* La ricostruzione dettagliata della storia dell'Associazione Teologica Italiana dalla fondazione (1967) al 2012 è offerta dal libro di Simona SEGOLONI RUTATradurre il Concilio in Italiano. L'Associazione Teologica Italiana soggetto di recezione del Vaticano II. Presentazione di Severino Dianich ("Forum ATI" - 12), Glossa, Milano 2013, pp. 528.

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* Roberto REPOLE - Francesco SCANZIANI, «Associazione Teologica Italiana: quarant'anni di teologia in Italia. Opzioni metodologiche», in La Scuola Cattolica 138 (2010) pp. 5-23.

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* Severino DIANICH, A trent'anni dalla fondazione dell'Associazione Teologica Italiana (1967-1997). In occasione del XVI Congresso Nazionale (1997):

Premessa

È una commemorazione: un genere letterario che non mi piace, ma che ormai mi si addice, perché una volta che si è entrati nella vecchiaia, si è chiamati a commemorare. Serve? Quanto una cerimonia. Ciò che servirebbe veramente, al livello degli studi, sarebbe una ricerca storica, che ormai sta diventando possibile e plausibile, su questo trentennio: raccogliere o studiare le fonti e la non scarsa letteratura, se pure in buona parte di tipo giornalistico, edita in questi anni sull’operato dell’ATI.
L’ipotesi solleva il problema del nostro archivio, che dovrebbe essere affrontato viventi ancora i nostri segretari Marranzini, Molari, Grossi, Valentini.

