1. Essere cattolici in Europa
La funzione della teologia nella società di oggi

Quarto Congresso dell’AETC (Graz 25-29 settembre 2001)

    Dal 25 al 29 settembre 2001 a Graz (e a Maribor in Slovenia) si è svolto il quarto Congresso dell’Associazione Europea di Teologia Cattolica (AETC). Quest’associazione europea è nata nel 1989, all’indomani della caduta del muro di Berlino, ed ha lo scopo di promuovere a livello europeo il dialogo fra i docenti delle diverse discipline della teologia cattolica – la sua caratteristica è quindi l’interdisciplinarietà -, e di costruire in Europa una “casa comune” anche dal punto di vista della teologia, favorendo particolarmente lo scambio fra i teologi dell’Ovest e dell’Est europeo. In quest’associazione, che ora comprende più di 1100 teologi cattolici dei diversi paesi europei, gli italiani sono un centinaio. L’associazione pubblica una rivista Bulletin ET che ora, nel 2001, è arrivata alla sua dodicesima annata.
    Tutti e quattro i convegni dell’AETC hanno finora affrontato temi inerenti l’Europa. Così il convegno del 1992 di Stuttgart/Hohenheim (Stoccarda) ha avuto come tema “La fede cristiana e la costruzione dell’Europa”, il secondo convegno del 1995 a Freising (Frisinga) “Dio – uno straniero nella nostra casa”, il terzo a Nijmegen (Nimega) “La fede in Dio fra tradizione e modernità” e da ultimo il convegno a Graz/Maribor s’intitolava “Essere cattolici in Europa. La funzione della teologia nella società di oggi”.
    È interessante osservare che la presidenza dell’associazione, dopo la prima esperienza portata avanti dal prof. Peter Hünermann di Tubinga che ha organizzato i primi due convegni in Germania, passa ogni tre anni a un professore di un diverso paese europeo che con il suo staff s’impegna ad organizzare il convegno successivo. Così dal 1995 al 1998 è stato presidente Johannes A. van der Ven di Nimega ed infine dal 1998 al 2001 il prof. Gerhard Larcher, ordinario di teologia fondamentale ed attualmente anche preside della facoltà teologica di Graz in Austria. Il professor Larcher ha voluto coinvolgere anche la facoltà teologica di Maribor, situata a 60 km a Sud nella Slovenia, oltre il confine europeo di Schengen. La facoltà di Graz ha, infatti, una collaborazione pluriennale con questa facoltà. Così per un giorno il convegno si è spostato in quella città dove in particolar modo si sono presentati diversi teologi dei Paesi dell’Est Europeo: della Serbia, Croazia, Slovenia, Ungheria, Slovacchia e della Repubblica Ceca. Quindi il convegno aveva come caratteristica quest’attenzione verso la teologia dei paesi ex-comunisti.
    Dalle varie testimonianze si è potuto costatare che qualcosa di nuovo si sta sviluppando, nel senso che sta nascendo una cosiddetta “teologia del secondo mondo”, che fa tesoro delle esperienze di persecuzione ed ora vuole lanciare un segnale di speranza in un mondo caratterizzato da un vuoto di senso. Più che la teoria conta senz’altro la testimonianza diretta ed un messaggio incisivo. Ma anche la presenza della teologia nel dibattito pubblico diventa sempre più importante. Così in Polonia negli ultimi anni sono nate ben 11 facoltà teologiche in università statali, tanto che alcuni hanno affermato che la teologia è oramai la scienza per il futuro.
    Ma ritorniamo al congresso nel suo insieme. Vi hanno partecipato 213 rappresentanti di 24 stati, fra i quali alcuni extraeuropei come gli Stati Uniti d’America, il Brasile ed il Cile, la Nigeria e l’Australia. Ciascuna delle quattro giornate di lavoro è stata caratterizzata da un tema specifico.
    Il primo giorno dal titolo “L’affascinante varietà della vita cattolica in Europa” doveva aprire con una visione d’insieme sulla teologia e la vita della Chiesa in Europa. Nella mattinata il prof. Otto Kallscheuer (che insegna anche a Sassari) ha presentato delle prospettive di politica culturale, partendo dalle idee forza dei fondatori del processo di unificazione europea – a suo tempo limitate all’Europa dell’Ovest – e tracciando lo sviluppo del rapporto antagonistico fra Chiesa cattolica e la modernità liberale.
    La seconda relazione, affidata al professor Hünermann (al posto del prof. D. Tracy), sul tema “il cattolicesimo in Europa” ha spiegato come il concetto di cattolicesimo si sia formato in contrapposizione alla riforma protestante cercando di creare un’identità precisa in analogia a quella degli Stati, però una tale concezione era destinata a entrare in crisi; il Vaticano II ha prodotto così la dissoluzione di un determinato concetto di cattolicesimo dal suo interno. Non sarà quindi possibile una soluzione senza una nuova evangelizzazione dell’uomo moderno, nel senso di reinventare nuove forme di catecumenato per formare nuove comunità con finalità missionaria e diaconica, il che comporterà anche un ripensamento della concezione dell’autorità nella Chiesa.
