Un saluto del Segretario ATI (1989-1999)

   Il prof. Dario Vitali è il nuovo Segretario ATI. Mi è veramente gradito rivolgere a lui, al prof. Giacomo Canobbio, Presidente riconfermato, ed al suo Consiglio i miei più fervidi saluti ed i miei migliori auguri per un proficuo lavoro per l’ATI e con l’ATI, per la missione della Chiesa di Cristo.
   Chiunque collabora per l’ATI dona e riceve. È ringraziato, e ringrazia. Così è anche per me. Pertanto vi ringrazio.
   Sono stato nel Consiglio ATI per 15 anni. Mi permetto perciò di chiedere in particolare all’ATI di aiutarmi gentilmente nella promozione della Sezione italiana della Associazione Europea dei Teologi Cattolici. Di tale Sezione, infatti, sono attualmente “Rappresentante”.
   Ogni bene a ciascun Socio ATI.

don Donato Valentini

 

Attività del Consiglio di Presidenza

   Da giovedì 16 settembre u.s. l’ATI ha un nuovo Consiglio di Presidenza. A margine dei lavori del 1° Convegno unitario C.A.T.I. (Coordinamento Associazioni Teologiche Italiane) di Collevalenza (13-17 settembre), i tanti membri dell’Associazione presenti ai lavori hanno rinnovato le cariche, secondo Statuto. Sono risultati riconfermati il presidente, il Vicepresidente e i Consiglieri del Centro e del Sud, mentre sono stati eletti un nuovo Segretario e due nuovi Consiglieri per il Nord-Italia.

Presidente
Prof. Giacomo Canobbio di Brescia

Vice-Presidente
Prof. Saturnino Muratore di Napoli

Segretario
Prof. Dario Vitali di Velletri-Roma

Consiglieri Zona Nord
Prof. Marco Vergottini (Milano)
Prof.ssa Valeria Boldini (Brescia)

Consiglieri Zona Centro
Prof. Piero Coda (Roma)
Prof. Maurizio Gronchi (Pisa)

Consiglieri Zona Sud
Prof. Maurizio Aliotta (Catania)
Prof. Giovanni Mazzillo (Catanzaro)

Divisi per aree i membri ATI hanno poi indicato i propri
Rappresentati d’area i Proff.:
Nord: Marino Qualizza (Udine)
Centro: Alessandro Doni (Pisa)
Sud: Giovanni Ancona (Molfetta)

   Il Consiglio si è riunito la sera stessa in prima seduta. All’ordine del giorno la conferma o meno del lavoro di preparazione del prossimo Convegno ATI, fissato per il prossimo 11-15 settembre 2000 a Brescia, sul tema “Teologia e storia: l’eredità del Novecento“. Il tema del Convegno era già stato individuato dal precedente Consiglio (cf la relazione in Forum ATI: RdT 4 [1999] 593-594), che aveva abbozzato una trama di articolazione, individuando nelle variazioni del teologare il ‘luogo’ in cui cercare le variazioni della teologia e le traiettorie che orientano ai possibili futuri sviluppi della teologia.
   Il Consiglio, raccogliendo quelle indicazioni, ha confermato l’utilità di celebrare il Convegno nell’anno 2000, nonostante i tempi ristretti di preparazione, sottolineando anche la necessità di coinvolgere i soci ATI in fase di preparazione del Convegno stesso. L’attenzione si è fissata poi sull’articolazione dei lavori. Come individuare gli eventi più significativi che hanno toccato non tanto o non solo i contenuti della teologia, ma il modo di fare teologia? Come si vede, il taglio del Convegno è più metodologico che contenutistico.
   La difficoltà più evidente è stata quella di trovare i registri per individuare le variazioni del teologare. La pista guida è stata l’idea di eredità: l’intenzione del Convegno non è quella di tracciare un bilancio della teologia del XX secolo, ma di offrire un orientamento prospettico, individuando quegli eventi che hanno innescato un processo di evoluzione, che interessa la teologia anche in prospettiva futura. In questo senso si è inteso parlare di eredità: l’intenzione è quella di cogliere la lezione del secolo ‘breve’, per fissare i punti di arrivo irreversibili e per aprire nuove prospettive per la teologia, soprattutto per la metodologia teologica.
   Su questa linea, il problema più arduo si è rivelato quello di cogliere i ‘fatti’ significativi per la teologia. È meglio provare a leggere in una prospettiva unica di sviluppo il XX secolo, per cogliere le svolte epocali della cultura e della storia che hanno influito sulla teologia, o piuttosto cogliere degli eventi, intendendo magari per eventi più delle linee di sviluppo che dei fatti puntuali? Come trascegliere poi tra tantissimi fatti e situazioni che hanno toccato e sconvolto il modo tradizionale di fare teologia? La prima guerra mondiale, la crisi dell’eurocentrismo, la shoah, la crisi della ragione filosofica, i movimenti di emancipazione, i nuovi orientamenti ecologisti sono stati alcuni dei temi già evidenziati nel Consiglio precedente. Ma alcuni di questi non sono ‘fatti’, sono piuttosto dei nodi fondamentali della cultura contemporanea.
   L’orientamento, che verrà specificato nella prossima riunione del Consiglio è stato quello di scegliere quegli eventi globali che hanno indici ben individuabili in eventi storici: così non potranno essere trascurati fenomeni come la shoah sul piano storico, la crisi della metafisica in chiave teoretica, l’avvento della scienza e della tecnica, e il richiamo diffuso all’esperienza e alla prassi in chiave più socio-culturale, senza dimenticare il Concilio Vaticano II in chiave più strettamente ecclesiale. Le tante sollecitazioni emerse durante la riunione saranno tradotte in una proposta di schema redatta dal Presidente e presentata nella prossima riunione del Consiglio, il 13 novembre p.v. presso il Collegio Lombardo di Roma.
   Data l’importanza del tema, il Consiglio ATI invita tutti i membri dell’Associazione a entrare in dialogo sull’argomento, attraverso lo spazio del Forum ATI su Rassegna di Teologia o attraverso il sito Internet www.teologia.it

 

Il Segretario
Dario Vitali

 