Le ragioni dell’ATI

Trent’anni fa, dal 2 al 5 gennaio 1967, a Napoli nella Casa di Esercizi S. Ignazio a Cappella Cangiani, si riunivano per la prima volta per un "Incontro" i teologi italiani del settore della dogmatica, a imitazione di quanto da tempo facevano già i biblisti e da poco avevano iniziato a fare i professori di teologia morale, e votavano un documento nel quale si dava origine all’Associazione Teologica Italiana, "con lo scopo principale di sviluppare la cultura teologica in Italia, sia quanto alla ricerca, sia quanto alla sua diffusione".
L’idea era nata nella mente di due celebri professori della Gregoriana, Maurizio Flick, italiano nonostante il cognome, e Zoltan Alszeghy, ungherese, amico e costante collaboratore di Flick in comuni ricerche, i cui risultati si pubblicavano in Italia, e quindi legato ormai all’ambiente italiano. Il progetto scaturiva anche dall’esperienza delle Settimane Teologiche, che la Gregoriana da anni organizzava soprattutto per i propri ex-alunni italiani. Assieme a loro stavano portando avanti l’idea anche padre Marranzini della Facoltà dei Gesuiti di Napoli, traduttore e divulgatore delle opere di K. Rahner, e Arialdo Beni che, assieme a Settimio Cipriani, aveva dato vita, per la prima volta, ad una collezione di manuali di teologia per i seminari, redatti in lingua italiana. La mia partecipazione a questi progetti, essendo io allora del tutto alle prime armi, era dovuta al solo fatto che ero stato allievo di Flick.
L’idea cominciò a prendere corpo in una riunione informale (presenti Flick, Alszeghy, Beni, Marranzini, Colombo, Dianich e altri) - di cui non credo esista un verbale - avvenuta in una stanzetta della Domus Pacis, in un intervallo del Congressus Internationalis de Theologia Concilii Vaticani II, che aveva radunato tutte le menti pensanti della teologia cattolica oltre a rappresentanti di altre chiese (Karl Barth in testa), alla fine del Concilio, per una specie di entusiasmante kermesse, auspicante un brillante futuro per la "sacra doctrina".
In Italia si aveva una forte sensazione della grandezza del compito dell’aggiornamento, e nel contempo della insufficienza del personale, degli strumenti e delle strutture, dovuta alla dispersione delle forze nelle innumerevoli piccole scuole dei seminari diocesani locali e alla scarsità e debolezza delle istituzioni accademiche.
È interessante osservare che il Beni all’Incontro di Napoli, proponendo le ragioni per la costituzione dell’ATI, non si poneva affatto il problema dell’eventuale inutile sovrapporsi di un’associazione alle istituzioni delle facoltà e dei seminari.
Evidentemente queste non venivano considerate come i luoghi nei quali effettivamente "si sviluppa la cultura teologica in Italia". Egli adduceva la situazione anomala di una chiesa che aveva molti teologi ("tanti... fin troppi"), i quali però si ignoravano a vicenda, erano culturalmente del tutto dipendenti dall’estero, non esercitavano alcun influsso sulla cultura e la pubblica opinione italiana e, addirittura, godevano di scarso prestigio perfino presso i propri alunni.
Una dettagliata relazione sugli sviluppi della teologia italiana nei decenni precedenti sarà pubblicata invece da Flick e Alszeghy su Gregorianum, subito dopo l’incontro di Napoli. Vi si ricordano i grandi tentativi di rinnovamento verificatisi nella teologia italiana nell’800 e nel primo 900 (Rosmini, Gioberti e i modernisti). Ma ben si sa quanto e come questi fermenti innovatori siano stati repressi. La conseguenza inevitabile fu quella che il Gemelli nel 1907 doveva lamentare, cioè una barriera creatasi fra la cultura cattolica e la vita intellettuale italiana. La situazione politica con le sue tensioni fra chiesa e società civile, a causa della questione romana, vi aveva contribuito non poco. È così che nella riflessione teologica si era verificata una vera e propria "stagnazione": all’inizio del secolo la teologia italiana non aveva prodotto altro che una dozzina di manuali e si esprimeva attraverso non più di due riviste (Divus Thomas di Piacenza e La Scuola Cattolica).
Dagli anni 20 in poi la situazione si rimette in moto, anche se sul terreno assai modesto dell’apologetica e dell’informazione di quanto si elabora e si propone altrove. Non mancheranno però nel quarantennio, che da allora conduce al Concilio, personalità interessanti che hanno esercitato un notevole influsso sulla chiesa italiana: si ricordino i nomi di padre Vaccari, di Piolanti, di Parente, di Spiazzi, di Ceriani, di Carlo Colombo e Cipriano Vagaggini, e quello di un cantore extra chorum come Divo Barsotti, i cui libri (unico italiano di quei tempi) vengono tradotti all’estero.
Nel periodo immediatamente precedente al Concilio, cioè nel decennio 50-60, secondo Giuseppe Colombo, la teologia in Italia "è dominata dal problema mariologico; o più esattamente dalla dottrina mariologica, in quanto il momento della problematicità, legato alla questione della definibilità dell’Assunzione, era stato rapidamente superato". Questo significa di conseguenza che è una "teologia del magistero" quella che si afferma e si divulga in Italia.
Intorno al Concilio, poi, il rinnovamento si stava attestando un po’ dovunque, sulla ricerca di carattere positivo: indagini bibliche, patristiche, storiche, liturgiche e innumerevoli commenti ai documenti del Vaticano II. In questo quadro l’incontro di Napoli, che radunava i docenti di teologia dogmatica, si trovava ad affrontare il problema di una specie di spiazzamento della tradizione teologica dogmatica, quasi che si dubitasse dell’utilità di un’operazione seconda in teologia, rispetto all’operazione prima che spettava alle ricerche positive.
Anche da qui nasceva l’esigenza di una specifica associazione, che promuovesse lo studio delle questioni epistemologiche e metodologiche di fondo, e poi le innumerevoli operazioni ermeneutiche indispensabili per un rinnovato rapporto tra la riflessione sulla fede e le grandi tematiche che agitano di tempo in tempo il pensiero umano.