    Il pomeriggio del primo giorno è stato dedicato a gruppi di lavoro, fra i quali un gruppo italiano-francese dove hanno relazionato Eugenio Costa, che ha cercato di delineare una mappa del cattolicesimo italiano oggi, mentre Giovanni Mazzillo partiva piuttosto dalla situazione meridionale in Italia presentando il cattolicesimo italiano tra il fascino del sacro e il richiamo dell’impegno storico.
    La riflessione del secondo giorno ha avuto come titolo “Il Magistero cattolico: pietra d’inciampo ed insieme nuova opportunità?”. Ci si è concentrati sulle questioni critiche sollevate dall’esercizio del recente magistero. Le relazioni erano affidate alla teologa femminista Elisabeth Schüssler-Fiorenza, che presentava il tipico approccio polemico della prima fase della teologia femminista, ed al preside della facoltà di Strasburgo Michel Deneken, che sosteneva che la teologia e il magistero non possono che perdere se si mettono l’una contro l’altro: ci vuole una reciprocità, non esente d’altronde da tensioni, esemplificate nelle posizioni di due vescovi francesi, di Joseph Doré e del cardinale Jean-Marie Lustiger.
    Nel pomeriggio i partecipanti si sono nuovamente suddivisi in gruppi di lavoro secondo le diverse discipline; nel gruppo della teologia dogmatica hanno riferito Mons. Carlo Molari e Marco Vergottini, mentre in quello della teologia morale relazionava Karl Golser.
    Nel terzo giorno, dedicato alla “teologia nel contesto postcomunista”, il convegno si è trasferito, come già detto, a Maribor in Slovenia. Nella mattinata sono state tenute tre relazioni da testimoni di tre diversi contesti sociali e politici, mentre nel pomeriggio si è tenuta una tavola rotonda che ha confermato l’impressione della grande diversità ma anche di una nuova e sorprendente creatività teologica.
    La quarta giornata ha inteso infine aprire le prospettive teologiche verso l’Europa del futuro ed è stata tutta centrata sulla robusta relazione del Cardinale Karl Lehmann, che ha ribadito che i cristiani devono entrare in dibattito con coloro che vogliono costruire un’Europa completamente laica. L’Europa ha invece bisogno della testimonianza cristiana, perché soprattutto la dignità umana non ha un fondamento solido se non è ancorata a un riferimento trascendente. La società odierna chiama di nuovo verso una Chiesa cristiana, la quale deve vincere ogni tentazione di rassegnazione e battersi per una nuova evangelizzazione delle coscienze europee.
    È interessante notare come l’associazione europea di teologia cattolica, che nel suo sorgere veniva considerata da alcuni un fenomeno ambiguo di contestazione – perché era nata nel 1989, anche in concomitanza con la cosiddetta “dichiarazione di Colonia” dove un centinaio di teologi avevano espresso delle riserve critiche nei riguardi di posizioni abbastanza rigide espresse nel ventennio della Humanae vitae – sempre di più si sia qualificata come organo di dialogo non soltanto fra le diverse sensibilità teologiche dei diversi paesi europei, ma anche con le autorità romane del magistero.
    Così nell’ultimo triennio, sotto la presidenza del prof. Larcher, si sono tenuti dei colloqui tra rappresentanti dell’AETC e gli esponenti dei rispettivi dicasteri della Santa Sede, in merito soprattutto alla ricezione contrastata della Ad tuendam fidem. Ultimamente si è svolto un convegno sul problema della concessione del Nihil obstat ai docenti di teologia (i rispettivi atti sono documentati nel numero 2001/1 del Bulletin ET, fra i quali anche la relazione del cardinale Zenon Grocholewski, nuovo prefetto della Congregazione per l’Educazione Cattolica).
    Possono inoltre esser interpretati come testimonianza di questo rapporto di fiducia e di stima nei riguardi della AETC anche la partecipazione e l’impegno nell’ultimo Convegno di altissimi esponenti della gerarchia, non soltanto del Cardinale Lehmann, ma anche del Cardinale Miloslav Vlk che ha tenuto l’omelia nella messa di apertura, del vescovo diocesano di Graz Mons. Kapellari che ha tenuto una prolusione centrata sul tema “essere cattolici in Europa” durante il ricevimento offerto dalla signora Waltraud Klasnic, presidente della Stiria, e di nuovo del vescovo ausiliare di Maribor Anton Stres nell’omelia tenuta durante la messa nella cattedrale di Maribor presieduta dall’arcivescovo di Ljubljana Mons. Franc Rodé, Presidente della Conferenza Episcopale della Slovenia.
    In conclusione, si è trattato di un convegno molto variegato, ricco non soltanto di contatti con colleghi dei paesi europei, ma anche pieno di nuovi impulsi per ripensare il compito del teologo e del credente cattolico in Europa. Alla fine del convegno sono state rinnovate anche le cariche. Ora la presidenza andrà alla Svizzera, e precisamente al professore di teologia pastorale di Friburgo Leo Karrer, che organizzerà il prossimo convegno nel 2004 a Friburgo o a Lucerna. Del Curatorium fa ora parte, come rappresentante del gruppo dei teologi italiani, l’autore di questo breve riassunto che succede così al collega Don Donato Valentini della Pontificia Università Salesiana, il quale negli ultimi sei anni si era impegnato con grande zelo in questo compito di coordinamento.

