1. Una nuova collana per gli Atti dei Congressi e dei Corsi di Aggiornamento

    Con la pubblicazione, prevista nei primi mesi del 2006, degli Atti del XV Corso di aggiornamento per docenti di teologia dogmatica, svoltosi a Roma dal 28 al 30 dicembre 2004, sul tema La Chiesa e il Vaticano II. Problemi di ermeneutica e recezione conciliare, l’Associazione Teologica Italiana inaugurerà la collana “Forum ATI” per i tipi dell’editrice Glossa.
    Dopo la fruttuosa e prolungata collaborazione con altre case editrici (Ancora, Cittadella, Messaggero, San Paolo) si è colta la possibilità di avviare una nuova avventura editoriale con un’editrice che in questi vent’anni è andata sempre più qualificandosi in campo teologico come marchio di qualità – soprattutto per il rigore del pensiero, ma insieme per la raffinata veste grafica – potendo avvalersi del sostegno della Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, di cui essa è espressione.
    Per una realtà associativa come la nostra – che mira a realizzare un confronto critico delle diverse posizioni presenti in una stagione come quella attuale, segnata da spiccata dispersione della ricerca teologica – questa scelta costituisce un evento rilevante e promettente.
    La promessa è racchiusa nel titolo della collana “Forum ATI”, che riprende felicemente il nome della rubrica stabilmente ospitata da diversi anni in Rassegna di Teologia. L’espressione forum restituisce efficacemente l’attitudine caratteristica dell’ATI di divenire luogo e occasione per propiziare un fecondo dialogo e confronto fra quanti nel nostro Paese si dedicano alla teologia, nei diversi centri di insegnamento e ricerca. Oltre agli Atti di Congressi e Corsi di Aggiornamento promossi dalla Associazione, la collana accoglierà una serie di saggi finalizzati a incrementare la qualità del dibattito teologico in ambito italiano.

    Dal volume di prossima pubblicazione anticipiamo l’intervento di apertura del Presidente dell’ATI:

1. Il 21 novembre 1964, veniva promulgata la costituzione dogmatica Lumen gentium, de Ecclesia, del concilio ecumenico Vaticano II, di cui l’8 dicembre 1965 si celebrava in Piazza San Pietro la solenne conclusione. Sono trascorsi, dunque, quarant’anni da quell’evento che così profondamente ha segnato il volto e il cammino della Chiesa sino ad oggi. Esso ha dato il via a un movimento che, con le sue lentezze e le sue fughe in avanti, con le sue luci e le sue ombre, non pare davvero aver ancora esaurito la sua spinta propulsiva.
    Si tratta d’un movimento che, a ben vedere, non va colto soltanto o in primo luogo nell’accoglienza e nell’attuazione dei principi e delle direttive contenuti nei documenti conciliari; quanto piuttosto in una ben più ampia dinamica di recezione, in cui è interpellato e attivato l’essere stesso della Chiesa. La quale può a giusto titolo comprendersi come un «ininterrotto processo di recezione»1 dell’evento cristologico della salvezza, che si fa presente ed efficace nel tempo mediante la “tradizione vivente” di sé.
    La recezione dice ed attualizza, nello Spirito Santo, l’evento Chiesa nella radicale dipendenza e nella conseguente forma cristologica della sua identità e missione. Non è un caso, dunque, che il Vaticano II abbia alimentato e continui ad alimentare un vasto e variegato dinamismo, teologico e pastorale, di ermeneutica dei suoi testi e di recezione del suo insegnamento performativo. Si è con ciò riattivata, nella Chiesa, quella caratteristica costitutiva del suo esistere nel tempo che – secondo Congar – era tipica dei primi secoli: quando la recezione dei Concili da parte del popolo di Dio era «solo l’ampliamento, lo sviluppo e il prolungamento del processo conciliare»2.

    Se c’è una novità, nel caso del Vaticano II, essa va ravvisata nel fatto che l’ultimo concilio ha messo a tema proprio la Chiesa, in un globale ripensamento riflesso di se stessa, alla luce della rivelazione, e in un suo conseguente riposizionamento pratico nella storia degli uomini. Mettendo con ciò in moto, necessariamente, un processo di recezione coinvolgente tutti i soggetti ecclesiali e tale da costituire, esso stesso, l’attuazione qualificata della “lettera” e dello “spirito” del concilio.