Da Udine a Collevalenza

Bilancio dell’attività dell’ATI 1995-1999

   Già a Troina avevo avuto modo di presentare un bilancio della vita dell’Associazione: la relazione colà letta fu pubblicata in Forum-ATI sul n. 5/1997 di Rassegna di Teologia (pp. 669-672). Non ritengo quindi opportuno riproporre quanto è già a conoscenza di tutti. Mi limito a richiamare i tratti salienti.
   Uno degli obiettivi che dopo il Congresso di Udine (sett. 1995) il Consiglio di Presidenza si era prefissato era quello di continuare il percorso precedente, in particolare di mantenere l’apertura dell’Associazione alla vita ecclesiale e al dibattito culturale.
   Per quanto riguarda il primo aspetto, dobbiamo richiamare lo stretto rapporto stabilito con la CEI, grazie anche alla cortese e attiva presenza di Mons. Lorenzo Chiarinelli ai nostri lavori. Dopo il Convegno di Palermo (nov. 1995) nel quale il Card. Camillo Ruini sottolineò l’importanza della teologia per la vita della Chiesa in Italia, sono caduti alcuni sospetti che pesavano sull’Associazione. Il clima che si è stabilito è di rapporti cordiali, che si sono sostanziati anche in alcuni contributi finanziari per le attività dell’Associazione. Come dirò più avanti, anche lo sforzo di coordinare i lavori delle diverse Associazioni teologiche e di offrire un contributo per il progetto culturale è servito a far cadere alcune incomprensioni sorte alla fine degli anni ’80.
   Per quanto riguarda il secondo aspetto, si è continuato a cercare collegamenti con studiosi di filosofia o di scienze delle religioni operanti nelle Università italiane, come si può vedere sia dagli Atti del Seminario tenuto presso l’Istituto di Studi filosofici di Napoli nel marzo 1997, sia dall’iter di preparazione al Congresso di Troina, che ha coinvolto numerosi studiosi di scienze delle religioni operanti in istituzioni non ecclesiastiche, sia dai Corsi di aggiornamento ai quali hanno partecipato come relatori docenti di filosofia di area ‘laica’. Ne è venuto uno scambio cordiale che ha permesso a costoro di conoscere e apprezzare il lavoro dell’Associazione.
   Si era tentato anche di aprire un dialogo con rappresentanti di altre religioni, ma il tentativo è fallito come sa chiunque abbia partecipato al Congresso di Troina nel quale il confronto si sarebbe dovuto manifestare e che ha registrato invece solo la presenza di un monaco buddista.
   Gli Atti del Congresso di Troina, curati da Maurizio Aliotta e pubblicati dalle Edizioni San Paolo con il titolo Cristianesimo, religione, religioni. Unità e pluralismo dell’esperienza di Dio alle soglie del terzo millennio, sono in libreria da alcuni mesi. Essi costituiscono la meta di un percorso di riflessione che ha impegnato l’ATI nei due anni successivi al Congresso di Udine e rappresentano un nuovo ambito di ricerca dopo quello relativo al dialogo tra teologia e pensiero scientifico (in particolare la cosmologia) che aveva caratterizzato sia il Congresso di Pisa sia quello di Udine. La scelta di riflettere – coinvolgendo studiosi di scienze delle religioni – sul tema del rapporto del cristianesimo con la religione e le religioni era stata determinata dalla constatazione che esso è tra i temi più spinosi della riflessione teologica oltre che della prassi ecclesiale.
   In continuità con questo problema si pone anche il Congresso che si sta tenendo qui a Collevalenza. In esso sono coinvolte tutte le Associazioni teologiche italiane, che hanno deciso di tentare un coordinamento tra di loro (CATI) che non mortificasse le peculiarità di nessuna Associazione, ma le facesse convergere verso una ricerca comune. Il tema del Congresso, scelto nel 1995 su indicazione dell’allora Presidente dell’ATI Severino Dianich: Gesù di Nazareth figlio di Adamo, Figlio di Dio, rimette al centro la questione della singolarità e universalità di Gesù Cristo proprio in occasione del giubileo che simbolicamente vorrebbe fare memoria della svolta intervenuta nella storia con la venuta di Cristo. Il faticoso iter di preparazione e le relazioni di questi giorni indicano quanta strada ci resti da compiere per giungere a convergere nella riflessione, pur mantenendo le rispettive metodologie: i cultori di discipline teologiche, nonostante si dichiari continuamente la necessità di approcci interdisciplinari, stanno ancora imparando a lavorare insieme. Va dato atto a Giampiero Bof, socio dell’ATI e segretario e vicecoordinatore del CATI, di una determinazione singolare nell’annodare i fili di discorsi difficilmente convergenti, al di là delle dichiarazioni di intenti.
   In preparazione al Congresso si sono tenuti Seminari locali (Roma, Padova, Potenza: i resoconti sono apparsi nel Forum ATI dei nn. 3 e 4 di Rassegna di Teologia 1999), nei quali si è cercato di preparare il terreno e di offrire spunti per la relazione dell’ATI che al Congresso è stata letta da Maurizio Gronchi. A lui, che ha profuso un impegno notevole per raccogliere i risultati di questi Seminari e per stendere la relazione, va la nostra gratitudine. Riguardo ai Seminari, si deve notare che la presenza dei Soci è stata piuttosto scarsa e, alla luce dell’esperienza degli ultimi anni (ma anche di quelli passati) non manca chi ritiene si debba inventare una nuova forma di partecipazione alla vita dell’Associazione. Sembra infatti che tutti i Soci siano impegnati in ricerche proprie che difficilmente incrociano quelle proposte dall’Associazione e, dati anche i molteplici incarichi di ciascuno, diventa difficile che siano presenti agli appuntamenti comuni.
   Con il CATI e con il “Servizio nazionale per il progetto culturale” si è organizzato nell’ottobre 1998 anche un Seminario dedicato al tema Identità nazionale, identità culturale, identità religiosa. Esso ha rappresentato il segno di attenzione delle Associazioni teologiche italiane nei confronti di un’iniziativa della Conferenza Episcopale Italiana finalizzata a permeare con il Vangelo la vita quotidiana degli italiani. Gli Atti verranno pubblicati dalle Edizioni San Paolo e potranno fornire stimolo anche alle diocesi e ai molti Soci che in esse hanno responsabilità in ambito culturale.
   Se in questi ultimi due anni si è lavorato in unione con le altre Associazioni, non è mancato il lavoro proprio dell’ATI. Esso si è esplicato anzitutto nei Corsi di aggiornamento tenuti nel dicembre 1997 e 1998: il primo sul tema del monoteismo, il secondo sul parlare di Dio. Nell’un caso e nell’altro si è verificata la presenza vivace di un alto numero di partecipanti (soprattutto al secondo), a dire che non manca l’interesse dei docenti ad alcune iniziative della Associazione. Gli Atti vedranno la luce con un certo ritardo, sia perché l’Editore ha deciso di non pubblicare più di due volumi all’anno della nuova collana di testi dell’ATI, sia perché non sempre i relatori sono puntuali a consegnare il loro contributo scritto.
