1. L’umanesimo al tramonto?
Riflessioni in margine al precongresso ATI dell’Italia del Nord

   Venerdì 2 giugno 2006 si è tenuta, presso villa Gagnola a Gazzada (VA), una giornata di studio in preparazione al Congresso Nazionale dell’Associazione Teologica Italiana che si svolgerà nel settembre del 2007 a Tempio Pausania in Sardegna. L’incontro si è svolto nell’arco di una sola mattinata, divisa in due momenti: nel primo è stato ascoltato il prof. Umberto Galimberti, invitato a introdurre il tema sulla scia delle riflessioni svolte nel testo Psiche e Techne (1999); quindi si è ascoltata una rilettura filosofica del pensiero di Galimberti ottimamente commentato dal prof. Ermenegildo Conti, infine si è aperto il confronto scandito dalle domande che i presenti hanno posto al relatore. Ricalcando la scansione della giornata, in questa breve nota ricostruirò in un primo tempo la tesi e l’argomentazione di Galimberti e quindi, in un secondo tempo, raccoglierò alcune delle osservazioni avanzate alla tesi.

1 La tesi di Galimberti
   Prendendo la parola il prof. Galimberti ha immediatamente enunciato la tesi del suo discorso: le categorie umanistiche tradizionali sono inadeguate a interpretare l’uomo contemporaneo poiché questi vive in uno scenario tecnologico il cui la tecnica non è più semplicemente un mezzo nelle mani dell’uomo, ma il vero e proprio soggetto della storia. La mutazione del rapporto dell’uomo con la tecnica rappresenterebbe una rivoluzione di una portata tale da rendere ormai obsolete le categorie umanistiche alle quali ci si affidava per comprendere l’uomo. Si tratta di una trasformazione che si è imposta in forza dell’aumento quantitativo del fenomeno, realizzando quello che potrebbe essere chiamato il “teorema di Hegel”: quando un fenomeno aumenta dal punto di vista quantitativo, allora si verifica anche un cambiamento dal punto di vista qualitativo. In altre parole, l’affermazione della tecnica starebbe comportando un cambiamento che realizzerebbe un’eterogenesi dei fini: la tecnica prenderebbe il posto tradizionalmente riconosciuto all’uomo e diventerebbe il soggetto (ciò che di fatto impone le sue scelte) o lo scopo (quello che concretamente tutti vogliono avere).
   Questa, in sintesi, la tesi esposta. Quanto all’argomentazione, sia nella relazione che nel testo, Galimberti sembra affidarsi, da un lato, alla ricostruzione storica del rapporto tra la tecnica e l’uomo e, dall’altro, alla diagnosi delle conseguenze che questa trasformazione di fatto impone.
1) Nella ricostruzione proposta da Galimberti, la storia della tecnica incomincia con l’uomo in quanto la tecnica è un elemento costitutivo dell’uomo. Più precisamente, mentre l’animale è costretto ad agire in risposta a uno stimolo l’uomo, in grado di agire in modo non istintuale, può agire costruendosi uno strumento. Sembrerebbe che, da un lato, la tecnica nasca in forza di un “pregio” dell’uomo (la sua libertà); dall’altro, in forza di un difetto (la necessità di una strumentazione che supplisca alla mancanza di istinto). Se la tecnica nasce con l’uomo, la riflessione sulla tecnica nasce successivamente, nel pensiero greco, dove incontriamo l’interrogativo di Prometeo: «È più forte la tecnica o la necessità che regola le leggi della natura?»1. Eschilo risponde che la tecnica è di gran lunga più debole della necessità che regola la natura: l’intervento dell’uomo non muta la natura, sembra che questa le conceda spazio per poi riprendere il suo corso naturale. Questo scenario inizia a mutare con la rivoluzione scientifica (Bacone, Galileo, Cartesio…). È il momento in cui la natura inizia a essere accostata con ipotesi che, quando sono confermate dagli esperimenti, vengono riconosciute come leggi della natura. La novità è significativa: le nostre ipotesi diventano leggi di natura. Di fonte alla natura l’uomo smette i panni dello scolaro e riveste quelli del giudice che formula leggi. Naturalmente non si tratta di leggi eterne, possono infatti sempre essere sostituite da altre qualora dovessero rivelarsi sbagliate. In ogni caso, però, nessun errore ferma la tecnica. Annunciato con la rivoluzione scientifica, questo scenario che ridefinisce il rapporto tra l’uomo e la natura inizia ad affermarsi solo nel XVIII secolo. Alcuni fenomeni sono indicativi del cambiamento: Diderot porta a compimento l’Enciclopedia con la pubblicazione dei disegni dei macchinari, mettendo così a disposizione di tutti quella conoscenza che in precedenza apparteneva (custodita gelosamente) all’artigiano; Hegel nella Scienza della Logica riflette a lungo sugli strumenti e annuncia, sorprendentemente, che il futuro sarebbe stato caratterizzato dal dominio degli strumenti (mezzi) sui beni (scopi); Marx allarga il quadro all’economia dove il denaro, in quanto considerato come mezzo in vista di uno scopo, inizia a essere compreso come il primo scopo…