2. Da ciò consegue che riflettere sull’ermeneutica e sulla recezione del Vaticano II e, in particolare, il farlo in riferimento all’immagine della Chiesa proposta nella LG, significa inserirsi con pertinente consapevolezza entro la dinamica in atto di tale processo, secondo la formalità critica e propositiva a un tempo propria del ministero teologico. Non v’è dunque nulla della separatezza accademica nel nostro indugiare ancora su alcuni punti nodali dell’ermeneutica e della recezione conciliare, di cui pure molto s’è già dibattuto, confluendo tale riflessione, sia pure con modalità e risultati differenziati e in ogni caso parziali e provvisori, nel Sinodo straordinario del 1985, a vent’anni dall’assise conciliare3 e, per impulso della Tertio millennio adveniente di Giovanni Paolo II, nel Congresso teologico tenutosi in Vaticano nell’anno 20004.

    Senza venir meno alla più rigorosa istanza scientifica, vi è in ciò, piuttosto, il desiderio appassionato di esercitare la responsabilità della comunità dei teologi nella costruzione dell’evento ecclesiale, in attento ascolto di «ciò che lo Spirito dice alla Chiesa» (cf Ap 2,7). Il tema dell’ermeneutica e recezione del concilio intenziona infatti un evento creativo, aperto al futuro, che non ammette risultati definitivi.
    Come ATI ce ne siamo resi conto affrontando, alla fine del 2003, la questione imposta alla Chiesa e alla teologia dal pluralismo delle religioni5, costatando, da un lato, la pluriformità d’interpretazione di cui è suscettibile il dettato conciliare – come tale esigente la ricerca di una plausibile e condivisa obbiettività attraverso il confronto e l’interazione sincera e impregiudicata delle posizioni -, e, dall’altro, la necessità di evolvere questo stesso dettato innestandosi nella sua più precisa intenzionalità, sempre sottoposta al criterio verticale e ineludibile della Parola di Dio che risuona viva, oggi, nello Spirito.
    «Come il Concilio – ha scritto H.J. Pottmeyer – comprese se stesso quale evento pentecostale, anche la sua vera recezione può essere solo un rinnovamento della Chiesa nello Spirito Santo. Su questo punto, all’ermeneutica si presenta un compito che va ben oltre un’oggettiva interpretazione del testo»6, pur restando essa fondamentale e dirimente.

3. Il percorso previsto nei due giorni complessivi di lavoro e pensato dal nostro vice-presidente, Marco Vergottini, ha disegnato il suo profilo distintivo su questo più vasto orizzonte. Si è mosso da una relazione di base e orientamento sulla categoria ecclesiologica di recezione in diretta referenza al Vaticano II, in una prospettiva insieme storica e sistematica, retrospettiva e prospettica, affidata alla riconosciuta competenza del professore G. Routhier.
    La prima giornata è stata interamente dedicata all’esposizione di alcune quaestiones disputatae attorno alle quali, anche se in forma non esclusiva, s’è concentrato – a livello magisteriale e a livello teologico – il dibattito ecclesiologico dell’ermeneutica conciliare: «Chiesa come popolo di Dio o Chiesa comunione»?; «Chiesa universale e Chiesa locale: un’armonia raggiunta?». Le due voci che hanno interloquito a proposito di ciascuna quaestio (G. Mazzillo e G. Calabrese per la prima, D. Valentini e D. Vitali per la seconda), lungi dal voler opporre posizioni alternative, hanno inteso esprimere la ricchezza di una recezione che diventa ciò ch’è chiamata ad essere nella comunicazione dialettica di accenti e istanze distinte e, spesso, anche complementari. Mentre la riflessione sul significato e sulla fortuna della categoria teologica della Chiesa sacramentum salutis (G. Canobbio) e quella sullo sviluppo della fecondità non solo misterica ma anche antropologica e storica del principio pneumatologico (V. Maraldi), hanno invitato al rilancio di uno sguardo sintetico e propositivo di cui oggi s’avverte l’impellente bisogno.