   Grazie alla collaborazione di Rassegna di Teologia e al contributo finanziario di uno sponsor di Brescia (la Banca San Paolo) abbiamo aperto un sito in Internet, www.teologia.it o www.teologia.com. Il sito dovrebbe diventare luogo di dialogo tra i Soci e un modo per far conoscere gli ambiti di ricerca sia in Italia sia all’estero. Acquisendo questo sito ci siamo proposti come ipotetico luogo di ospitalità di tutte le iniziative teologiche italiane. Lo avrà potuto vedere chiunque abbia visitato il sito, che sta gradualmente prendendo forma grazie alla consulenza del Prof. Pino Lorizio e al contributo tecnico del Sig. Giovanni Drago.
   Nel frattempo, obbedendo alla consegna ricevuta durante l’assemblea tenutasi al Congresso di Troina, il Consiglio di Presidenza ha avviato la preparazione del Congresso del 2000, che si terrà a Brescia dall’11 al 15 sett. Finora è stato scelto il tema: Teologia e storia: l’eredità del ‘900 e si è ipotizzata un’articolazione, che nella riunione del Consiglio di Presidenza del 13 nov. verrà precisata. L’obiettivo del Congresso è quello di considerare come alcuni avvenimenti storici abbiano trasformato la teologia nel secolo che giunge alla fine e che cosa comporti per la ricerca teologica mettersi in ascolto della storia. Questo dovrebbe essere il primo momento di un percorso che occuperà l’ATI nel prossimo quadriennio e che dovrebbe delineare ipotesi per ripensare il modo di fare teologia. È ovvio che sull’articolazione sono graditi contributi e suggerimenti.
   Per dicembre (28-30), ancora presso i Salesiani di Via Marsala a Roma, è programmato un altro corso di aggiornamento, che quest’anno si soffermerà sulla funzione della teologia nella formazione ecclesiale. La scelta del tema si pone in continuità con il Seminario tenuto presso la Pontificia Università del Laterano nel dicembre 1996 e i cui Atti, a cura di G. Lorizio e S. Muratore, sono apparsi presso le Edizioni San Paolo con il titolo La frammentazione del sapere teologico (1998). L’ATI, costituita in buona parte da docenti di teologia, non può disinteressarsi dell’insegnamento della teologia. Dalla “Congregazione per l’educazione cattolica” è venuto un riconoscimento nei confronti della nostra Associazione appunto per il lavoro che ha avviato sulla possibile riforma degli studi teologici: Franco Ardusso e il Presidente sono stati chiamati a far parte di una commissione che dovrebbe avviare una riflessione sulla revisione di Sapientia christiana. Al corso di aggiornamento di dicembre si vorrebbe avere la presenza anche di Rettori e di alcuni Padri spirituali di Seminari per avere con loro un franco scambio di opinioni.
   Per quanto riguarda le pubblicazioni degli Atti dei Congressi e dei Corsi di aggiornamento, abbiamo dovuto cambiare l’Editore. Il Messaggero di Padova ci chiedeva condizioni per noi insostenibili. Le Edizioni San Paolo hanno accettato di avviare una collana di volumi dell’ATI. Le condizioni che ci chiedono sembrano decisamente migliori: dobbiamo preparare redazionalmente il testo, rinunciare ai diritti d’autore e acquistare 100 (cento) copie di ogni volume con lo sconto del 30%.
   Con le Edizioni Città Nuova di Roma si è avviata una collaborazione che riteniamo di grande interesse: dette Edizioni hanno chiesto all’ATI di riscrivere il Bilancio della teologia del secolo XX. L’opera apparirà in quattro volumi (prevedibilmente a fine 2000) a cura di G. Canobbio e P. Coda e coinvolge un gran numero di Soci della nostra Associazione. Riteniamo che questa iniziativa servirà a far conoscere (e speriamo apprezzare) ancora meglio l’ATI e i teologi che vi aderiscono.
   Al termine di questo resoconto non posso non rilevare che l’ATI sta ottenendo attenzione da parte di giovani teologi: le iscrizioni aumentano e ciò fa ben sperare per il futuro. Tocca ora a questa Assemblea delinearlo, anche eleggendo un Consiglio di Presidenza che la esprima con fedeltà creativa.
   Per quanto riguarda il lavoro del Consiglio di Presidenza con piacere posso dire che il clima è sempre stato di cordialità fraterna e di collaborazione. Per questo mi sento in dovere di ringraziare tutti i Consiglieri e i Delegati. Un ringraziamento particolare vorrei però esprimere al Vicepresidente che cura con singolare dedizione e determinazione il Forum-ATI e con il quale ho sempre lavorato in totale sintonia; un grazie sincero anche al Segretario, Donato Valentini, il cui lavoro è forse il meno gratificante, ma senza il quale l’organizzazione della vita dell’Associazione non procederebbe. La decisione di d. Donato di lasciare l’incarico dopo dieci anni di lavoro assiduo, anche per far cadere alcuni pregiudizi nei confronti dell’Associazione, mi fa obbligo di esprimere a lui la gratitudine di tutti i Soci, che lo hanno conosciuto appassionato propugnatore dell’ATI.
   Alcuni problemi restano aperti:
   1. La partecipazione alla vita dell’Associazione: al Congresso di Troina erano presenti solo 54 Soci, sui cento partecipanti. Può darsi che sia dipeso dal luogo un po’ lontano e isolato. Ma se questa può essere una ragione, non sembra sia la dominante per il fatto che, come già dicevo, anche ai Seminari locali la presenza dei Soci è piuttosto limitata. Servono suggerimenti per attivare una più viva partecipazione, a meno che si ritenga che, dato il carattere dell’Associazione, basti quella che si sta riscontrando.
   2. La disponibilità a offrire contributi per il Forum-ATI. Devo dire che finora quando ho chiesto collaborazione l’ho sempre ottenuta. Mi domando però se non si possa diventare più attivi e offrire contributi spontanei che stimolino la ricerca comune.
   3. Le quote associative: come il Segretario dirà, siamo a un buon livello. Ci sono tuttavia ancora Soci che dimenticano di versare la quota e al Consiglio risulta difficile decidere di depennarli dall’elenco, anche perché dopo qualche anno buona parte si risveglia dall’oblio e versa anche le quote degli anni precedenti.
   4. Non è stato raggiunto l’obiettivo di pubblicare la bibliografia dei Soci. Può darsi che Internet permetta di risolvere questo problema; ma Internet senza la volontà di collaborazione di tutti non riuscirà.
   5. Non si è riusciti neppure a realizzare l’intento di indicare agli Editori criteri omogenei per la pubblicazione di testi teologici. La malattia di P. Saturnino Muratore ha impedito di concretizzare un Seminario che era stato pensato. Toccherà al nuovo Consiglio, se lo vorrà, portare a compimento un’iniziativa che riteniamo sia di grande utilità.