Don Karl Golser
Studio Teol. Accademico Bressanone

 

2. Il cattolicesimo italiano fra il fascino del sacro e il richiamo dell’impegno storico

Intervento al 4° Convegno dell’AETC

1. La formulazione scelta per un approccio particolare del tema generale del congresso apre un varco critico in una formulazione che suona eccessivamente ottimista. È giustificata da una domanda riguardante la realtà italiana, ma non solo questa: siamo in presenza di un cattolicesimo affascinante o di un semplice richiamo del “fascinoso”, riaffiorante nel processo di secolarizzazione, che permea comunque particolarmente l’Occidente? Nella continua e feconda dialettica tra fede e religione, quest’ultima sembra oggi prevalere come richiamo del mistero e suggestione del sacro (dalla ricerca di forme atte a conferire successo e garanzia nel futuro, all’inseguimento dello straordinario come prodigioso). La situazione si coglie come trend; è probabile conseguenza della spettacolarizzazione della fede; trova terreno fertile nello smarrimento collettivo per la perdita dei tradizionali punti di orientamento (ideologie, impotenza davanti ai gravi problemi dell’umanità, perdita delle motivazioni per vivere pur avendone i mezzi, insicurezza per il futuro individuale e collettivo, globalizzazione come fatalità livellante). Le reazioni a livello ecclesiale istituzionale oscillano tra tolleranza e assecondamento: preoccupazioni di natura liturgica o disciplinare, che non contestano ma talora condividono la tendenza al sacralismo e alla spettacolarizzazione della fede.
2. La situazione ecclesiale sembra assorbita in prevalenza dalla predominanza dell’elemento ecclesiastico con una sopravvalutazione della liturgia fino al liturgismo e un contemporaneo silenzio sui temi caldi o “spinosi” che impegnano il popolo di Dio. Qui si registra un dissenso strisciante, mentre non di rado la ricerca teologica sembra di fatto postposta ad una pastoralità pragmatica e carente della dimensione profetica.
3. Il ruolo e il valore del laicato sono spesso assorbiti e neutralizzati da/in movimenti ecclesiali con linee programmatiche e teologiche condotte in proprio. Ne deriva una situazione contrassegnata da una carenza atavica di interventi correttivi, con “convivenze” e “connivenze” che non affrontano i problemi ecclesiologici di fondo. Ci si limita all’ecclesiologia rassicurante del capitolo I della Lumen Gentium sulla Chiesa come mistero (con l’enfatizzazione della Chiesa-comunione), non scendendo nella concretezza storica dell’ecclesiologia del capitolo II sulla Chiesa come popolo di Dio in pellegrinaggio, senza rassicurazioni e privilegi, ma solidale con gli infelici della terra.
4. In questa situazione generale il richiamo alla logica dell’incarnazione e all’impegno storici appare spesso “delegato” a iniziative di volontariato, in parte già consolidate, in parte in via di consolidamento, con alcune tendenze alla pur positiva professionalizzazione, ma con il rischio di trascurare la gratuità e l’autocorrezione critica scaturente dall’eccedenza escatologica tipica dell’impegno cristiano nella storia e nella società.
5. A fronte di tale deficit, si devono tuttavia segnalare alcuni dati positivi. Tra questi il valore delle iniziative meno organiche e collegate all’esperienza di lettura e di meditazione della Parola di Dio (scuole della Parola, gruppi collegati a un maggiore inserimento nel territorio, lotta alla mafia e alla disoccupazione come espressioni di peccati strutturali, promozione di una cultura della pace come storicizzazione della salvezza ecc.). È da collegare a tutto ciò il ruolo e l’importanza che deve assumere la “ricerca teologica” e la sua divulgazione nel popolo di Dio. Personalmente la riteniamo vero e proprio impegno storico e non solo riflessione seconda. Può e deve essere “controllo critico”, a partire dal dato “cattolico” (relativamente alla rivelazione), per leggere i segni di questo tempo per ciò che concerne la società globalizzante e la chiesa post-giubilare rassicurante.

Giovanni Mazzillo

 

3. Il sacramento della fede
XII Corso di aggiornamento per docenti di teologia dogmatica

(Roma 2-4 gennaio 2002)

    Il XII Corso di aggiornamento per docenti di teologia dogmatica, organizzato dall’ATI nei giorni 2-4 gennaio 2002, ha messo a tema Il sacramento della fede. Gli interventi, di cui offriamo qui un resoconto sommario, sono articolati in cinque relazioni e una tavola rotonda conclusiva, orientata ai modelli di insegnamento.

