Teologia in ascolto:
l’identità umana e la sua comprensione tra scienza e tecnologia

Seminario precongressuale della zona Centro
(Pisa, 21 ottobre 2006)

   L’esigenza di pensare efficacemente la persona umana rende sempre più evidente la necessità di un’attenta ricerca interdisciplinare, capace di superare l’unilateralità di prospettive troppo ristrette. Per la riflessione teologica ciò significa, tra l’altro, affiancare alla tradizionale attenzione per la ricerca filosofica anche una puntuale considerazione di quanto emerge entro le diverse scienze, quelle umane come quelle naturali. C’è, dunque, un’esigenza di ascolto, capace di far spazio alla varietà dei linguaggi elaborati dalle scienze, promuovendo momenti di raccordo e di scambio, nei quali esse possano esprimersi e dialogare efficacemente. È per rispondere a tale istanza che l’ATI Centro ha promosso la Giornata di Studio del 21 ottobre 2006 su “Teologia in ascolto: l’identità umana e la sua comprensione tra scienza e tecnologia”, svoltasi a Pisa in una sede significativa come la Domus Galileiana.
   Stimolante il programma, articolato su comunicazioni di docenti delle diverse aree scientifiche (in maggioranza provenienti dai vari Istituti Universitari presenti a Pisa) inframmezzati da tempi per la posizione di interrogativi e per il dibattito. Tra le discipline interpellate un ampio spazio era significativamente riservato all’area della biologia: da quella dello sviluppo (G. Barsacchi, Università di Pisa) a quella evoluzionista (L. Galleni, Università di Pisa) fino alle neuroscienze (F. Giorgi, Università di Pisa; L. Maffei, CNR e Scuola Normale Superiore di Pisa). Un intervento era dedicato alla fisica (G. Battistoni, INFN Milano) e uno all’economia (C. Casarosa, Università di Pisa), mentre due provenivano da discipline più direttamente orientate alla prassi tecnologica: l’ingegneria (F. Fineschi, Università di Pisa) e la robotica (P. Dario e M.C. Carrozza, Scuola Superiore di S. Anna, Pisa). Per la teologia – come dichiarava il titolo – la posizione era invece soprattutto quella dell’ascolto e dell’interrogazione; la presa di parola diretta si è limitata all’Introduzione al seminario (S. Cannistrà, Facoltà di Teologia dell’Italia Centrale, Firenze) ed alle conclusioni (M. Gronchi, Pontificia Università Urbaniana, Roma; S. Morandini, Fondazione Lanza, Padova), anche se numerosi sono stati gli interrogativi posti nel dibattito. Stimolanti le comunicazioni, ma anche caratterizzate da una considerevole specificità disciplinare, che rende difficile – e probabilmente in effetti anche abbastanza inutile – tentare improbabili sintesi per ognuna di esse. Preferiamo pertanto limitarci ad evidenziare alcune tematiche, alcune polarità che hanno caratterizzato la giornata pisana, rimandando alla pubblicazione degli atti per la lettura delle relazioni.
   Un primo elemento emergeva già nell’introduzione di Cannistrà, che evidenziava la distanza tra quell’approccio classico alla physis che mirava soprattutto a cogliere la “natura” degli enti (incluso l’humanum) e la prospettiva della scienza moderna e contemporanea. Essa, infatti, tende piuttosto a porre attenzione soprattutto alle loro dinamiche, facendone emergere la storicità e le modificazioni che li investono. Emerge qui un elemento di quel riduzionismo metodologico, cui hanno fatto riferimento numerosi interventi, cogliendovi lo stile di una scienza che, dopo Galilei, limita la propria analisi solo a ciò che è quantitativamente misurabile. È una prospettiva che nella giornata pisana era evidente, ad esempio, nella prima affascinante relazione: la biologa Barsacchi evidenziava quanto dello sviluppo dell’embrione sia oggi interpretabile in termini di complessi meccanismi biochimici – senza peraltro che ciò riduca l’enigma di chi siamo e di cosa vogliamo essere. È stata una presentazione assai significativa di un approccio cui le scienze devono gran parte del loro successo e del quale anche la teologia deve imparare a riconoscere la piena legittimità – alla sola, imprescindibile condizione che esso non determini anche una riduzione del senso della complessità del reale stesso, un’espunzione dal pensiero di ciò che è irriducibile al misurabile ed al quantitativo.
   Non si tratta, del resto, di un problema limitato al mondo delle scienze naturali: la sua rilevanza è emersa anche nella relazione di Casarosa, dedicata all’economia – scienza delle scelte e dei comportamenti umani. Alla base dell’approccio economico moderno – così fortemente matematizzato – sta, infatti, la figura di un homo oeconomicus, le cui scelte (nella misura in cui interessano il discorso economico) sono integralmente determinate dall’interesse personale, con un’intenzionale messa in parentesi della pluralità di motivazioni che guidano l’agire dei soggetti concreti. Il rischio – segnalato negli ultimi decenni da numerosi autorevoli economisti – è, però, quello di un’indebita sottovalutazione degli elementi altruistici, non solo sul piano prescrittivo, ma anche già dal punto di vista della descrizione dei comportamenti dei vari agenti. Di più, è chiaro il pericolo che – sotto una pretesa patente di scientificità – si contribuisca, in effetti, a creare e diffondere quella stessa etica completamente autocentrata che viene assunta come postulato concettuale.