Il Presidente
Giacomo Canobbio

 

«Gesù di Nazaret … Figlio di Adamo, Figlio di Dio»

1° Congresso unitario del Coordinamento delle Associazioni Teologiche Italiane (=CATI)

   Dal 13 al 17 settembre si è svolto a Collevalenza il 1° Congresso unitario del CATI, sul tema «Gesù di Nazaret… Figlio di Adamo, Figlio di Dio». Al CATI aderiscono l’Associazione Biblica Italiana (= ABI), l’Associazione Mariologica Italiana (= AMI), l’Associazione Professori e Cultori di Liturgia (= APL), l’Associazione Teologica Italiana (= ATI), l’Associazione Teologica Italiana per lo Studio della Morale (= ATISM), il Gruppo Italiano Docenti di Diritto Canonico (= GIDDC) e la Società Italiana per la Ricerca Teologica (= SIRT). Ognuna di queste associazioni ha proposto al Congresso una o due relazioni.
   Si può facilmente intuire che il primo intento degli organizzatori del Congresso sia stato quello di avviare una occasione di incontro tra gli studiosi delle varie discipline bibliche e teologiche con la finalità di proporre un metodo di lavoro interdisciplinare, la cui carenza è denunciata da più parti, soprattutto nei colloqui informali tra i congressisti. Nel giorno di apertura, dopo i saluti del Cardinale Vicario e presidente della CEI Camillo Ruini, I. Rogger e G. Bof, rispettivamente Presidente e Segretario del coordinamento, hanno illustrato il percorso che ha condotto al Congresso e le finalità del CATI riassunte fondamentalmente nel primo art. del suo Regolamento: «Il CATI ha lo scopo di promuovere il dialogo, il confronto, l’informazione e la comunicazione tra le Associazioni teologiche; favorire le relazioni interdisciplinari nel campo della ricerca, della didattica e del servizio pastorale». Per dovere di cronaca e per onestà intellettuale, vanno però registrate alcune voci, anche se sommesse, che hanno avanzato il dubbio di una operazione dall’alto per costituire una sorta di gabbia per meglio controllare il lavoro dei teologi italiani. I più, però, hanno visto con favore questa esperienza a motivo dell’esigenza intrinseca del lavoro teologico di uscire fuori dall’arcipelago di competenze che o entrano in conflitto o, peggio ancora e nella maggior parte dei casi, si ignorano a vicenda. Ma veniamo alla cronaca dei lavori congressuali per poi darne una prima breve valutazione. Valutazione, beninteso, del tutto personale e che non coinvolge alcuna delle componenti che ha contribuito a realizzare il Congresso.
   Il tema cristologico scelto si presta certamente ad un lavoro interdisciplinare eppure si è vista subito la difficoltà di questo metodo di approccio al tema. Le prime due relazioni bibliche si sono soffermate su «L’autocomprensione di Gesù come mediatore di Dio Padre e del suo regno alla luce della “terza ricerca”» (G. Segalla dell’ABI) e su «Gesù Cristo il mediatore storico-salvifico definitivo nei Vangeli» (F. Manzi dell’ABI). Lo stesso tema della mediazione è stato visto dai due biblisti da punti di vista diversi e con metodi esegetici diversi. L’intento espresso da Segalla è stato quello di ritornare ad un dialogo fruttuoso fra la ricerca critica sul Gesù storico e la cristologia, che per il relatore è «la riflessione di fede su Gesù». Per raggiungere questo scopo il biblista di Padova ha articolato il suo intervento in tre parti, a mo’ di tre cerchi concentrici: Gesù mediatore che trascende le istituzioni di mediazione di Israele, senza negarle ma assumendole e portandole a compimento; il centro della predicazione e della missione di Gesù, cioè il regno del Padre, cifra simbolica che riassume e unifica tale assunzione-trascendimento; mediazione personale di Gesù del regno di Dio: Gesù Figlio singolare di Dio Padre e partecipazione dei discepoli di Gesù alla sua figliolanza per mezzo dell’inserimento nella nuova famiglia incentrata su di Lui. La relazione ha sottolineato l’importanza del tema dell’ebraicità di Gesù e le conclusioni a cui perviene accolgono il recupero del rapporto primario di Gesù col popolo di Israele. Gesù è mediatore di Dio Padre e del suo regno per il popolo di Israele, cui si sente inviato per chiamarlo a conversione e all’unità dalla dispersione. Questa mediazione di Gesù, nella sua vicenda terrena, ha carattere escatologico e con la sua morte e risurrezione è aperta a tutte le genti. Comunque diventa esplicita solo nella fede pasquale, dopo la risurrezione, fede peraltro sempre fondata sulla mediazione storica di Gesù verso il suo popolo di Israele. Questa è, secondo Segalla, la novità più significativa del recupero della storia di Gesù: l’autocomprensione di Gesù come mediatore di Dio Padre e del suo regno presso il popolo di Israele e, attraverso Israele, per tutte le genti.
   Punto di partenza della relazione di Manzi è la constatazione che mai nei sinottici e in Giovanni il titolo di mediatore è attribuito a Gesù. Tuttavia, il relatore ritiene che la categoria di “mediatore storico-salvifico” sia in grado di svolgere la funzione di cifra sintetica per elaborare una cristologia saldamente radicata negli scritti evangelici, considerati come testimonianza credente della comunità post-pasquale. Questa tesi è illustrata mediante l’analisi dei titoli cristologici, che sarebbero titoli di mediazione sul doppio versante di Dio e degli uomini. Con l’analisi di questi testi, Manzi vuol mostrare che la testimonianza concorde dei Vangeli rivela Gesù mediatore salvifico per mezzo di tre figure principali: la figura umana del messia davidico-regale, la figura umana del servo sofferente di JHWH e la figura trascendente del figlio dell’uomo. Tre figure, come si vede, sostanzialmente di matrice anticotestamentaria e giudaica. La fusione in Gesù delle tre figure determina la pretesa di essere “figlio di Dio”, fatto uomo, morto e risorto per la salvezza degli uomini. Questa pretesa, inoltre, costituisce la singolarità di Gesù e appare non solo ignota alla letteratura anticotestamentaria e giudaica, ma anzi è del tutto blasfema per il monoteismo giudaico. La pretesa di Gesù di essere – col suo modo di vivere, anzi con la sua stessa persona – la rivelazione definitiva di Dio stesso per ogni essere umano è pubblicamente attestata da Dio Padre con la risurrezione del Figlio.