1. Ha aperto il corso la relazione del prof. Cosimo Scordato, dal titolo Fede e battesimo nella teologia e nella prassi delle chiese attuali. Precisato il senso del lemma «il sacramento della fede», prima di elaborare lo status quaestionis, il relatore ha proposto una possibile ricostruzione dei principali contesti storici che hanno condotto alla distinzione-separazione tra fede e sacramento del battesimo (la riflessione posttridentina, l’epoca moderna, il dibattito sul rapporto fede-religione). Alla ricognizione storica ha fatto seguito la messa a punto del quadro problematico e delle recenti acquisizioni, articolata in tre ambiti: sacramentario fondamentale, teologico liturgico, teologico pratico o pastorale.
    Il primo ambito è guidato dall’esigenza di carattere teologico-fondamentale di una connessione intrinseca tra la fede trinitaria e la celebrazione sacramentale. Già il convegno di Francheville del 1987 (Sacrements et acte de foi) ha portato l’attenzione sull’atto di fede operato precisamente “attraverso” la realizzazione delle celebrazioni sacramentali, in una considerazione che le connette da una parte alla condizione antropologica e dall’altra all’appartenenza ecclesiale. In seguito, il numero monografico della Rivista liturgica Fede e sacramenti (1/1989) ha preso in considerazione il problema dell’ambiguità della prassi pastorale dei nostri paesi, cercando di coniugare l’antropologia del rito con l’atto di fede come adesione all’evento di Gesù Cristo attraverso la specificazione del gesto “rituale” rispetto a quello “tecnico” e a quello “espressivo” (A. Caprioli). Negli ultimi anni sono rintracciabili due ulteriori approfondimenti della problematica: assegnando alla teologia fondamentale, alla teologia liturgica e alla sacramentaria il compito di una programmatica integrazione del rito nel fondamento della fede, si concorrerebbe al superamento sia della scissione moderna fra teologia e antropologia sia delle inclinazioni intellettualistiche, storicistiche e antiritualistiche della prima svolta antropologica (A. Grillo); acquisito dalla teologia trascendentale il superamento dell’estrinsecismo, ma salvaguardando il riferimento irrinunciabile alla storia e alla libertà, è possibile comprendere il rito sacramentale come l’accadere di un incontro della verità divina attuata in Gesù Cristo con l’esistenza particolare del soggetto finito, attraverso un’azione libera del cui significato e della cui finalità è il sacramento a suggerire la forma (S. Ubbiali).
    Il secondo ambito (teologico-liturgico) sposta l’attenzione verso le modalità specifiche della celebrazione liturgica e dei singoli sacramenti. Lo spostamento, invocato per favorire l’approccio non formalistico alla ritualità, si concentra su alcuni elementi analitici del RICA: a) la celebrazione come affidamento alla Trinità affidabile, cui compete l’iniziativa salvifica (mistero pasquale) e nel cui “nome” la chiesa battezza, al culmine di un dialogo incalzante con il catecumeno, in cui la professione di fede del singolo «nella fede della chiesa che è stata proclamata» sfocia (il «dunque» del rito) nell’immersione/emersione nella morte/risurrezione del Cristo; b) la celebrazione come scelta di libertà, configurata come adesione alla realtà di Dio attraverso la consegna del “nome” (singolarità e relazionalità), la rottura con il peccato, la novità resa possibile dalla potenza dello Spirito; c) l’economia trinitaria e il dinamismo teologale del battezzato, coinvolto nella condizione escatologica del Risorto e accolto nel reciproco affidamento delle tre divine persone, per cui si può dire che il battesimo realizza la fede nella sua forma originaria.
    Il terzo ambito (teologico pratico o pastorale) affronta la questione della congruenza dell’attuale prassi liturgico/sacramentale rispetto alla condizione ecclesiale contemporanea. Dopo il paradigma originario del catecumenato, in cui la fede è pensata nella maturazione verso la sua celebrazione culminante nella veglia pasquale, e quello successivo della societas christiana, che rinvia il momento catechetico-formativo al di là della celebrazione e in cui prevale la fides ecclesiae, nell’odierno contesto di transizione e in un panorama interculturale e interreligioso stenta a delinearsi un paradigma attuale. Riprendendo le acquisizioni del volume del 1982 Immagine cristiana e immagine di chiesa e alcuni approfondimenti più recenti (C. Floristan, M. Midali, S. Lanza), il relatore osserva l’insufficienza del procedere per adattamenti del modello precedente e sottolinea l’urgenza di un nuovo modello di azione pastorale di iniziazione, che metta in conto il duplice riferimento del battesimo alla cresima e all’eucaristia, l’efficacia formativa dell’anno liturgico, e la possibilità di un pluralismo di prassi celebrative.

2. All’ermeneutica della sessione V del Concilio di Trento è stata dedicata la relazione del Prof. Gianfranco Calabrese, il quale, richiamando l’attualità del compito, ha delineato un ampio orizzonte di lettura del Decreto sul peccato originale a partire dal simbolo Niceno-Costantinopolitano, dal dibattito teologico-culturale del medioevo e della prima metà del secolo XV, ma indicando anche, alla luce della Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione (31.10.1999), la potenzialità ecumenica di un’ermeneutica che riprenda le assemblee di Worms (1540) e Ratisbona (1541). In riferimento al travagliato lavoro conciliare, la considerazione dell’iniziale intenzione di rinnovamento generale e di dialogo con l’area dei riformatori e l’attenzione al contributo del Seripando, consentono di apprezzare nel Decreto l’equilibrio e la coscienza della complessità delle questioni. Certamente il ruolo dei Legati, come pure la teologia pre-conciliare e gli interventi magisteriali precedenti (in particolare i concili di Cartagine del 418 e di Orange del 529, ripresi dal tridentino nel nuovo differente contesto problematico e attraverso la mediazione della riflessione scolastica) sono fondamentali per la comprensione del Decreto, unitamente al dibattito tra personalità delle due aree, protestante e cattolica, e ad alcuni documenti come la bolla Exsurge Domine (1520) e la Confessione Augustana (1530). Il contesto storico e culturale, segnato dallo scontro tra il potere della curia romana e l’imperatore, dalle insorgenti identità nazionali, dallo sviluppo del commercio, dell’istruzione, dell’attenzione all’uomo, consentono di leggere sia la prospettiva luterana sia la risposta tridentina in un nuovo orizzonte antropologico, psicologico ed esistenziale, piuttosto che in quello metafisico e ontologico della scolastica precedente. Dalla nuova sensibilità culturale sorge un rinnovato interesse nei riguardi della Scrittura, che in ambito protestante si esprime nel rintracciare la sintonia tra il dettato biblico e l’esperienza esistenziale personale (in linea con la devotio moderna), mentre in ambito cattolico assume la valenza apologetica di giustificazione delle affermazioni magisteriali (cf il rapporto tra concupiscenza e peccato originale accostato in categorie rispettivamente dinamiche e metafisiche).
    In questo quadro va evidenziata l’intenzione di opporsi ad alcuni errori (DS 1510), più ristretta di quella di proporre la visione cattolica (cfr sessione VI), la disposizione dei canoni seguendo la storia della salvezza secondo diversi livelli (cristologico, ecclesiologico-sacramentale, antropologico, eziologico), il ruolo centrale del canone quinto (DS 1515) espressivo della novità e dell’originalità del Tridentino. In questo canone si tratta del legame tra il peccato originale e la concupiscenza senza definire la natura di entrambi, ma affermando sia l’efficacia del battesimo, in cui il peccato originale è «tolto», sia la permanenza nei battezzati della concupiscenza ad agonem (senza entrare nella questione del rapporto tra peccato originale e concupiscenza prima del battesimo). Emerge dalla lettura del canone la difficoltà di accordo tra padri e teologi tridentini, l’evidenza degli effetti del peccato originale negli stessi battezzati, la priorità della grazia cristologica largita efficacemente all’uomo nel sacramento (solo in seconda battuta è considerata la dottrina antropologica sul peccato e ad un successivo livello quella eziologica).
    Nella spiegazione ermeneutica della sessione V appare evidente la priorità cristologica e la centralità della grazia, il valore effettivo e personale della salvezza, l’universalismo della giustificazione (fino al pedobattesimo), la globalità della redenzione, il realismo dell’esperienza antropologica del male, l’inclinazione al peccato presente anche nel redento, la dimensione agonica della vita cristiana e il valore della mediazione sacramentale ed ecclesiale del dono redentivo di Cristo, nonostante il contrasto apologetico abbia indotto una sottovalutazione della dimensione teologica della salvezza e della giustificazione, del ruolo della fede e del realismo drammatico e storico della peccaminosità nell’uomo, del tema della libertà e della volontà, solo accennato nella sessione VI ancora una volta in polemica antiprotestante.