2) La storia della tecnica comporta delle conseguenze. Se da un punto di vista cronologico queste conseguenze sono l’ultimo capitolo della storia del rapporto tra l’uomo e la tecnica, dal punto di vista logico queste stesse conseguenze possono essere considerate anche come il cuore dell’argomentazione della tesi: l’esito dell’affermazione della tecnica è tale da rendere impossibile una riflessione antropologica con le categorie tradizionali; la tecnica, non l’uomo, è il vero soggetto della storia. Basterebbe, secondo Galimberti, pensare alla politica e alla morale. In entrambi questi campi la tecnica si afferma come soggetto imponendo le sue decisioni. Più precisamente, in campo politico, appare oggi sempre più chiaramente che il luogo dove vengono prese le decisioni non è quello politico (come poteva pensare Platone) ma quello economico-produttivo. Non solo. Oltre a ridurre lo spazio della decisione, la tecnica trasforma la stessa politica: questa non è più luogo di decisione, bensì di mediazione. Questo accade precisamente perché la tecnica attribuisce a tutti un potere enorme: come dimostrano continuamente gli scioperi di categoria bastano poche persone (non uno sciopero di massa!) per paralizzare un sistema. In questa situazione il compito della politica non è più quello della decisione, ma quello della mediazione. Infine, la tecnica rivoluziona la politica, quasi vanificandola, poiché le sottopone temi (pensiamo alla clonazione, alla fecondazione assistita…) che non possono essere affrontati da nessuno in maniera appropriata e che tanto meno l’elettorato democratico è in grado di affrontare. In questo scenario, la democrazia si spegne a causa dell'”incompetenza” e slitta nell’irrazionale: le decisioni su temi importanti e delicati verranno prese inevitabilmente sulla base di un’informazione generica, dell’amicizia, dell’adesione partitica o ideologica… affiora il pericolo della telecrazia, minaccia nuova quanto alle forme mediatiche, ma antica quanto alla sostanza se è vero che già Platone, combattendo sofisti e retori, di fatto l’aveva già percepita. Anche in campo morale le riflessioni tradizionali non sembrano reggere all’impatto con l’affermazione della tecnica. Questa impone problemi etici che, secondo Galimberti, né la morale cristiana, né quella di stampo kantiano e neppure quella di matrice weberiana – che rappresentano le teorie morali elaborate in Occidente – sembrano in grado di affrontare. Nel dettaglio, la morale cristiana intesa come morale dell’intenzione non è all’altezza della tecnica, non è cioè in grado di offrire criteri capaci di valutare effettivamente l’agire poiché – concentrandosi sull’intenzione – non tiene conto sufficientemente degli effetti che, nel nuovo orizzonte dominato dalla tecnica, oggi invece possono essere estremamente rilevanti proprio in ordine alla valutazione dell’agire. Pensiamo, ad esempio, alla situazione che si crea nell’industria bellica: l’agire dei costruttori di armi, dai padroni agli operai, è valutabile unicamente in base all’intenzione di non usare male quelle armi? Oppure si può separare il giudizio sulla qualità della produzione da quello sugli effetti che scaturiscono dal prodotto? Neppure la morale laica costruita attorno al postulato kantiano – «l’uomo deve essere trattato come un fine, mai come un mezzo» – è però all’altezza della sfida posta dalla tecnica, semplicemente perché, in questi termini, questa morale… non si è mai realizzata neanche nel passato! Oggi una persona non viene apprezzata in quanto tale, ma in riferimento al lavoro che svolge, alla famiglia a cui appartiene, alla ricchezza che possiede… Anche in questo caso un esempio può aiutarci: se pensiamo alla legislazione sull’immigrazione possiamo affermare che le persone sono trattate come persone? Oppure lo sono solo in quanto sono “in regola”, possiedono un lavoro “regolare”, hanno un permesso di soggiorno “regolare”…? Infine, recentemente è stata proposta una morale della responsabilità (Weber). La formulazione suggerisce che occorre interessarsi degli effetti, non delle intenzioni. Tuttavia neppure questa morale è in grado di offrire criteri etici all’altezza della stagione della tecnica. Galimberti ribadisce la tesi osservando che questa insufficienza è inscritta nella stessa riflessione di Weber quando, parlando degli effetti, precisa “finché sono prevedibili”. Si tratta dunque di una morale della responsabilità che funziona fintanto che è possibile definire gli effetti. Ora è propriamente questo che, nel caso della tecnica, sfugge alla nostra previsione! Di più ancora: non solo alla nostra previsione, bensì alla previsione tout court. La scienza2, infatti, oggi lavora attraverso la ricerca che è ricerca senza uno scopo preciso, cioè senza previsione. Si accanisce nel trovare tutto quello che si può trovare senza uno scopo preciso (anche, quando viene indicato, è comunque secondario rispetto alla realizzazione dell’essenza della scienza stessa che è, appunto, ricerca). Inoltre, la ricerca oggi è così specialistica che neppure gli stessi scienziati riescono a parlarsi! In queste condizioni, chi può controllare la tecnica?
   In conclusione, Galimberti ribadisce la sua tesi con le riflessioni di G. Anders (1902-1992) di cui sembra condividere la funesta previsione – secondo cui l’uomo diventerà come le macchine oppure sarà solamente un inconveniente rispetto alla tecnica – nonché l’acuta analisi delle origini – ricondotte alla seconda guerra mondiale e, ancor prima, agli esperimenti nazisti allorquando l’agire inizia a essere sostituito dal fare (prescritto), un fare che, in quanto ignaro del suo senso, può essere definito certamente come irresponsabile (“Non si conoscono gli scopi e, se anche si conoscessero, non siamo responsabili degli effetti”: questo è il pensiero che viene indotto!). Galimberti conferma così la sua tesi iniziale – le categorie antropologiche classiche non sono più in grado di interpretare lo scenario in cui si trova l’uomo contemporaneo – con il rammarico che non solo non siamo pronti a queste trasformazioni ma non abbiamo neppure un pensiero alternativo a quello della tecnica che muta i nostri stessi pensieri, sentimenti…