   Alle relazioni bibliche sono seguite una relazione mariologica ed una relazione patristica. Sr M. Farina (AMI) ha sviluppato il tema della «Caro Christi e caro Mariae. Una prospettiva», C. Dell’Osso (Patrologo) quello de «La cristologia nella teologia bizantina del VI secolo». M. Farina ha trattato in maniera inusuale il suo tema, inusuale sia per il contenuto sia per il modo di presentarlo. È partita dal suo vissuto personale convinta che l’esperienza di fede di ogni credente porta in sé il DNA, il patrimonio genetico presente in modo normativo nella Rivelazione. Dunque è legittimo, per il teologare, assumere come punto di partenza, assieme ai nuovi paradigmi che caratterizzano la cultura contemporanea, la propria esperienza. La nuova consapevolezza di sé e i nuovi paradigmi spingono a ripensare i saperi e quindi la stessa teologia. In altri termini, è stato proposto di ricercare nuovi modelli teologici, precisamente riproponendo la memoria profetica della fede nell’oggi, secondo il genere letterario della testimonianza (S. Weil). In questo contesto la relatrice sostiene che non si può concepire il pensare la fede senza la mediazione di Maria, come ispiratrice nei metodi, nei contenuti e nelle finalità. Come la cristologia struttura il teologare, analogamente la mariologia lo percorre quale condizione umana radicale di possibilità. Ancora, il titolo mariano per eccellenza, Theotokos, è il criterio radicale della corretta fede, è una spia e una sentinella, perché veglia sul titolo “Dio” dato a Gesù, affinché egli non venga svuotato della sua umanità, contro ogni forma di docetismo e monofisismo. La Theotokos è quindi criterio di ortodossia nella pietà popolare e nella fede dotta. In altri due passaggi caratterizzanti la relazione, la Farina ha proposto un parallelo tra Maria ed Eucaristia, Nuova Eva e Nuovo Adamo, nel quadro della funzione materna in ordine alla retta fede. Il Dio che si fa carne nel seno di una donna è lo stesso che si fa presente poi nel cuore della materia, del mondo, nell’eucaristia. Si tratta di un’unica economia e un unico stile. In quanto reciproca a Gesù, Nuova Eva accanto al Nuovo Adamo, Maria avvia a un pensare nella comunione dei e tra i generi aprendo la possibilità di elaborare una antropologia uni-duale, che ponendo al centro l’ethos dell’amore va oltre l’antropologia dell’individuo, che tende all’autismo e alla monosessualità, rinviando invece al progetto originario del Creatore. Per l’intento di fondo, cioè suggerire nuovi modelli teologici, questo comporta che la teologia sia “cattolica”, cioè aperta a tutti e a tutte le diversità, che non si segua più la logica dell’aut aut, ma dell’et et. Infine la relatrice ha messo in evidenza la novità culturale dei nostri giorni: le donne comunicano i saperi, anche la teologia, non come singole, ma come soggetto collettivo.
   È seguita la relazione di Dell’Osso, una puntuale ricognizione di un segmento della storia della Chiesa e della teologia, non solo dell’Oriente bizantino, come potrebbe far capire il solo titolo della relazione, ma anche dell’Occidente latino per le implicanze indirette e il coinvolgimento diretto di alcuni esponenti latini. Il problema fondamentale del periodo esaminato – seconda metà del V secolo, prima metà del VI -è la distinzione tra la dottrina di Calcedonia e il neocalcedonismo. Il fatto è rilevante per la teologia successiva e fino ai nostri giorni perché ciò che è stato insegnato per secoli nei catechismi è la dottrina neocalcedonese e non direttamente quella calcedonese. Il concilio di Calcedonia definì che in Cristo vi sono due nature, una divina e una umana, in una sola persona. I neocalcedonesi ripresero la definizione con un ampliamento: in Cristo esistono due nature, una divina una umana, in una sola persona, cioè il Verbo, la seconda persona della SS.ma Trinità. A Calcedonia non si elaborò un symbolum, ma un horos, cioè una definizione. Fu questa definizione che crebbe nel tempo; ciò significa che non nacque sclerotizzata e ci furono molte resistenze prima che fosse accettata. Costituì un punto di scontro e un punto fermo. Il relatore ha ripercorso questo sviluppo con competenza e chiarezza, pur trattandosi di materia complessa e, per un certo verso, ancora oscura. Tra gli avvenimenti e le figure esaminate spicca quella di Leonzio di Bisanzio, la cui influenza si estende, secondo Dell’Osso, anche in Occidente fino a Tommaso d’Aquino. Leonzio è rappresentante dei calcedonesi di stretta osservanza e, assieme a costoro, è testimone di una cristologia calcedonese diversa da quella che noi conosciamo (che è appunto la neocalcedonese). La dottrina di Leonzio si caratterizza per il difisismo, cioè l’affermazione della permanenza della distinzione delle due nature dopo l’unione. C’è qui una esigenza di concretezza: l’ipostasi è l’effetto concreto dell’unione, quell’uomo concreto che camminava per le vie di Gerusalemme, Gesù di Nazaret. Il soggetto dell’incarnazione è sempre il Verbo. In conclusione, il relatore ha mostrato l’attualità della distinzione tra dottrina calcedonese e neocalcedonese, in quanto il linguaggio del magistero attuale è neocalcedonese, mentre alcune elaborazioni teologiche sulla mediazione salvifica e la singolarità di Gesù Cristo sono calcedonesi. Da qui l’incomprensione e il contrasto che ne segue.