3. Al Prof. Pierpaolo Caspani è stato affidato il compito di presentare Lo sviluppo dei trattati nella teologia post-conciliare: dal «De sacramento baptismi» all’iniziazione cristiana, compito svolto attraverso la ripresa dell’impostazione manualistica, la ricostruzione dell’emergere della categoria di iniziazione cristiana fino alla sua recezione nel Vaticano II e l’esame del suo influsso sull’impostazione della trattatistica postconciliare circa il battesimo. Introdotta ancora in modo fluido dallo storico L. Duchesne (Origines du culte chrétien, 1889), la nozione di IC si è sviluppata in due linee, non nitidamente distinguibili, riferibili all’uso storico-liturgico (rito che opera il passaggio da catecumeni a fedeli) e all’uso pastorale (l’itinerario del divenire cristiani) della stessa. Entrambe le accezioni sono confluite nel Vaticano II, nel quale il sintagma, piuttosto raro, assume un significato variegato e fluttuante (nella prima linea: SC 71; AG 14,2; nella seconda: AG 14,4). Il RICA, pur dedicandovi uno spazio limitato, ne sancisce l’accoglienza all’interno dei libri liturgici, qualifica l’unità dei tre sacramenti dell’IC, comprende in essa anche il catecumenato, che costituisce l’ossatura del Rituale ma è funzionale all’IC sacramentalmente intesa. Nella letteratura postconciliare la categoria di IC si diffonde ampiamente, con interesse pedagogico-pastorale, soprattutto nell’area linguistica francese e neolatina. In ambito italiano la produzione teologico-sistematica si mostra cauta nell’assunzione di una categoria pastoralmente inflazionata senza sufficiente rigore. L’analisi si concentra sui contributi di A. Caprioli e L. Girardi, che assumono la prospettiva dell’IC nell’impostazione del discorso sul battesimo, e si snoda raccogliendo acquisizioni, interrogativi e prospettive. A partire dall’IC come figura sintetica che supera la giustapposizione dei suoi elementi interni, e in riferimento concreto al RICA, è pacificamente recepito dagli anni ’70 il battesimo degli adulti come forma “normale” della celebrazione. In secondo luogo, l’articolazione fra momento pedagogico e riti sacramentali viene espressa in termini di iniziazione non «ai» ma «attraverso» i sacramenti, mantenendo i quali come centro focale, diventa possibile delineare l’itinerario complessivo senza giustapposizioni e recuperare il dato teologicamente rilevante che non si può accedere al mistero della vita in Cristo e nella Chiesa se non perché Cristo stesso inizia in esso mediante gli atti sacramentali, ultimamente suoi. L’acquisizione getta luce sul rapporto tra sacramento del battesimo e fede, destituendo la presupposta reciproca estraneità e segnalando come proprio nel gesto simbolico-rituale la pasqua di Gesù si offre all’accoglienza credente, cosicché il battesimo è sacramentum fidei in senso forte, consente cioè alla fede di essere compiutamente se stessa. Di qui è recuperabile la fisionomia del catecumenato, che non produce l’iniziazione a sua volta ratificata dai sacramenti, ma che dispone all'”essere iniziati” come atto gratuito di Dio attraverso l’azione rituale della Chiesa (gli stessi riti che scandiscono il catecumenato custodiscono questo primato e consentono di interpretarlo come “dispiegamento cronologico dell’azione battesimale”). Se l’iniziazione introduce al mistero di Cristo e della Chiesa, l’articolazione delle due dimensioni varia nei trattati recenti: alcuni considerano l’inserimento nella chiesa come conseguenza inclusa nell’incorporazione a Cristo, altri, viceversa, procedono dalla dimensione ecclesiale, in quanto dato immediatamente accessibile, a quella cristologica, in quanto dato ultimamente implicato. Il legame tra IC e Chiesa esige di chiarire il rapporto che si determina tra i sacramenti dell’IC, facendo perno sul momento culminante, l’eucaristia (battesimo e cresima come iniziazione all’eucaristia), la quale realizza     compiutamente l’inserimento nella Chiesa, essendo il sacramento che fa la Chiesa.
    Le questioni teoriche sottese alla rassegna proposta si riassumono nelle tre già lucidamente formulate da K. Rahner: una comprensione non cosificante o quantitativa della grazia sacramentale nei singoli sacramenti, la determinazione del ruolo della Chiesa nella costituzione del settenario, un’ermeneutica meno rigidamente “aritmetica” di esso.