2 Reazioni: commento e domande
   L’esposizione del prof. Galimberti ha suscitato numerosi interrogativi che non è possibile riprendere in questa sintesi. Mi limiterò a pochi accenni. Qualcuno si è chiesto se questo scenario non potesse essere letto anche in modo costruttivo (Coda); altri, apprezzando l’analisi proposta (soprattutto in quanto efficace decostruzione dell'”ideologia dell’immediatezza”), hanno sollevato perplessità circa l’interpretazione dell’origine della tecnica come compensazione di una deficienza (umana) iniziale nei confronti dell’istinto animale, interpretato in termini eccessivamente automatici (Pagazzi); perplessità sono state avanzate anche circa l’interpretazione dell’origine della libertà umana nell’indeterminatezza dell’istinto (Chiodi); ancora, distinguendo tra categorie e questioni morali, ci si è chiesto se non siano solo le prime a dover essere reinterpretate mentre le seconde resterebbero sempre attuali… la tecnica, da questo punto di vista, potrebbe essere letta come ciò che “dà a pensare”, dunque una provocazione alla nostra responsabilità… (Chiodi); altri ancora, infine, hanno messo in discussione il modello psicoanalitico sullo sfondo dell’analisi di Galimberti, suggerendo di valorizzare invece prospettive che, come quella di M. Klein, sanno mettere in luce nella relazione pre-edipica tra il bimbo e la madre l’originario (e quindi insuperabile) profilo etico della coscienza umana (il fatto cioè che il contatto fisico con la madre coinvolge subito la percezione di bene e male), in questo modo si potrebbe affermare che la norma dell’uomo è, in un certo senso, nell‘uomo, non si aggiungerebbe successivamente come Galimberti sembrerebbe ritenere quando prospetta il tramonto dell’umanesimo. (Mazzoccato). La discussione più completa e articolata del pensiero di Galimberti è però giunta, come prevedibile, dal prof. Conti. Dopo aver collocato l’opera di Galimberti sullo sfondo dell’antropologia contemporanea e dopo averne messo in luce la tesi e il metodo, Conti ha avanzato alcune “provocazioni salutari” e presentato alcuni interrogativi utili per i successivi dibattiti. Sono proprio questi i passaggi del suo intervento che ritengo particolarmente meritevoli in vista del Congresso nazionale. Ora, per quanto riguarda le provocazioni, il filosofo ha apprezzato soprattutto il richiamo alla presenza e all’importanza della tecnica all’interno della condizione umana. Il pensiero di Galimberti, da questo punto di vista, ci libera dalla tentazione di ricadere in una rappresentazione pre-moderna dell’umanità, quale sarebbe quella che immaginasse di poter descrivere l’uomo (o la natura umana) come se si trovasse in una sorta di “protologia eterna”, sciolta dal legame con il mondo, immune dalle molteplici interazioni con la cultura e con tutto quello che la tecnica può promuovere tanto nel mondo fisico quanto nella stessa natura umana. È la tentazione – conosciuta sia dalla teologia che dalla scienza ispirata dal positivismo – di risalire a una nozione di uomo presentabile nei termini di un dato “puro” e “incontrovertibile”, quindi spendibile come “limite invalicabile” sul quale costruire la nozione di “uomo”. Contro questa tentazione, la riflessione di Galimberti ci ricorda che nella stessa nozione di uomo e di natura umana il rilievo culturale (e tecnico) deve apparire come decisivo. Oltre a questa considerazione, Conti ha avanzato anche alcuni spunti fecondi per il dibattito. Il primo concerne la tesi secondo cui la tecnica oggi si imporrebbe come un “assoluto astorico”. Dobbiamo davvero concludere che nulla interagisca con la tecnica e nulla ne possa contrastare il dominio? La scienza, l’economia e la politica devono essere ritenute del tutto ininfluenti nei confronti delle trasformazioni auspicate dalla tecnica? Non c’è sempre anche uno spazio (seppur, forse, limitato) in cui esercitare scelte libere? Il secondo appunto concerne invece il metodo “genealogico” dell’analisi galimbertiana. L’aumento di un fenomeno in termini di quantità, comporta realmente una trasformazione sotto il profilo qualitativo? È inoltre possibile e, soprattutto, legittimo assumere un’argomentazione storico-sociologica come teoretica, desumendo dalla fattualità la necessità? Non si corre il rischio di accettare semplicemente quello che accade, in una sorta di amor fati di un sapore filosofico (hegeliano o nietzscheano) o teologico? Infine, tenuto presente che l’incremento della tecnica riguarda prevalentemente l’Occidente, in che senso sono condivisibili queste analisi? O, meglio, su quale presupposto teorico (quale rapporto sussiste tra la tecnica, la cultura e il pensiero speculativo)?