   Nel terzo giorno di Congresso sono state presentate le relazioni sistematiche. M. Gronchi (ATI) ha esposto la relazione su «Gesù, l’uomo che è il Figlio di Dio. L’esperienza religiosa di Gesù come principio ermeneutico della sua singolare universalità»; V. Battaglia (SIRT) quella su «Condividere i sentimenti di Cristo. Dalla sponsalità alla contemplazione». Gronchi ha svolto la sua relazione collocandola tra l’attuale contesto di pluralismo religioso e il bisogno di una istanza ontologica, avanzato dallo stesso magistero romano (cf Fides et ratio 83.97). Per questo egli ha coniugato istanza teologica del pluralismo religioso e istanza metafisico-ontologica, per comprendere l’evento cristologico nella sua singolare universalità alla luce della identità ontologica del Figlio di Dio. La relazione si è articolata in tre punti: a) l’esperienza religiosa di Gesù, iscritta entro l’universo religioso ebraico; b) l’originalità ed il contenuto dell’esperienza religiosa di Gesù; c) la ricomprensione sistematica della singolare universalità cristologica nella mediazione dello Spirito santo. L’esperienza religiosa di Gesù, delineata nelle sue linee essenziali in rapporto all’esperienza religiosa di Israele, appare come la figura e la modalità in cui Egli realizza condivisione e compimento a partire dalla sua identità, che si rivela in tale esperienza. L’esperienza gesuana del Dio/Abbà nello Spirito sta all’origine – non solo cronologica – dell’esperienza cristiana, poiché quella evolve in questa grazie al compimento/svolta dell’esperienza religiosa di Gesù avvenuta nell’evento pasquale. L’originalità ed il contenuto di quest’esperienza si definiscono entro la conoscenza immediata del Padre che si traduce nella sua coscienza filiale e messianica, la cui cifra è il fiducioso abbandono nella libera e sofferta obbedienza fino al dono estremo di sé. Chiaro dunque l’orizzonte pneumatologico di tale cristologia. In definitiva, assistiamo ad un duplice movimento che l’esperienza religiosa di Gesù ha attivato. Il primo che, procedendo dalla fase gesuana a quella cristiana, ha consentito ai discepoli di partecipare alla sua obbedienza filiale ed al suo fiducioso abbandono nel Dio/Abbà come novità all’interno dell’universo religioso ebraico. Il secondo che, dal compimento/svolta pasquale, ha consentito alla comunità apostolica di riconoscere quell’esperienza come sorgente di quella attuale del Risorto nello Spirito e, grazie allo Spirito di Cristo, suscitatore di una nuova esperienza, ha permesso ad essa di tornarvi per formularne la memoria mediante l’annuncio salvifico ed universale. L’esperienza religiosa di Gesù, nel suo compiersi, appare come il luogo in cui si dischiude l’accesso a Dio, perché Dio si è manifestato in Lui. L’esistenza affidata al Padre e donata ai fratelli, nello Spirito, ha rivelato l’agire trinitario di Dio come amore incondizionato, la cui condizione di possibilità risiede nell’essere stesso di Dio come amore (cf 1Gv 4,16: «Dio è amore»). In conclusione, il relatore ha potuto affermare che così non abbiamo più una fenomenologia cieca, né una teologia vuota della storia di Gesù e per questo ha potuto anche concludere affermando che l’esperienza religiosa non può più essere intesa come puramente trascendentale, dal momento stesso che è il categoriale di Gesù a costituire l’originale. Si tratta dunque di capire la sua universalità a partire proprio dalla sua singolarità.
   La seconda relazione sistematica ha inteso prospettare la possibilità di una “Cristologia sponsale” a partire dell’esperienza spirituale della assimilazione a Cristo. L’elaborazione di tale cristologia – a parere del relatore – non può prescindere dalla letteratura spirituale e mistica. Si torna così, a mio parere, sulla vexata quaestio del rapporto tra teologia e vita spirituale. Per questo l’esposizione parte da alcune considerazioni di ordine generale sull’interazione armonica e feconda, sull’unità inscindibile e vitale tra conoscenza di Dio e comunione amorosa con Lui, tra la scienza e la contemplazione, tra lo studio della dottrina e la pratica della santità. La tesi di fondo che viene illustrata è che l’essere umano è stato creato ad immagine della vera e perfetta immagine di Dio, il Signore Gesù Cristo, e la sua vocazione originaria e permanente è quella di diventare simile, conforme a Lui. Tutto questo avviene nello Spirito Santo e grazie alla sua azione santificante e divinizzatrice, in una novità contrassegnata essenzialmente dall’unione amorosa con il Signore Gesù e la cui pienezza va vista sempre nella prospettiva del compimento escatologico e, quindi, alla luce della Parusia. Per illustrare il rapporto che così si delinea, V. Battaglia riprende il simbolismo dell’unione sponsale. Le due prospettive, quella contemplativa e quella sponsale non sono sovrapposte ed estrinseche, ma intimamente dipendenti e convergenti. Per evidenziare la pertinenza e la portata delle sue tesi egli accenna, concludendo il suo intervento, ad un argomento che fa confluire ogni pensiero ed ogni desiderio, trasformandoli in preghiera, verso il fulcro dell’esperienza cristiana: “alla sequela e alla scuola dello Sposo Crocifisso per amore”.
   La quarta intensa giornata di lavori si è aperta con le relazioni dei teologi morali G. Piana e B. Petrà (ATISM), che hanno offerto due riflessioni sul rapporto tra cristologia e morale. Il primo con una relazione su «Cristologia e morale: dagli inizi del ‘900 al Vaticano II», il secondo ha sviluppato il tema «Dall’esperienza etica di Gesù a Cristo norma della vita morale».
   Piana, con una relazione esemplarmente chiara, ha mostrato come gli inizi del processo di rifondazione teologica e cristologica dell’etica – che risalgono come è noto agli inizi del secolo scorso – sono caratterizzati soprattutto dalla tendenza a rapportare l’agire cristiano alla vita teologale e a guardare ad esso nella prospettiva dell’ideale di perfezione. Così la categoria di Regno è una categoria dogmatica fondativa dell’agire morale. Inoltre vi è la ricerca di una categoria biblica fondamentale per fondare la riflessione morale. Si afferma così un cristocentrismo incentrato soprattutto sulla categoria di sequela. Questa impostazione precedente il Vaticano II presenta alcuni limiti. Innanzi tutto la destoricizzazione della categoria di sequela e una assenza dell’ermeneutica dei testi biblici. Questi limiti però non dipendono solo dall’assenza di una adeguata esegesi biblica o dalla debolezza teorica delle categorie utilizzate, ma dalla proposta di una cristologia positivista ed estrinsecista, dovuta al prevalere di schemi metafisici e alla disattenzione alla storia personale di Gesù. Vi è un maggiore riferimento alla legge naturale che alla sequela vera e propria. Vi è in definitiva una difficoltà a legare ragioni etiche e ragione teologica. Sullo sfondo di questo quadro avviene la svolta conciliare che consiste, riguardo all’etica, nel fondarla cristologicamente (cf il noto testo di OT 16). Il riferimento alla Bibbia non come un dato estrinseco, ma come componente fondamentale di definizione dell’ethos cristiano evidenzia la centralità della