4. Purtroppo assente per motivi di salute, il Prof. Adolfo Longhitano ha inviato la sua relazione scritta, dal titolo Il battesimo come fonte di soggettività nella chiesa: approccio teologico e giuridico, che è stata letta dal Prof. Maurizio Aliotta. Premettendo una introduzione critica alla nozione di “soggettività” e una chiarificazione metodologica sul significato delle norme codificate in rapporto al rispettivo contesto, la riflessione si è portata sul concetto di soggettività della persona fisica e della persona giuridica.
    Nel periodo della riforma gregoriana l’enfatizzazione dell’ordine rispetto al battesimo portò a delineare la categoria del “laico”, incapace di esercitare la potestà, ma soggetto passivo delle leggi come “suddito” o come “membro” della chiesa. Così la distinzione chierici/laici (chiesa come societas inaequalis) assunse un ruolo costitutivo nella configurazione delle linee fondamentali dell’ordinamento canonico. Il problema, già complesso, si complicò ulteriormente nel CIC del 1917, che definì la soggettività giuridica del battezzato formulando la categoria di “persona” (can. 87), stabilendo le situazioni che ne limitano i diritti, ma non i doveri (che obbligano anche gli acattolici), e individuando le circostanze influenti sull’esercizio dei diritti stessi. L’identificazione di “persona” con “soggetto di diritto” fu contestata da alcuni canonisti, i quali fecero notare come per l’ordinamento canonico il non battezzato risultava in questo modo privo di soggettività, salvo ammettere la contraddizione formale. L’ecclesiologia del Vaticano II offrì gli elementi per una diversa impostazione del problema, individuando nel “fedele cristiano” il membro del popolo di Dio, dando rilievo a tutti gli effetti del battesimo e derivando dalla nozione di comunione la possibilità di una partecipazione per gradi. Il problema fu affrontato dai due coetus della Commissione di riforma del CIC. Il primo (incaricato di redigere la Lex Ecclesiae Fundamentalis), definì la condizione giuridica di tutti gli uomini con il termine «persona» (can. 3), riportando poi il testo del precedente codice a proposito dei battezzati (can. 6, § 2); il secondo (incaricato di rivedere il secondo libro) formulò ex novo la categoria del fedele cristiano, recependo le indicazioni del Vaticano II. Nella sistemazione definitiva, il canone che considera il battezzato come “persona” si trova nel libro primo (can. 96; il can. 11 precisa ora che alle leggi ecclesiastiche non sono più tenuti i battezzati non cattolici) e quello che lo considera «fedele cristiano» nel libro secondo (can. 204). Il doppione, frutto del compromesso, finisce per accostare due categorie giuridiche parallele, mutuate rispettivamente dalla scuola razionalistica del diritto e dall’orizzonte biblico e teologico. Per il canonista vale l’indicazione del legislatore di spiegare le norme del codice con riferimento ai documenti conciliari.
    Molto più complesso è il problema della soggettività delle persone giuridiche («persona morale», nel primo codice), categoria nata verso la metà dell’Ottocento. Spetta al legislatore attribuire o negare tale soggettività giuridica, ma sembra problematica la qualifica di fictio iuris, come pure l’affermazione che chi non rientra nelle due fattispecie (persona fisica e giuridica) dev’essere considerato inesistente per il diritto, pur operando di fatto nella realtà. Per non trovarsi a negare il diritto di associazione (can. 215; cf AA 18) sostenendo la necessità del riconoscimento da parte dell’autorità ecclesiastica e, allo stesso tempo, per contemperare le esigenze di autonomia e di controllo, la Commissione utilizzò la distinzione (di fatto non sempre agevole) fra associazioni pubbliche e private (can. 301 § 1). La codificazione non fu coordinata in modo coerente, per cui il canonista, constatate le contraddizioni del sistema, dovrà supplire privilegiando principi interni prioritari o ricorrendo a principi esterni ad esso e, nel caso, affermando l’esistenza di una terza soggettività, in cui operano di fatto associazioni che non si pongono il problema di chiedere la personalità giuridica e la cui soggettività è evidente.
    Il quadro normativo problematico complica la comprensione della soggettività del battezzato. La coerenza chiusa del codice pio-benedettino cede il passo a un’apertura del codice vigente alle realtà fondanti le norme, al prezzo di alcune contraddizioni che rendono complessa l’opera dei canonisti senza comunque pregiudicare lo svolgimento della missione della chiesa e dei fedeli cristiani.

