Guardando a ciò che viene pubblicato in questi giorni sul web ci si accorge facilmente di quanti siano i tentativi di interpretare anche in prospettiva teologica il tempo nel quale ci troviamo a vivere, a soffrire, a resistere, a lottare, ad ammalarci, a guarire e a morire.

Non è un tempo “normale”, come ha messo bene in evidenza Roberto Repole in un suo recente intervento. C’è il timore che la non-normalità possa durare a lungo e segnare i giorni e gli anni che verranno, trasformando per molti la “normalità” in un ricordo.

Possiamo, noi teologi e teologhe, ricorrere a categorie “normali” per cercare di comprendere questo tempo alla luce del vangelo di Gesù Cristo?

Modelli di pensiero provvidenzialistici o apocalittici sembrano inadeguati e poco rispettosi tanto del vangelo quanto della realtà di cui facciamo esperienza. Il silenzio, per certi versi doveroso di fronte al carattere non-logico del male, non si addice fino in fondo a chi si professa teo-logo/teo-loga. L’azione eticamente responsabile è necessaria, sul fronte della cura di chi è colpito dal male e su quello del governo della cosa pubblica: essa ha però bisogno di parole capaci di dirne le ragioni e il senso. Anche la preghiera e la celebrazione rituale, con le trasformazioni alle quali oggi assistiamo nel passaggio dallo spazio fisico all’ambiente digitale, hanno bisogno di essere ri-comprese con un rinnovato sforzo dell’intelligenza.

La “non-normalità” di questo tempo ci chiede e ci chiederà di continuare a fare teologia insieme.

Ai congressi di Assisi (2015) e di Bologna (2017) ci siamo interrogati sulla salvezza: potrebbe essere utile ripercorrere ciò che è emerso in quelle due occasioni per passarlo al vaglio del momento presente (e viceversa: vagliare il presente alla luce di ciò che abbiamo pensato allora).

I volumi nei quali sono pubblicati gli atti dei due congressi portano in copertina, rispettivamente, l’immagine di Cristo risorto che scende agli inferi per prendere per mano il primo Adamo (di Ambrogio Lorenzetti) e quella caravaggesca delle sette opere di misericordia, nella quale campeggia un altro braccio teso, quello dell’angelo, capace di trasmettere il dono della grazia senza entrare in contatto con i destinatari.

Prossimità e distanza, proprio come siamo chiamati a vivere in questi giorni, celebrando una Pasqua “non-normale” ma vera.

Riccardo Battocchio
4 aprile 2020