L’identità e i suoi luoghi
XX Congresso Nazionale dell’ATI

   L’identità e i suoi luoghi. L’esperienza cristiana nel farsi dell’umano: questo tema ha guidato il XX Congresso Nazionale dell’Associazione Teologica Italiana (ATI), tenutosi per la prima volta in Sardegna (Donigala Fenughedu-Oristano), dal 10 al 14 settembre 2007, nella ricorrenza del 40° dell’Associazione e dell’80° della Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna1.
   Dopo anni dedicati alla riflessione ecclesiologica si è avvertita l’urgenza di affrontare la questione antropologica, per misurare la teologia «con l’incalzante domanda dell’oggi che verte intorno all’umano». Preparata dai precongressi zonali (“L’identità nell’arte e nella letteratura contemporanea”; “La crisi dell’humanum nel mondo della tecnica”; “L’identità umana e la sua comprensione tra scienza e tecnologia”) e dai recenti corsi di aggiornamento, la ricerca ha inteso visitare alcuni luoghi critici dell’antropologia per «istituire una grammatica dell’umano» (Giovanni Ancona, Le ragioni di un percorso). In attesa di una pronta pubblicazione degli interventi, offriamo un resoconto panoramico dello svolgimento dei lavori.
   La relazione-base è stata affidata a mons. Franco G. Brambilla, preside della Facoltà Teologica dell’Italia settentrionale, nominato vescovo ausiliare di Milano, sul tema: L’identità transitiva: per un’antropologia drammatica. Una dotta e articolata relazione che, alla luce della problematizzazione dell’identità nella cultura moderna e in dialogo critico con W. Pannenberg, H. Verweyen, P. Ricoeur, ha condotto alla necessità di disegnare un’antropologia fondamentale della libertà, capace di «argomentare un sapere della coscienza che sa e decide di sé nella relazione con l’altro», nel “dramma” della storia. Tale visione dovrà, poi, riferirsi a una fenomenologia dell’esperienza umana, di cui Brambilla indica tre sintetici passaggi: “la coscienza nell’agire pratico”, “l’esperienza della passività nell’agire (il corpo, l’altro e il noi)”, “la libertà come immagine e il suo destino escatologico”.
   Di qui l’ingresso nei cinque luoghi dell’identità: snodi dell’esperienza entro cui riemerge la domanda sull’umano e che interpellano l’antropologia cristiana chiedendole nuove declinazioni.
   Anzitutto, Roberto Repole ha offerto un’acuta rilettura dell’interiorità (L’identità abitata. Interiorità e presenza). L’onesto ascolto della coscienza moderna, che da un lato dissolve l’interiorità ma pure rilancia un appello all’annuncio cristiano, trova una risposta tornando a un’autorevole voce della tradizione premoderna, Guglielmo di Saint-Thierry, nel suggestivo percorso de La lettera d’oro. Così, la rilettura cristologica dell’interiorità, riconosciuta quale imago Dei, si rivela nella sua intrinseca dinamica relazionale, sia a Cristo (figlio nel Figlio) che ai fratelli. All’opposto di una ricaduta intimistica, il processo di interiorizzazione non si dà nella concentrazione su di sé, ma come “lasciar nascere Cristo in noi”, nella mediazione ecclesiale, e come “estasi” e responsabilità verso i fratelli. In questo senso, si può dire che l’intus è sempre anche inter.
   Un secondo nodo cruciale dell’umano è indicato nella reciprocità asimmetrica del maschile e femminile: L’identità sessuata: volto, genere e differenza. Stella Morra ha tracciato la parabola moderna del dibattito, in quattro fasi storiche (femminismo, cultura dell’alterità, cultura della differenza e questione di genere), individuando come “nodo critico” il corpo. In questo orizzonte ha offerto «un quadro interpretativo teologico» – frutto di un seminario del Coordinamento delle Teologhe Italiane – che, a partire dalle tre cifre sintetizzate nel titolo, guidasse la teologia ad argomentare come il rapporto con Dio formi l’identità umana, sapendo tenere insieme «biologico, simbolico e sociale».
   La dimensione di prossimità è stata indagata da Giovanni C. Pagazzi (L’identità custodita. Il primogenito e i suoi fratelli) che, attraverso una panoramica biblica dei rapporti di fraternità (da Caino e Abele in poi) ha colto la radice della rivalità tra fratelli nella paura della morte: «Caino uccide Abele per il timore che ci sia un posto solo». Ciò ha trovato un suggestivo pendant nella tragedia di Edipo. Da tale sfondo si staglia la fraternità resa finalmente possibile da Cristo che, con la sua Pasqua, ha liberato dal timore della morte (Eb 2,15) divenendo da Unigenito «Primogenito di coloro che risuscitano dai morti» (Col 1,18).