5. Il Prof. Giovanni Mazzillo si è occupato di Battesimo cristiano e riti di purificazione nelle altre religioni, in una prospettiva fenomenologica interessata al simbolismo dell’acqua, cui si connette una multiforme ritualità (lasciata in realtà ai margini dell’analisi). L’assunto centrale della ricerca riguarda il significato salvifico dei riti di rigenerazione (più che di “purificazione”) e l’intento è di rintracciarne l’origine comune, radicata in una presenza del divino nella storia. La simbologia dell’acqua viene descritta in due momenti, in direzione dell’origine e del termine della vita. L’acqua come realtà generante ed elemento primordiale è riconoscibile nella Genesi (al pari della Parola), ma anche in un inno del Rig-Veda, nello Zoroastrismo, nella mitologia greca (la coppia ancestrale Oceano-Teti), fino a contesti culturali lontani (in Australia si ritrova la credenza che Kaleru, il serpente-arcobaleno, abbia posto gli spiriti bambini in fosse d’acqua). Naturalmente nei luoghi afflitti da siccità e desertificazione la connessione acqua-vita è decisiva. Se ne trovano tracce nel Corano (16,65), in Gen e Ap, in Ez 47,1-12 e nell’acqua viva di Gv 4, che evoca il tema, frequente nella letteratura patriarcale, dell’incontro con il divino presso fonti e pozzi, nonché il dono messianico della vita piena (cf Sal 36,10). L’ambivalenza dell’acqua, distruttrice e benefica, riconduce alla percezione del divino come mysterium tremendum e fascinans. Diversamente dal fuoco, che purifica distruggendo, l’acqua lava senza consumare: di qui il rapporto al sacro attraverso abluzione e desecratio (nell’antica Grecia, il lustrum dei romani, il rito egiziano sul defunto, la purificazione dell’incesto attraverso la discesa nel fiume nell’isola di Sulawesi). Il Nuovo Testamento recupera il modello della purificazione dal contatto con la lebbra, purificazione collegata in Gesù allo Spirito Santo (cfr guarigioni dei lebbrosi ed episodio di Naaman). Ma il battesimo di Gesù avviene nella sua morte e diventa strumento di vita.
    Rispetto al simbolismo dell’immersione nella morte per vincere la morte va innanzitutto segnalata l’ambiguità fondamentale dell’acqua nel mondo delle religioni: “santa” e “amara” nel diluvio, nel passaggio del Mar Rosso, nel battesimo, catartica nell’Egitto, purificatrice a Qumran, non riducibile a semplice ritualità. La purificazione investe le persone, ma anche il popolo e le sue istituzioni, inserendosi nella fondamentale simbologia riconducibile alla coppia morte-vita. L’immersione nell’acqua (o l’aspersione) traduce l’immedesimazione nel divino (i “misteri” di Eleusi, di Orfeo, di Adone, di Attis e Cibele, di Dioniso, con miti diversi centrati tuttavia sul ciclo morte-vita), con un profondo coinvolgimento esistenziale-emotivo, per attingere vita alla sorgente e superare la morte (l’idea compare anche nei misteri di Iside). Il rapporto di questo tipo di riti con il battesimo è problematico (emerge nell’esegesi paolina sul battesimo), data la differenza di lessico e di dottrina in riferimento alla storicità della morte di Cristo. La consuetudine di un’immersione totale nell’acqua per l’ingresso nella comunità è riscontrabile anche nel giudaismo, come pure nel battesmo azteco, nella cerimonia bràhmanica dell’upanaya che segna il passaggio dell’adolescente a rigenerato. La ritualità dello spogliarsi del vecchio appare nella ricorrente pratica del contatto con l’acqua del Gange nell’induismo e nella ricorrenza della kumbh mela (festa del vaso, che conteneva il nettare della vita, amrit), di cui ci sono tracce nel fiume sacro.