comunione cristocentrica. Naturalmente bisogna evitare un ingenuo biblicismo, si tratta di sviluppare la riflessione morale entro un clima biblico, cioè restituire centralità all’istanza cristologica nell’economia salvifica. Si aprono a partire da qui alcune prospettive. Innanzi tutto la convergenza di due elementi: il discorso cristologico è sempre più attento alle dimensioni antropologiche ed etiche, che diventano sempre più attente alla libertà. Un approccio trascendentale: pensare la sequela come decisione fondamentale, che orienta l’agire; far convergere fede e morale rispettandone le peculiarità. Lo stesso relatore avverte che questo modello conserva un certo dualismo e contiene il rischio del formalismo. Bisogna elaborare una ermeneutica esistenziale: istanza etica elaborata come precomprensione del messaggio evangelico per rifondare la ragione etica in un senso di ulteriorità. La sequela letta in questa ottica è soprattutto partecipazione alla dimensione escatologica. Anche qui c’è un rischio, cioè una lettura riduttiva del fatto morale, pregiudicando la possibilità di una rilettura del fatto cristiano, con la difficoltà di recuperarne la novità. Per questo il relatore sottolinea il concetto di “vocazione in Cristo” (OT 16) come perno attorno a cui ruota la vita morale; esso rende trasparente la dimensione interpersonale dell’etica cristiana, cioè il contemporaneo carattere di grazia e di imperativo, di dono e di esigenza, e quindi il passaggio dalla categoria di legge a quella di vocazione con la conseguente concezione della morale come trasformazione interiore.
   B. Petrà ha introdotto la sua relazione ricordando il passaggio da un’etica razionale letta nella luce della rivelazione (manualistica preconciliare) ad un’etica cristocentrica radicata nella fede e nella mediazione della Chiesa (prospettiva conciliare). Questo passaggio è frutto della evoluzione storica della comprensione del rapporto tra singolarità di Gesù e universalità dei principi etici che egli annuncia. L’interessante relazione di Petrà sviluppa l’idea di tornare al principio, all’esperienza etica di Gesù, per vedere in essa come singolarità e universalità si diano e si coniughino e si muove su due direttrici: il genitivo soggettivo e il genitivo oggettivo contenuti nell’ “esperienza etica di Gesù”. Gesù rivendica un ruolo decisivo, chiede la fede nella propria persona, proclama principi etici universali, fa appello a risorse etiche supposte come comuni a tutti gli uomini (è questo il percorso tracciato dal genitivo soggettivo). Rimane però la questione se l’universalità dei principi etici che annuncia si apra solo nella fede o implichi anche una base razionale. Da qui il tentativo di un secondo percorso (genitivo oggettivo). Come Gesù appariva ai suoi contemporanei? Negli ultimi decenni si è messo in luce il fatto che chi avvicinava Gesù lo percepiva certo come una persona capace di guarire e dotato di forza profetica, ma anche forse soprattutto lo percepiva come un sapiente. Lo stile sapienziale di Gesù è oggi universalmente riconosciuto. È riconosciuto come possessore di un sapere per la vita. Ma Gesù non solo è riconosciuto come maestro di sapienza; si sa tale (“uno più di Salomone”), insegna consapevolmente la sapienza, vive della sapienza stessa che proclama. Vivere con Lui, come Lui (seguendolo e imitandolo) significa vivere l’ethos della sapienza che è ethos della vita, un ethos che include la croce. Spirito e sapienza vanno insieme. Il relatore conclude osservando che se Gesù diventa norma di vita cristiana in quanto è il sapiente che comunica al fedele la via della vita, la sapienza, allora la teologia morale cristiana trova le radici prime della sua universalità proprio riandando a Gesù e alla sua sapienza, mantenendone viva la sorgività senza mai sostituirsi ad essa.
   Per i liturgisti dell’APL, A. Grillo ha presentato la relazione su «La celebrazione liturgica come condizione di una autentica cristologia. L’impatto della “questione liturgica” sulla fede in Cristo nel mondo post-tradizionale». Il relatore è inizialmente tornato sulla interdisciplinarietà del Congresso per ribadire la necessità del superamento dell’autosufficienza delle singole discipline teologiche e della teologia come tale. In realtà la differenziazione teologica, nata con la modernità, si scontra con il fatto che ogni disciplina teologica parte da una intuizione generale. Ora ogni disciplina è parziale, ma ogni disciplina è capace di sintesi complessiva o almeno è in tensione verso di essa. A ben guardare, infatti, ogni disciplina teologica si è definita e strutturata non per un compito parziale, ma per una intuizione complessiva, per una visione globale, per una proposta sintetica in cui tutto il cristianesimo venisse riproposto e formulato. Accanto all’esigenza del lavoro interdisciplinare si avanza quella di non slegare la teologia dal contesto antropologico in cui essa si colloca. A partire da queste premesse la relazione si sviluppa articolandosi su cinque punti. Si pone, innanzi tutto la “questione liturgica” come affermazione di una svolta moderna nel rapporto con Cristo. La “questione” consiste soprattutto nella problematicità dell’atto di culto in quanto tale nel mondo moderno. In questo contesto acquista rilievo il contenuto cristologico per la forma rituale e viceversa. Perciò la teologia liturgica, in quanto disciplina teologica nuova, è il segno della necessità di una nuova comprensione del rapporto con Cristo, in cui il celebrare rituale viene ricollocato in un ambito pienamente significativo e in qualche modo costitutivo per l’atto di fede in Cristo Signore. Dopo aver precisato in quali termini si pone la “questione liturgica”, si mostra la sua origine esponendo il rapporto tra teologia e ritualità cultuale nel suo sviluppo storico. Dalla presupposizione del rito da parte della fede e della teologia (fino al ‘700) si passa alla sua rimozione nella modernità caratterizzata dalla secolarizzazione con l’affermazione della sua irrilevanza per il discorso su e di Gesù (per reazione vi è contemporaneamente una sovraddeterminazione del rito che consiste in una ritualizzazione indiscriminata). Si ha quindi la caduta del rito in quanto tale. Il