Il percorso

Flick e Alszeghy indicano due problemi prevalenti per la teologia italiana nel momento della nascita dell’ATI: quello del rapporto con il magistero e quello delle relazioni della teologia dogmatica con altre discipline teologiche. La prospettiva del momento, quindi, appare assai ristretta. Ben altri saranno in realtà i problemi che l’ATI incontrerà e affronterà lungo il suo cammino.
Il primo dei due, però, affiorò immediatamente, anche perché all’incontro di Napoli fu relatore sul tema del magistero Carlo Colombo, teologo e vescovo. Egli stesso confessava all’inizio della sua relazione il proprio imbarazzo per questa sua doppia veste. Pur grandemente meritevole del rinnovamento che la teologia italiana aveva intrapreso fino allora, la sua presa di posizione sul tema apparve a molti voler vestire la teologia con una camicia molto stretta. Questo non impedì la sua elezione a primo presidente dell’associazione. Egli stesso però si rendeva conto dell’ambiguità della situazione e nel congresso del 1969 a Sestri Levante cedeva il passo a Luigi Sartori, il quale guiderà l’associazione, attraverso gli anni della contestazione fino al 1989, su posizioni aperte al rinnovamento, impedendone l’attestarsi su di un conservatorismo sterile, anche se questo costò il progressivo allontanarsi di molti soci della prima ora.
Né mancarono aspre polemiche dopo il congresso sulla svolta antropologica della teologia, ad opera soprattutto di padre Cornelio Fabro, e dopo quello sul tema della salvezza, condotte da Gianni Baget Bozzo e il gruppo Renovatio. L’associazione si è mossa sempre con l’intenzione di cogliere i problemi avanzati e le prospettive di futuro della riflessione teologica, non tanto e non solo sul piano puramente speculativo teoretico, ma anche con gli occhi aperti sulle questioni vitali della chiesa italiana. Il rapporto con la chiesa è stato intenso: non si è mai voluto operare al rimorchio delle esigenze pastorali del momento, ma si è sempre tenuto teso lo sguardo sulla situazione della chiesa in Italia, sui programmi pastorali della CEI e soprattutto sulle sollecitazioni che potevano venire alla teologia dai fermenti culturali dell’ambiente italiano, in modo che di fatto i lavori dell’ATI hanno sempre avuto una certa eco nell’opinione pubblica.
Le relazioni con l’episcopato in certi momenti sono state velate da una certa diffidenza, ma senza che questa si esternasse mai in conflitti espliciti e precisamente determinati. La nascita della Società Italiana per la Ricerca Teologica (SIRT) ha dato luogo a molte illazioni e al sospetto che si fosse trattato di un’operazione voluta dall’alto per sostituire l’ATI, che sarebbe stata ritenuta dall’autorità ecclesiastica poco affidabile, anche se i responsabili della SIRT hanno sempre smentito una simile interpretazione. Di fatto fra le due associazioni oggi il rapporto è buono, anche se c’è motivo di lamentare la dispersione di forze che si verifica in un campo tutt’altro che ricco di operatori e di mezzi.
I 25 volumi editi in questo anni, contenenti gli atti dei congressi nazionali e zonali e le lezioni dei corsi di aggiornamento, oltre all’ingente materiale di riflessione che si è depositato lungo gli anni nei Forum-ATI di Rassegna di Teologia, sono lì a testimoniare il fervore del lavoro compiuto.
Non si è mai avuta né si ha la presunzione di rappresentare tutta la teologia italiana, però ormai nessuno potrà fare la storia della teologia italiana di questo secolo senza prestare attenzione al lavoro dell’ATI.

Prospettive

Vorrei qui, prima di tutto, sottolineare due prospettive di lavoro che già autorevolmente il consiglio di presidenza ha proposto e, in parte, già attuato. La prima è interna ad una linea che ha sempre caratterizzato l’ATI, quella cioè della riflessione epistemologica. In questo ambito gli ultimi anni ci hanno visti particolarmente attenti al fenomeno del dominio del pensiero scientifico nella nostra cultura: pur nel parziale superamento degli assolutismi del positivismo e neo positivismo, resta questo un dato con il quale la teologia deve confrontarsi continuamente.
È quanto abbiamo fatto a partire dal congresso di Brescia del 1989 e che ritengo dobbiamo continuare a fare. Ma nessuno ignora che oggi un altro nuovo orizzonte della teologia mondiale si sta delineando con una certa chiarezza: è quello di una mutata dimensione del quadro nel quale impostare la riflessione e la ricerca. Mentre la teologia sta ancora abituandosi ad operare in maniera transconfessionale dentro l’ambito cristiano, le si apre davanti la grande area dell’esperienza religiosa mondiale. Nessuno pensa oggi che il patrimonio della rivelazione cristiana sia l’unico degno di essere oggetto di riflessione, come se fosse destinato a soppiantare tutte le altre esperienze religiose del mondo. Allora non c’è tema di studio che non possa e non debba essere trattato all’interno dell’ecumene religiosa del pianeta. L’intento del teologo ovviamente non è quello del sincretismo, né necessariamente quello dell’apologetica. Si tratta piuttosto di illuminare se stessi, scoprire meglio le pieghe della propria esperienza di fede.

Severino Dianich
Presidente dell'ATI
per gli anni 1989-1995

 

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RASSEGNA DI TEOLOGIA

Rassegna di Teologia è la rivista trimestrale, curata dai padri gesuiti della Sezione San Luigi della Pontificia Facoltà dell’Italia Meridionale (Napoli), che ospita tra le sue pagine il Forum dell’A.T.I.

Per maggiori informazioni: www.rassegnaditeologia.it

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