6. La tavola rotonda conclusiva è stata dedicata alla presentazione di alcuni modelli e metodi di insegnamento.
    Il Prof. Pierpaolo Caspani ha proposto una riflessione condivisa dai colleghi del Seminario di Milano, con i quali, a partire dal 1995, ha preso corpo la riorganizzazione del discorso sacramentario in considerazione di due esigenze fondamentali: l’interazione tra prospettiva liturgica e sistematica e l’articolazione tra presentazione dei singoli sacramenti e trattazione di questioni comuni a tutti i sacramenti. Quanto alla prima questione, superando l’eredità manualistica che separava i due approcci alla substantia sacramenti e alla caerimonia, si assegna indicativamente alla scienza liturgica il compito di spiegare lo spessore concreto della celebrazione e della sua storia e alla riflessione sistematica quello di individuare, partendo dal fatto celebrativo, l’identità e il significato del sacramento (la necessaria interazione non confonde né dissolve una prospettiva nell’altra). Specificità e interazione di diverse competenze hanno suggerito un lavoro interdisciplinare, espresso anche in sede didattica attraverso l’intervento del docente di liturgia all’interno del corso di sistematica, supportato da una collaborazione tra i docenti che evita la giustapposizione (fa eccezione l’eucaristia che, per la consistenza della materia e l’organicità dei corsi ereditati, conserva due presentazioni distinte).
    In riferimento alla seconda questione, già prima del 1995, e tuttora, il de sacramentis in genere è collocato dopo la presentazione dei singoli sacramenti (come suggeriva Congar su Concilium 1/1968). La scansione muove dall’eucaristia, memoria della Pasqua in senso pieno e senza ulteriori specificazioni, mostrando come la sua primazialità struttura l’articolazione interna del settenario. In particolare, riguardo all’iniziazione cristiana, viene ripercorso innanzitutto il momento biblico, patristico e medievale, in una prospettiva genetica, necessaria allo studio liturgico della prassi celebrativa come pure alla riflessione sistematica sui sacramenti. Segue la presentazione dell’attuale proposta rituale (a partire dal RICA) e delle linee di riflessione sistematica ad essa collegate, privilegiando la prospettiva ecclesiologica e la finalità eucaristica. Ai risvolti pastorali, lasciati prevalentemente allo studio personale sulla base di una traccia, viene dedicato un forum di due ore di lezione, al quale partecipano i tre docenti di sistematica, di liturgia e di pastorale. In conclusione del corso è previsto anche l’intervento del responsabile del Servizio diocesano per il catecumenato. Per quanto riguarda le scienze umane, infine, la problematica dispersione di orientamenti e metodologie e l’ipoteca dell’antropologia presupposta rendono complesso il loro utilizzo e di fatto attualmente limitato il loro rilievo, pur rimanendo innegabile il pregio dell’acquisizione dell’irriducibilità del rito ad altro e la necessità di un approccio antropologico-culturale al culto rituale come presupposto per l’accesso all’oggetto/soggetto teologico.
    Il Prof. Andrea Grillo, docente al S. Anselmo (Roma) e a S. Giustina (Padova), partendo dalla scissione tra teologia e prassi cui è necessario porre rimedio, ha evidenziato, innanzitutto in sede storica, la necessità di superare il vizio intellettualistico che guida alla ricerca di “concetti” all’interno della Scrittura e della storia, orientando piuttosto la ricerca al reperimento di «dati», come principi di tradizione. La liturgia, infatti, si configura nel XX secolo come teoria che rimedia alla mancanza di una prassi, implicita questa, invece, nelle riflessioni e nei testi oggetto tuttora privilegiato dell’indagine storica.
    Venendo al lemma “sacramento della fede”, ha sottolineato che, in quanto «sacramento», il battesimo rinvia ad una sacramentalità della fede che si esplica primariamente nella fede eucaristica, e, in quanto “della fede”, rinvia all’esperienza della fede, irriducibile al sacramento, nel quale tuttavia primariamente si realizza. Di conseguenza l’approccio non solo verbale, ma simbolico-rituale alla celebrazione, esige la ridefinizione del rapporto tra il sapere liturgico e quello sistematico, entrambi provocati dalla “fontalità” dell’atto rituale così concepito. Osservando la triade dei sacramenti dell’iniziazione cristiana, non va sottaciuta l’implicazione della prassi attuale che, rendendo la penitenza quasi da quarto a secondo sacramento, induce un blocco nella comprensione del significato del battesimo nel complesso dei riti di iniziazione.
    In ordine alla ricostruzione del significato del battesimo come sacramento della fede si rende infine necessario un approccio all’azione del celebrare, che invoca la competenza delle scienze umane, senza facili concordismi né acritiche assunzioni, ma anche senza presunzione e sufficienza. Il rito è portatore di un’esperienza altrimenti rimossa e il teologo è tenuto ad offrire chiarimenti rispettando il «fenomeno».
    Il Prof. Cosimo Scordato ha presentato la configurazione del corso di sacramentaria all’interno della Ratio della Facoltà teologica di Sicilia, a partire dalla sua collocazione all’ultimo anno, in sincronia con l’esegesi giovannea, la morale sacramentaria, il diritto matrimoniale e la filosofia estetica, e in funzione ricapitolativa del percorso teologico. I due momenti disciplinari che la scandiscono (teologico sistematico e teologico liturgico) sono affidati a due docenti diversi, che procedono in parallelo, per garantire un rigore metodologico in ciascuno dei due ambiti e allo stesso tempo un’intesa nella ricostruzione della prassi sacramentale e della relativa riflessione teologica. Il trattato teologico-sistematico si caratterizza per l’integrazione tra il de sacramentis in genere e in specie, di sicura agilità didattica ma anche di notevole vantaggio per un’organica comprensione dell’organismo sacramentale e della sua storia in rapporto al contesto ecclesiale e teologico. L’aspetto biblico, distinguendosi dalla riconduzione rahneriana dell’istituzione dei sacramenti all’istituzione della chiesa da parte del Cristo, come pure dalla preferenza accordata all’eucaristia come sacramento al quale ricondurre gli altri, fa riferimento alla globalità del ministero pubblico di Gesù, comprendente i gesti fondamentali dell’inaugurazione del regno di Dio considerati come originanti i gesti in cui la chiesa celebrerà nello Spirito il riferimento al crocifisso-risorto come attualizzazione della propria identità. L’aspetto storico considera il permanere ed il mutare delle diverse prassi sacramentali, affrontando per ogni sacramento le problematiche specifiche e l’ermeneutica degli interventi magisteriali. La riflessione sistematica, assumendo la ritualità come fondante rispetto alla professione di fede, colloca i sacramenti nel contesto originante della sacramentalità del Cristo crocifisso-risorto, riprende la reciprocità tra chiesa e sacramenti, assume gli strumenti di analisi (antropologia, scienze del linguaggio, della comunicazione,…) delle celebrazioni sacramentali (scandite in iniziazione, risanamento e servizio) in una circolarità tra comprensione, rito e ripensamento dell’esistenza cristiana.

7. Il dibattito suscitato dalle relazioni, oltre a sollevare diverse questioni, ha lasciato emergere ulteriori attenzioni e prospettive. Senza riferire l’intera gamma degli interventi, è sufficiente in questa sede segnalare alcuni nodi centrali: la calibratura del rapporto tra simbologia religiosa e novità cristiana in una lettura non semplicemente comparativistica ma contestuale del simbolo; il significato e il limite della prospettiva amartiologica nella comprensione del battesimo; la considerazione dello spessore della libertà e la sua configurazione alla luce della struttura del rito; la chiarificazione circa la fede esigita dal sacramento e la fede infusa in esso; la comprensione non semplicemente psicologica del votum baptismi; la circolarità tra la priorità dell’evento pasquale sul sacramento e la caratterizzazione del rito come condizione di questa ulteriorità; il rapporto tra l’iniziazione sacramentale e la vita cristiana che ne esprime la pienezza; la connessione e l’articolazione del trattato sui sacramenti rispetto alle altre tematiche teologiche fondamentali; la ricchezza della collaborazione tra docenti e la fecondità dell’approccio interdisciplinare; la complessità del rapporto teoria-prassi e le implicazioni della tensione tra teologia e prassi sacramentale.
    Non tutta la tematica è stata esplorata, né è sempre stata evidente la linea conduttrice del corso, senza pregiudizio per la qualità degli interventi, l’attualità delle questioni, l’urgenza della riflessione sul sacramento della fede.

Giovanni Girardi

 

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