Abbiamo chiesto a Fabrizio Fabrizi sj, docente di Teologia fondamentale alla Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna e autore di uno studio su Armido Rizzi, la presentazione di alcuni tratti del pensiero del teologo recentemente scomparso che per molti anni ha partecipato attivamente alla vita della nostra Associazione, anche come membro del Consiglio Direttivo (dal 1989 al 1994).

 

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In ricordo di Armido Rizzi, teologo attuale

 Uno studioso poliedrico

Lo scorso 17 agosto ci ha lasciati, all’età di 87 anni, Armido Rizzi, teologo tra i più originali e innovativi della nostra epoca. In quasi cinquant’anni di attività, Rizzi è stato docente di Filosofia della Religione e Antropologia Teologica, membro della redazione di Servitium, della Rivista di Teologia Morale e della direzione di Filosofia e Teologia. Ha curato e pubblicato una trentina di libri e centinaia di articoli su varie riviste, confrontandosi sistematicamente con le sfide e le questioni più radicali e urgenti per il cristianesimo. La sua ricerca teologica ha spaziato dall’ermeneutica teologica alla cristologia, dalla fenomenologia della religione al dialogo tra cristianesimo e altre religioni, interrogando e lasciandosi orientare dalla peculiare prospettiva etico-religiosa della Bibbia. Una menzione particolare per l’importante attività di seria divulgazione teologica che Armido ha svolto a Fiesole presso il Centro Sant’Apollinare, da lui fondato e animato dal 1980 al 2008 insieme a sua moglie Alberta e sua figlia Benedetta, e che nel corso degli anni ha prodotto 67 Quaderni di S. Apollinare. Come è già stato ricordato nel messaggio commemorativo della nostra Associazione, Rizzi è stato anche membro attivo dell’ATI attraverso la sua partecipazione a Convegni, con interventi qualificati e appassionati.

Un teologo attuale

Il pensiero di Armido è attuale non perché segua l’onda del momento, con le sue questioni periferiche, le sue mode e le sue soluzioni accattivanti e spesso demagogiche, ma perché si confronta con rigore, onestà, acribia e senza remore con le problematiche fondamentali della verità cristiana, reimpostando il discorso teologico non accanto ma dentro la Bibbia. Seguendo la sua proposta riflessiva, significa attingere l’intelligenza specifica delle Scritture ebraico-cristiane in ordine alla comprensione del rapporto Dio-uomo-mondo, mettendo a fuoco che la verità della rivelazione non è una verità di ordine noetico-istruttivo ma a carattere esistenziale. La verità della rivelazione non aggiunge conoscenze ulteriori su di una previa conoscenza di Dio formatasi altrove (per esempio, nel logos filosofico), ma conduce il cuore dell’uomo a ritrovare nel vivo della propria esperienza la novità dell’accadere di una Parola di amore libera, gratuita e trascendente che dischiude per il singolo uno spazio di esistenza oltre il determinismo del desiderio. Tuttavia, in un epoca come la nostra, dominata dall’esaltazione e dalla retorica del desiderio, dove è possibile ritrovare un’esperienza di Trascendenza non autoritativa ma persuasiva? La straordinarietà della riflessione rizziana consiste proprio nell’articolare una figura di uomo (e di Dio) oltre l’organicismo sociale (proprio del pensiero antico e medioevale) e oltre la libertà individualista (pensiero moderno e post-moderno), legittimando la proposta di «terzo uomo» propria della teologia dell’Alleanza biblica.

Rizzi, teologo dell’alterità

Ritengo che l’immagine che più di ogni altra riassume efficacemente Rizzi come «teologo dell’alterità» sia quella di un pensatore che ha esercitato la propria vocazione intellettuale tenendo su una mano la Bibbia e sull’altra non solo i Grandi Testi della Filosofia e della Cultura, ma anche i quotidiani e tutte quelle fonti di informazioni riguardanti i costumi e gli stili di vita dell’uomo contemporaneo. Anzitutto, la Bibbia: Rizzi amava presentarsi quale teologo ebraico-cristiano, non per un cliché modaiolo anti-cattolico ma perché innestava il proprio essere cattolico sulla radice dell’alleanza biblica, non nella disgiunzione ma nella congiunzione di Antico e Nuovo Testamento, da cui l’evento cristologico non rappresenta il superamento dell’antico patto mosaico quanto piuttosto la sua ricostituzione e il suo rilancio universalistico.