Movimento liturgico, però, apre una nuova fase con la reintegrazione del rito. Dai testi dei primi due decenni del secolo XX emerge una ricchezza di implicazioni che la riforma liturgica suscita per la riflessione sulla fede e nasce la domanda che cosa sia il cristianesimo. La ricostruzione storica del rapporto tra teologia cristiana e celebrazione rituale del mistero cerca di rispondere alla domanda sullo specifico della disciplina liturgica in merito al tradizionale discorso su Gesù. Il relatore passa quindi a vedere le attuali posizioni intorno al ruolo della liturgia per una adeguata cristologia. Considerando il campo delle posizioni sul rapporto tra celebrazione rituale e affermazione della verità cristologica, si delineano tre posizioni principali dello stato attuale del dibattito: la liturgia presuppone la cristologia, la liturgia “assorbe” la cristologia, la liturgia media la cristologia. Un passo successivo si compie analizzando gli esiti dello sviluppo della questione liturgica, precisamente una salutare problematizzazione del rapporto spazio/temporale tra determinazione e indeterminazione, ossia della relazione tra particolarità e universalità della rivelazione e della fede. Infine, partendo dal superamento della antitesi fede-religione (superamento che conserva l’esigenza di distinguere senza opporre seguendo precisamente il percorso del rituale), si indicano i guadagni maggiori che possono scaturire dall’approfondimento della questione liturgica e dal suo “risolversi” in una più adeguata comprensione teologica di Cristo e della Chiesa.
   L’ultima relazione del Congresso è stata presentata da A. Montan, canonista del GIDDC, su «La ministerialità della chiesa». Posta come premessa la necessità di un diritto ecclesiale all’altezza della cultura giuridica e coerente con l’ecclesiologia del Concilio Vaticano II, indispensabile alla credibilità della chiesa per compiere la sua missione, il relatore ha sviluppato la sua esposizione lungo due percorsi. Il primo, a partire da LG 9, riguarda l’origine e l’articolazione dell’istituzione ecclesiale, il secondo il rapporto tra la realtà teologica della chiesa e il diritto. Per quanto riguarda il primo percorso, il relatore si pone dal punto di vista dei diritti che ogni singolo uomo ha nei confronti della chiesa: di ricevere il messaggio di Gesù, di essere aggregato alla chiesa, di essere accolto nella fede della chiesa e così divenire partecipe della verità rivelata. Nei confronti di chi non accetta liberamente l’annuncio della chiesa, questa sa di porsi come “sacramento”, cioè “segno e strumento della comunione di ogni uomo con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” (LG 1). In definitiva, l’istituzione ecclesiale si origina e si articola intorno al diritto di ogni uomo di essere chiamato a realizzarsi nella forma empirico-storica della comunità cristiana, intorno al diritto-dovere della comunità di mantenere il congiungimento con l’evento che la fonda, come tramandata dalla testimonianza apostolica, intorno all’obbligo-diritto dell’unico popolo di Dio di crescere in tutte le nazioni della terra, favorendo e assumendo tutte le capacità, le risorse e le consuetudini di vita dei popoli, purificandole, se necessario, consolidandole ed elevandole (LG 13). Per quanto riguarda il secondo percorso, Montan vede il principale fattore di crescita delle istituzioni ecclesiali nella missione (insegnare, santificare, governare) propria della chiesa. Inoltre ha proposto una ermeneutica della dichiarazione tridentina secondo cui Gesù si deve ritenere non solo il redentore, ma anche il sommo legislatore della chiesa: «Se qualcuno afferma che Dio ha dato agli uomini Gesù Cristo come redentore, in cui confidare e non anche come legislatore cui obbedire: sia anatema» (DS 1571). Il relatore giunge alla conclusione che il visibile ecclesiale, cioè l’ordinamento giuridico, è espressione di una identità più profonda, l’ordinamento teologico, della chiesa. Come dire che è nella struttura globale della chiesa che si fonda il suo ordinamento giuridico, realtà da intendere non solo come ordinatio rationis e neppure solo come ordinatio fidei, ma contemporaneamente ordinatio fidei e ordinatio rationis.
   Alcune valutazioni provvisorie. Una prima valutazione riguarda lo sforzo positivo di avere un momento di confronto. Questo sforzo mette in luce però immediatamente un rilievo negativo. Come è emerso dagli interventi di alcuni relatori, ma generalmente dall’assemblea tutta, è evidente la difficoltà di un vero lavoro interdisciplinare. Si ha l’impressione che le discipline teologiche costituiscano dei mondi chiusi che difficilmente riescono a dialogare tra di loro. Si è avuta l’impressione, per es. che in realtà tutti i relatori abbiano affrontato il medesimo tema, ma con modalità e linguaggi diversi tra di loro, non della diversità naturale dovuta alla diversità di approccio e di metodo usato, ma sembra piuttosto una diversità determinata dalla frantumazione del sapere teologico. Un sintomo della reale distanza di linguaggi e metodi è stato il continuo puntualizzare, da parte di qualche biblista, la terminologia usata dai sistematici. Oppure la reazione dei sistematici alle relazioni che non presentavano un solido fondamento dogmatico. Un nodo che è emerso fin dall’inizio è quello dell’uso dell’esegesi in teologia sistematica e un certo pregiudizio teologico nella scelta dei metodi esegetici. C’è da dire comunque che, a parte qualche intemperanza che ha costituito una nota di colore che non guasta, il dibattito è stato serrato, ma corretto e a volte cordiale.
   Ad uno sguardo complessivo, sorge una domanda di fondo: è del tutto superfluo chiedersi quale sia il compito della teologia? È da ritenersi del tutto ovvio, oggi, quali siano i rapporti tra esegesi e teologia, tra vita spirituale e teologia o, più a monte ancora, tra Scrittura, vita ecclesiale e teologia?
   L’ATI si interrogherà, nel contesto particolare del corso di aggiornamento di fine anno, su questi temi; non sarebbe male se si potesse aprire un dibattito più ampio e si potesse continuare così il dibattito iniziato a Collevalenza.

Maurizio Aliotta

 

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