    La mattinata successiva, dedicata all’analisi di due casi, per molti versi sintomatici, dell’ermeneutica e della recezione conciliare come di fatto realizzata e come per sé ricca di tensioni e virtualità – l’ecumenismo (A. Maffeis) e il ricentramento della figura del laico nel Christifidelis (M. Vergottini) -, ha offerto utili indicazioni sull’impatto esistenziale e pratico delle linee di forza più innovative e incidenti del concilio.

4. Si è trattato, anche questa volta, d’un momento di maturazione comunitaria del nostro servizio di teologi e del nostro cammino associativo, nella prospettiva del XIX Congresso nazionale dell’ATI, svoltosi nel settembre 2005 a Camposampiero, presso Padova, su «Chiesa e sinodalità. Coscienza forme processi».
    La dinamica di recezione del Vaticano II, in sintonia con l’evento della traditio di cui il concilio è fatto qualificante, è per sé connessa alla dinamica sinodale della qualità teologale e pratica del suo prodursi e, perciò, all’acquisizione della coscienza che solo una forma sinodale d’ecclesialità può realisticamente proporsi quale risultato apprezzabile della recezione del magistero conciliare.
    Il grande impegno che ci attende – come suggerisce Giovanni Paolo II nella Novo millennio ineunte (cf nn. 43-46) – è quello di uscire dalle sterili contrapposizioni per articolare con pertinenza e profezia l’attenzione a una formazione adeguata di tutti i “soggetti” della vita ecclesiale con quella alla necessaria riforma delle strutture d’espressione e promozione della communio, a tutti i suoi livelli7. Solo così l’imperativo antico e sempre nuovo dell’annuncio del Vangelo saprà farsi credibile e incisivo8.

Piero Coda

Note
1 Cf W. BEINERT, «Die Rezeption und ihre Bedeutung für Leben und Lehre der Kirche», in ID. (ed.), Glaube als Zustimmung. Zur Interpretation kircklicher Rezeptionsvorgänge, Herder, Freiburg-Basel-Wien 1991, 15-49, qui 37.
2 Y. CONGAR, «Die Rezeption als ekklesiologische Realität», in Concilium 8 (1972) 500-514, qui 509.
3 Cf W. KASPER, Il futuro dalla forza del Concilio. Sinodo straordinario dei vescovi 1985. Documenti e commento di W. Kasper, Queriniana, Brescia 1986; G. ALBERIGO – J. PROVOST, «Sinodo 1985 – una valutazione», in Concilium 22 (1986/6).
4 Cf R. FISICHELLA (ed.), Il Concilio Vaticano II. Recezione e attualità alla luce del Giubileo, San Paolo, Cinisello Balsamo 2000.
5 Mi riferisco al XIV Corso di aggiornamento per docenti di teologia dogmatica, «La salvezza degli altri», tenutosi a Roma dal 29 al 31 dicembre 2003. Gli Atti sono raccolti in M. GRONCHI (ed.), La salvezza degli altri. Soteriologia e religioni, San Paolo, Cinisello Balsamo 2004.
6 H.J. POTTMEYER, «Vor einer neuer Phase der Rezeption», in H.J. POTTMEYER – G. ALBERIGO – J.P. JOSSUA (edd.), Die Rezeption des II. Vatikanischen Konzils, Patmos, Düsseldorf 1986, 47-65.
7 Cf H.J. POTTMEYER, «Dal Sinodo del 1985 al grande Giubileo dell’anno 2000», in R. FISICHELLA (ed.), Il Concilio Vaticano II, cit., 11-25, in part.16-17, 20-21, 23-24; L. GEROSA, «Coltivare e dilatare gli spazi di comunione: ambiti e strumenti dell’ecclesiologia di comunione», in PATH 4 (2005) 105-120.
8 È stato questo, in definitiva, il tema e il risultato del XVIII Congresso nazionale di Anagni, di cui sono ora disponibili gli Atti: D. VITALI (ed.), Annuncio del Vangelo, “forma ecclesiae”, San Paolo, Cinisello Balsamo 2005.

 

Scarica forum in pdf