Quindi, i testi dei grandi pensatori antichi, moderni e contemporanei uniti alla lettura di articoli di giornali e riviste. Legittimamente possiamo chiederci cosa potesse accomunare nella riflessione e nella sana curiosità intellettuale di Rizzi letture così disparate e difficilmente componibili tra loro. Armido, invece, aveva individuato un filo rosso che accomunava testi così diversi: la convergenza della declinazione della realtà fatta dal pensiero antico e medioevale e quella elaborata in epoca moderna e contemporanea sotto la categoria del desiderio, la cui parabola, dall’antichità sino ai nostri giorni, è giunta a caratterizzare l’uomo contemporaneo – non solo delle società occidentali ma anche delle cosiddette società in via di sviluppo – come l’essere umano dell’«erba voglio».

E’ evidente che Armido non fosse approssimativo e superficiale nell’assimilare e appiattire sotto un’unica definizione semplicistica e stereotipata la concezione ontologica classica dell’uomo «desiderio di felicità e di Dio», così come l’hanno potuta genialmente elaborare autori quali Platone, Aristotele, Agostino e Tommaso d’Aquino, da quella più fugaci e descrittive delle riviste generaliste dei nostri giorni. Ma più in profondità, egli aveva colto che l’individualismo teorizzato dai filosofi, quale cifra delle nostre società industrializzate e tecnologiche, aveva subìto una profonda metamorfosi ai nostri giorni, cogliendo il passaggio avvenuto dall’identità progettuale dei Moderni a quella narcisista e fugace della nostra epoca. Mentre l’individualismo moderno manteneva ancora una caratterizzazione etico-morale, collegando l’iniziativa imprenditoriale del singolo all’estensione dei vantaggi economico-sociali per una sempre più vasta platea di individui, l’individualismo narcisista contemporaneo esalta l’insindacabile rivendicazione dei diritti del singolo a scapito dei suoi doveri nei riguardi della società, con l’affermarsi dell’imperante legge del profitto economico quale principio di regolazione sociale e, a livello individuale, dello sdoganamento di comportamenti eticamente discutibili.

Dinanzi alla crisi e alle sfide attuali, taluni individuano la causa unica e necessaria di quello che ai loro occhi appare essere un degrado culturale e sociale, alla cosiddetta secolarizzazione, intesa come perdita del riferimento al Trascendente del mondo dei valori e della vita sociale. Dalla parte opposta, altri intellettuali riconducono la crisi della nostra epoca al processo di «secolarizzazione della secolarizzazione», ossia alla rinuncia alle «grandi narrazioni» (Lyotard), ai grandi ideali universali di trasformazione sociale (a titolo esemplificativo, si pensi agli ideali illuministici o a quelli del marxismo). I primi critici auspicano come soluzione un ritorno al passato (alla società di stampo religioso: un esempio attuale è quello di vari sovranismi), i secondi reclamano una ripresa del progetto di emancipazione iniziato con l’illuminismo (vd. Habermas). Tuttavia, le critiche che rilevanti figure del pensiero post-moderno avanzano contro i vari progetti totalizzanti (da quelli religiosi a quelli laici) evidenziano rispettivamente la radice ideologica o utopistica di una società globale e uniformata da valori universali uguali per tutti, e l’interesse materialista che sottende le varie teorie capitaliste.

Rizzi sfugge ad entrambe le due concezioni appena abbozzate, quella organicistica delle società collettiviste e quella individualista del materialismo capitalista; e, d’altra parte, confrontandosi con alcuni autori post-moderni (penso, per esempio, con il pensiero di G. Vattimo), evidenzia che se la loro critica a tutte le teologie e filosofie della storia sono pertinenti, tuttavia tale critica non colpisce la concezione della storia ricavabile dalle Scritture ebraico-cristiane. I critici post-moderni ritengono che l’epoca nella quale viviamo rappresenti l’epoca della «fine della storia», ad indicare l’insostenibilità della pretesa di un fine unico e necessario che unificherebbe tra loro, dandone sbocco, per gli svariati fatti contingenti. Non importa che si tratti di un fine trascendente (escatologico) o immanente, in quanto la storia umana sarebbe caratterizzata esclusivamente dalla contingenza e finitezza, non dall’unità ma dalle differenze (non solo culturali ma anche all’interno dello stesso individuo), non dalla struttura stabile e permanente ma dalla provvisorietà. Il crollo dei grandi modelli unitari (siano essi religiosi o immanenti) rappresenta per i pensatori post-moderni una chance inedita, di riconoscere agli individui il loro potere creativo, sganciato da riferimenti ideali e valoriali forti.