   Per declinare il nodo dell’agire (L’identità attiva, tra sopravvivenza e significazione) Roberto del Riccio non ha percorso teorie dell’azione né si è limitato al lavoro, ma ha inteso mostrare, dal punto di vista fenomenologico, che «il fare partecipa in modo strutturante alla definizione dell’identità dell’uomo” (sia tramite la cultura, sia perché con l’attività l’uomo insieme al mondo trasforma se stesso). Ma soprattutto, passando da Gaudium et Spes alle conclusioni delle discipline antropologiche moderne (Scheler, Plessner, Gehlen) è giunto ad affermare che, alla luce della predestinazione in Cristo (in dialogo con Moioli e Miranda), il fare diventa il luogo in cui si esprime e plasma l’identità cristiana dell’uomo in Cristo, chiamato ad esser figlio.
   Da ultimo, Andrea Grillo (L’identità celebrata: il rito, il simbolo e la fede) ha rilanciato la convinzione che «l’identità credente dipenda strutturalmente dall’identità celebrata», argomentandola attraverso un’analisi critica della parabola del Movimento Liturgico, da recuperare nelle sue intenzioni profonde e nella sua capacità di porsi in dialogo con le mediazioni culturali. Ciò ha portato a invocare una nuova fase del movimento liturgico che, in fecondo dialogo con le scienze umane, sappia riscoprire l’originarietà dell’agire simbolico-rituale.
   Per esplicitare la volontà di ascolto con la cultura attuale, il Congresso ha ospitato pure due suggestivi dialoghi con altrettante voci della filosofia italiana. Il primo, animato da Mons. Piero Coda, con Umberto Galimberti, che ha offerto la sua interpretazione dell’identità, del sacro e dell’originario (additando l’identità «come un’idea propriamente cristiana, in conflitto con la libertà. Nata da Agostino a partire dal concetto di anima, resa principio della soggettività, la cui enfasi sta alla radice del relativismo e soggettivismo moderno»). Intervistata da M. Vergottini, Laura Boella, invece, muove dalla convinzione che l’interdipendenza sia una dimensione originaria dell’umano. Perciò l’identità si forma nella relazione con l’altro che mi interpella e nell’assunzione di responsabilità nei suoi confronti. Ma senza fermarsi alla definizione dell’esser-con si è, poi, aperta alla concreta esperienza della relazione, attraverso lo studio dell’empatia.
   Una vivace tavola rotonda finale, presieduta da S.E. Mons. I. Sanna, con S. Cannistrà, D. Albarello e A. Rizzi, ha terminato il Congresso senza pretendere di chiudere i lavori, anzi rilanciando la ricerca.
   I vivaci lavori hanno confermato l’attualità della questione antropologica come un’urgenza culturale e una sfida per la teologia e per l’annuncio cristiano in genere. Si è pure verificata la bontà dei “luoghi” scelti: prospettive originali, che hanno individuato snodi sensibili per la costruzione dell’identità e per incontrare la vicenda culturale. Pur potendoli dilatare ulteriormente, sono riconosciuti come chance e compito per la teologia che in essi, oggi, deve/può declinarsi.
   Ciò, però, nel contempo ha svelato anche i limiti dei percorsi attualmente battuti: la loro settorialità o il limitarsi a un livello introduttivo, con una certa reticenza a sviluppare contenutisticamente il percorso teologico. Si ha l’impressione che si arrivi a impostare il discorso, ma poi ci si fermi sulla soglia.
   Paradossalmente, il compito dell’identità antropologica si rilancia. Le stesse differenze di approcci e il non sufficiente legame esistente sia tra le relazioni sia con l’impostazione di base (insinuata nelle premesse iniziali) rischia di condurre il discorso a una sua frammentazione più che all’approfondimento. Ma, soprattutto, è riaffiorata urgente la questione metodologica quasi che nell’inevitabile intreccio di discipline, si senta il bisogno di tutelare l’identità della teologia.
   La profondità della posta in gioco e la vivace partecipazione mostra quanto il Congresso non sia stato un mero evento celebrativo, ma un autentico luogo di incontro e confronto, aperto a novità. Ciò proprio secondo le disposizioni iniziali del presidente, P. Coda: «non sia un museo, ma un luogo di dialogo e di laboratorio». Ciò dimostra che la teologia si sente fortemente interpellata dalla crisi della cultura, ma pure vuol offrirsi come un’intelligente provocazione a tutela dell’umano.

Francesco Scanziani

Note
1 Il convegno ha riservato un particolare ricordo al presidente onorario Luigi Sartori e a Giuseppe Alberigo, recentemente scomparsi. L’ATI ha voluto anche commemorare gli anniversari di don Donato Valentini, sdb, e p. Stefano Moschetti, s.j. Inoltre, l’Assemblea dei soci ha eletto il nuovo Consiglio che ha visto unanimemente confermati il presidente mons. Piero Coda e il vice Marco Vergottini, affiancati dal nuovo segretario don Riccardo Batocchio, coi nuovi consiglieri e delegati.

 

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