo ministero. Il rapporto con una chiesa particolare, poi, rende possibile che il vescovo, di fatto, eserciti i carismi sacramentali, nel rapporto con persone determinate. In questa prospettiva, il collegio episcopale non è solo espressione della comunione fra i vescovi, ma anche della comunione che lega fra loro le chiese locali. Ne deriva che la prima ed elementare forma dell'esercizio della collegialità è quella del servizio alla comunione delle chiese locali. Nella circolarità fra chiesa particolare e chiesa universale, si dà una duplice direzione della collegialità, come convergenza sia dall'alto (collegio episcopale comprensivo del papa) e sia dal basso. In quest'ultimo caso, si tratta della collegialità locale sulla base di raggruppamenti locali di chiese.
    Sul tema delle istanze della collegialità locale, considerato nella quinta parte della relazione, sono state messe a fuoco due questioni. La prima riguarda l'autonomia del singolo vescovo: prendendo spunto da alcune affermazioni di Apostolos suos (n. 3.7.20), Dianich asserisce che dal de iure divino (a) della sacra potestas del collegio e del papa sulla chiesa universale e (b) della potestas del singolo vescovo sulla sua chiesa, non si deduce necessariamente che sia de iure divino anche l'esclusione di qualsiasi istanza intermedia. Il codice orientale smentisce questa tesi, quando, richiamandosi al valore vincolante della tradizione, sottomette il vescovo all'autorità del metropolita e del patriarca. La seconda questione tocca la collegialità locale: per LG 23, il raggruppamento di chiese appartiene al disegno della divina provvidenza. Al concilio, poi, si era affacciata l'opportunità di allargare il sistema patriarcale (cf CD 3 e OE 11).
    Nelle conclusioni della relazione, Dianich ha evidenziato i vantaggi che deriverebbero dall'articolazione dell'episcopato su diversi gradi, con forme di ministero collegiale locale a diversi livelli, oltre che i risvolti di una prospettiva di riforma della struttura episcopale - in analogia all'ordinamento orientale -per una nuova forma di esercizio del primato.

Nunzio Capizzi

 

3. Riflessioni in ordine al Convegno ATI 2003

    Riflettendo sulla traccia del Convegno 2003 (in termini molto generali), mi è parso opportuno ritornare sul problema del ri-centramento del nucleo del Vangelo e comunico qualche risultato "iniziale" e privo di sistematicità.
    Il punto di partenza è costituito dalla consapevolezza di dover sperimentare "quotidianamente" la forte strutturazione della chiesa oggi. Carisma, istituzione, potere, ecc., e in particolare il Magistero (in tutte le sue forme) che determina spesso o quasi esclusivamente contenuti e metodi dell'evangelizzazione. Il rischio è quello di "dimenticare" la sostanza dell'Evangelo di Gesù Cristo. Per cui, un primo momento di analisi potrebbe essere la presa d'atto di una situazione: lettura critica dello sviluppo della tradizione (dal Vaticano II?) e l'emergenza "prepotente" di alcune sue forme (perché?).
    Il ri-centramento del "nucleo" dell'Evangelo e le istanze culturali (dopo Brescia?) comportano un serio ri-pensamento (è questa la riforma della chiesa, già suggerita come tema da P. Coda?) della vita della chiesa e della sua azione evangelizzatrice: la verità sulla chiesa, come verità evangelica (tradizione autentica), da cui la chiesa stessa attinge la sua forza "critica" che norma ogni sua azione (intreccio di ecclesiologia e teologia fondamentale).
    Alcuni interrogativi:
- quale chiesa e quale evangelizzazione nella cultura contemporanea (contenuti e metodo)?
- quale il ruolo della riflessione teologica in tale processo di ri-pensamento?
- quale linguaggio teologico per un'autentica e credibile comunicazione della fede?
    Ho solo "pensato" alcune cose, di riflesso con la pista-Canobbio, che potrebbero venire ulteriormente sviluppate e meglio sistemate sotto il profilo strettamente teologico. È solo un inizio!
    Va detto anche che non è da trascurare, nel discorso complessivo, il problema sempre più emergente del dialogo interreligioso (connesso all'azione evangelizzatrice?).

Giovanni Ancona

 

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Rassegna di Teologia è la rivista trimestrale, curata dai padri gesuiti della Sezione San Luigi della Pontificia Facoltà dell’Italia Meridionale (Napoli), che ospita tra le sue pagine il Forum dell’A.T.I.

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