   D’altra parte – ed è il secondo elemento su cui vogliamo soffermarci – la giornata pisana ha pure messo in evidenza la presenza, all’interno del tessuto concettuale della ricerca contemporanea, di un significativo antidoto contro il riduzionismo ontologico. Ci riferiamo a quella pluralità di linguaggi che caratterizza il discorso scientifico e che meriterebbe certo migliore elaborazione concettuale; non ci riferiamo solo a quella diversità che sussiste tra discipline differenti, ma anche a quella legata alla varietà di pratiche e di modalità d’approccio all’interno delle singole aree. Così, se l’intervento di Battistoni mirava a presentare alcune “implicazioni di carattere antropologico” dei profondi mutamenti di orizzonte che hanno interessato la fisica novecentesca (relatività, meccanica quantistica, cosmologia evolutiva), altre comunicazioni hanno preferito concentrarsi su campi di ricerca più limitati, onde segnalare le significative dinamiche di crescita della conoscenza realizzatesi in ambiti più specifici. O ancora, all’interno dell’ambito biologico, era evidente la differenza – che non necessariamente significa contrapposizione – tra la concretezza sperimentale dell’approccio di Barsacchi (una ricerca che mira a comprendere la dinamica dello sviluppo embrionale individuando e contando geni, proteine e quanto da essi si sviluppa) e l’orizzonte quasi filosofico di Ludovico Galleni, teso a ricercare una comprensione complessiva della dinamica evolutiva anche alla luce del pensiero di Teilhard de Chardin. Qui si inseriva, tra l’altro, anche l’intervento di Giorgi, che evidenziava alcune difficoltà metodologiche legate a quella reintroduzione della dimensione teleologica che caratterizzava l’approccio teilhardiano, dando luogo così a uno stimolante confronto tra i due relatori.
   Già questi primi accenni bastano ad evidenziare un terzo punto che merita di essere sottolineato: nelle prospettive che provengono dal mondo della ricerca la dimensione immediatamente conoscitiva si intreccia sempre più e in forme sempre più complesse con consistenti interrogativi sul piano etico ed antropologico. È quanto emergeva, in particolare, dall’intervento di Fineschi, che evidenziava l’inadeguatezza delle etiche tradizionali rispetto al potere che la tecnologia mette a disposizione dell’umanità. Egli proponeva, quindi, di operare un passaggio, dall'”etica della creatura” a quella del “creatore”, in un’assunzione creativa di quella responsabilità che sempre è associata al potere. La provocatorietà della metafora era peraltro parzialmente temperata dalla sottolineatura della finitezza della conoscenza accessibile al creatore tecnologico, che ben sa di essere solo colui che pone in essere le condizioni perché la natura possa esprimersi in forme particolarmente belle, riconoscendo così una datità che lo precede. Un ascoltatore legato al mondo della teologia potrà tuttavia chiedere se tale accentuazione sia sufficiente a porre riparo all’universale tendenza alla manipolazione che caratterizza una componente importante della tecnica contemporanea; se essa basti, ad esempio, a garantire la sostenibilità ambientale dello sviluppo o a tutelare quell’identità profonda dell’humanum, che deve essere sottratta alla manipolazione.
   Il problema è apparso con nitida evidenza nella brillante relazione tenuta da Paolo Dario (in sostituzione della sua collaboratrice Maria Chiara Carrozza), che ha presentato alcuni recenti progressi nel campo della robotica medica realizzati in una sede di ricerca avanzata qual è la Scuola S. Anna di Pisa. Robotica significa oggi, progettazione di strumenti che consentano o rendano più facili azioni ai soggetti umani, ma anche progettazione di robot “bio-mimetici”, che imitano le entità viventi, incluse quelle umane; di robot “cognitivi”, con capacità di apprendimento; di robot “emotivi”, che manifestano comportamenti simil-umani e consentono lo studio delle interazioni con uomini e donne reali. Siamo certo ben lontani dalla costruzione di “umani meccanotronici”, ma già esistono entità che lasciano sconcertati chi con esse è chiamato a interagire, determinando reazioni miste – talvolta analoghe a quelle che si intrattengono con persone, talaltra a quelle con cui usiamo oggetti meccanici. È una situazione che già oggi – ed ancor più in futuro – evidenzia tutta la rilevanza della questione antropologica, del problema di chi / cosa sia l’humanum (aldilà delle sue proprietà o di comportamenti specifici che lo caratterizzano).
   Dalla giornata pisana emerge, insomma, l’immagine di una scienza che pensa, che lo fa attraverso registri e prospettive differenziate, che cerca spiegazioni per i fenomeni con cui si confronta, ma che è pure attenta ai problemi di interpretazione che essa stessa solleva. Una scienza che ben sa del proprio coinvolgimento in alcuni snodi significativi e problematici della storia recente e che ne avverte acutamente la responsabilità (si pensi alla bomba nucleare ed al dibattito – evocato da Battistoni – che essa ha suscitato nella comunità dei fisici). Una scienza, ancora, che rivendica la rilevanza del proprio sapere, ma che è anche conscia della sua parzialità e del suo limite; lo stesso Battistoni ricordava, in proposito, come l’attuale, affascinante descrizione del cosmo presuppone l’esistenza – oltre alla materia ed all’energia ordinaria – di una materia e un’energia dette “oscure” che costituiscono la parte preponderante dell’universo e le cui proprietà ci sono in gran parte ignote.
   Per la teologia, allora, l’invito è a cercare ancora, attivando percorsi in cui l’ascolto sappia trasformarsi in dialogo e interazione efficace; a confrontarsi senza timore con saperi troppo spesso percepiti come debolmente rilevanti per il proprio percorso o come invincibilmente antagonisti. Certamente lo sguardo sul mondo e sull’uomo delle scienze naturali e di quelle umane è diverso da quello della teologia, ma ciò non comporta necessariamente la contrapposizione, né il mutuo disinteresse. Al contrario, un’attiva interlocuzione col mondo della scienza può aprire prospettive stimolanti, aprendo interrogativi ricchi di senso per tutti i saperi coinvolti.

Simone Morandini

 

Scarica il forum in pdf