Ciò che però il pensiero post-moderno non aveva messo in conto, quantomeno nell’analisi critica avanzata da Rizzi, era che la fine delle ideologie non ha inaugurato il tempo della responsabilità personale quanto, piuttosto, il tempo del disimpegno individuale, della rinuncia alla coscienza etico-morale, bensì l’avvento della soggettività «no-limits», dell’affermazione della sovranità del desiderio individuale quale unica norma dell’agire individuale anche a motivo – e ciò soprattutto nelle società cosiddette opulente – della produzione e diffusione di un’enorme quantità di beni ed opportunità che nessuna epoca precedente aveva mai conosciuto.

E qui si innesta il primo e imprescindibile riferimento di Rizzi in quanto teologo: la Bibbia. Piuttosto che assecondare gli allarmi foschi di taluni o le tendenze relativiste – diffuse anche all’interno della riflessione cristiana – da parte di altri, Rizzi intravvede nell’epoca attuale un’occasione favorevole per la teologia e per la prassi cristiana, a patto che essa si radichi nelle Scritture ebraico-cristiane, mettendo al centro l’esortazione proveniente dal Concilio Vaticano II, di fare della Scrittura l’anima della teologia e della vita cristiana. Nella sua ricerca Rizzi ha saputo comporre insieme, in modo sapiente ed originale, due tendenze importanti della Teologia cristiana del Novecento: riferire la grande stagione rappresentata dalla Teologia della Liberazione alla Teologia esistenziale di R. Bultmann, correggendone gli unilaterali estremismi di entrambe queste due correnti teologiche. Brevemente, per il nostro significa coordinare e non separare fede e amore di carità (agape), intendendo con questi due momenti tra loro correlati l’inesauribile dinamismo dell’iniziativa di amore di liberazione da parte di Dio come appello alla decisione esistenziale rivolto al singolo di aderirvi e che, una volta accolto, diventa per il soggetto umano principio di un agire di giustizia e liberazione nei riguardi dei poveri e degli esclusi.

Iniziativa di liberazione di Dio che è mediata dall’appello che la condizione di bisogno del povero rivolge al singolo individuo e che chiede a costui di non restare determinato dalla logica autoreferenziale del desiderio, ma di lasciarsi ridefinire in profondità dall’inedita intenzionalità di servizio gratuito e disinteressato verso l’altro fragile, indifeso e in pericolo: «Dio si annuncia all’orizzonte dell’uomo non come una realtà che vada anzitutto pensata e detta, ma come la realtà che strappa l’uomo a quel radicale amor sui che è la terra nativa dell’umano, la sua cellula originaria: l’identità di desiderio. Nella carne viva di quest’identità Dio apre una breccia, dove s’accende un’identità nuova: una presenza che porta dentro di sé una valenza assoluta e autogiustificantesi, un’esigenza che non ha bisogno di altro per imporsi, perché è orizzonte a se stessa. Ora, valenza ed esigenza non esprimono un’istanza di pensiero ma di azione; non dicono ‘Io sono’ ma ‘Tu devi’. O, se vogliamo, l’‘Io sono’ di Dio, in quanto si manifesta all’uomo, ha la sua prima identità nell’efficacia di attivazione dell’uomo, nel negare la sua identità di desiderio e nell’instaurare un’identità di appello, di vocazione. […] La differenza è dunque nello scarto sostanziale tra l’orizzonte disegnato dall’adesione di me a me (come condizione trascendentale di ogni mio conoscere e agire) e l’orizzonte che si profila all’evento dell’incondizionato ‘è giusto che…’. […] Giusto è ciò che merita di essere, e quindi pretende di essere accolto, rispettato, custodito, promosso; aldilà di ogni considerazione riguardante l’io ma, proprio perciò, capace di sollecitare l’io al superamento radicale di se stesso e di elevarlo all’ordine dell’assoluto» (Armido RIZZI, «Introduzione», in Id., Differenza e Responsabilità. Saggi di antropologia teologica, casa editrice Marietti, Casale Monferrato (AL) 1983, pp. 5-6).

La riflessione teologica di Rizzi rappresenta una risposta quanto mai attuale alle sfide che la temperie culturale e sociale che stiamo vivendo pone al cristianesimo e alla Chiesa, sollecitando  una lettura dei segni dei tempi non come dimostrazione appariscente della presenza cosale di Dio nel mondo, ma come rifondazione della libertà umana all’alleanza con il Signore della vita, ad essere segno concreto e creativo del suo amore liberante nel vivo delle vicende umane.

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