3 Disincanto o nuova illusione?
   Nel corso della mattinata a questo punto il prof. Galimberti ha risposto agli interrogativi cercando di puntualizzare nuovamente il proprio punto di vista. Sono così state sfumante e ridefinite alcune affermazioni (sul metodo e sulla tesi), mentre sono emersi anche nuovi spunti complementari ai pensieri già svolti (il rapporto tra tempo e senso; quello tra identità e libertà; quello tra individuo e specie). Non ritengo però necessario riprendere ulteriormente la tesi, approfondendola con questi nuovi spunti. Vorrei invece concludere con due brevissime considerazioni personali. Non ho potuto, sia ascoltando la relazione che rileggendo questi appunti, trattenermi dal ricordare quel famoso testo di H. de Lubac dedicato alla descrizione del dramma dell’umanesimo ateo. La tesi è nota: non si tratta di negare la possibilità dell’ateismo, ma di denunciarne la drammaticità in cui inscrive necessariamente l’umanità. Sembrerebbe che, qualora si realizzasse il dominio della tecnica nei termini descritti, debba accadere qualcosa di simile: il tramonto dell’umanesimo! In questo la diagnosi di Galimberti è condivisibile, meno lo è invece la necessità con cui descrive il processo (che, guarda caso, proprio come denunciava de Lubac, ricorda molto la figura del destino che il cristianesimo aveva relegato in secondo piano e che, ritraendosi ora il cristianesimo, ritorna in auge!). Questi pensieri introducono la mia seconda considerazione. La traggo da un’esperienza personale. Qualche anno fa, in una confessione, una ragazza adolescente mi confidava di pretendere sempre troppo dai suoi genitori. «Nel senso – diceva – di volere sempre le ultime cose della moda e della tecnologia». Le ho proposto un’interpretazione di questo tipo:

 

«Credi di volere realmente quelle cose? Forse mentre vuoi quegli oggetti quello che realmente vuoi non è quello. Bensì quello che ritieni di poter avere in quel modo: essere accolta dagli altri, essere accettata nel gruppo, essere riconosciuta come una di loro…».

   Questa interpretazione l’ha convinta immediatamente. E mi ha persuaso che la tecnica se non potesse far leva su una dimensione “altra”, spirituale, non avrebbe nessuna possibilità di imporsi!

Davide D’Alessio

Note
1 La domanda può essere compresa solo ricordando che il mondo greco, differentemente da quello cristiano, non associa la natura all’idea di creazione, ma a quella di ordine: la natura non è creata dalla volontà di un Dio e consegnata al dominio (o volontà) dell’uomo, bensì rappresenta quell’ordine immutabile sul quale ordinare la vita dell’anima e della città.
2 Spesso distinguiamo tra scienza e tecnica, considerando quest’ultima come l’applicazione della prima. Secondo Galimberti, invece, il rapporto tra le due deve essere ripensato a partire dal fatto che la qualità dello sguardo scientifico è tecnica! Cioè l’intenzione manipolatrice (tecnica) è insita già nella scienza, per questo dobbiamo affermare che la tecnica è l’essenza della scienza!

 

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