1. In ricordo di don Franco Ardusso

    La penultima volta che vidi don Franco Ardusso, prima della sua prematura morte, fu il 29 dicembre dello scorso anno. Andai a trovarlo all’ospedale Molinette di Torino, dove era nuovamente ricoverato, a distanza di un anno soltanto dalla sua ultima degenza in occasione di un delicato intervento e la conseguente lunga riabilitazione. La malattia lo prostrava e non gli permetteva lunghe conversazioni. Avemmo tuttavia il tempo di dialogare cordialmente per un poco. E il discorso cadde, tra il resto, sullo tsunami che, solo tre giorni prima, aveva investito le coste del sud est asiatico, provocando una tragedia immane. Ci dicemmo quanto fosse delicato continuare a “pensare Dio” davanti a tanto dolore innocente, così simile al patimento che lui stesso si portava nel corpo e nell’anima e alla sofferenza che abitava quella corsia e quei letti di ospedale. E lì, poco prima di salutarci, mi confidò che quella era la questione che lo aveva incalzato per tutta la vita, la domanda che aveva abitato, più di tutte, il suo pensare teologico.
    Chi lo ha conosciuto non può dubitarne. Non solo perché don Franco fu un uomo dalla salute cagionevole, chiamato ad affrontare, in diversi tornanti della sua non lunghissima esistenza, malattie serie e allarmanti. Non solo per quel tratto “ombroso” del suo carattere, che nei momenti di malattia e di fatica poteva comparire, oscurare per un poco la lucentezza dei suoi intelligenti occhi azzurri, e parlare di una ricerca, di un combattimento interiore, di un’inquietudine. Neppure soltanto perché uno dei suoi ultimi scritti scientifici (un piccolo gioiello!) è un saggio in cui si sforzava di pensare e dire “la debolezza dell’onnipotente Dio”, proprio perché tentava di ascoltare in profondo il lamento e il pianto di «tutti coloro che hanno fatto e continuano a fare sulla propria pelle l’esperienza del male assurdo»1. Ma soprattutto perché don Ardusso fu teologo di una “teologia aperta”, di una teologia capace di ospitare ogni seria domanda, di una teologia che non era fatta per imbavagliare la ricerca, per chiudere troppo frettolosamente i discorsi, o per interrompere, con risposte subito rassicuranti, i percorsi dell’intelligenza. Da questo punto di vista, la sua fu una “teologia coraggiosa”, proprio nel senso di una teologia che accoglieva e stimolava le domande.
    Le accoglieva, anzitutto. Lo testimoniano alcuni dei suoi più famosi scritti. Uno di questi assumeva la domanda nel titolo stesso: Gesù di Nazaret è figlio di Dio2? Non era un artificio retorico. Era la consapevolezza che attorno a quella domanda ruotava l’essenza del cristianesimo; ed era il tentativo di accogliere e dare voce, con quella questione, all’anelito e alla ricerca di molti uomini. Egli stesso, riprendendo l’ispirazione di quel testo in un nuovo volume, asseriva: «Se Gesù non è il Figlio di Dio, il cristianesimo è pervertito nella sua sostanza profonda». E confessava: «Tramite queste pagine vorrei percorrere un tratto di strada con le persone che cercano, esplicitamente o implicitamente, Gesù Cristo»3. Ecco, la teologia non solo o non tanto come risposta, ma come voce e compagnia di chi seriamente domanda e cerca. Lo stesso si può dire di un altro suo fortunato volume, Imparare a credere, dove venivano chiaramente ospitate tutte le questioni e le tensioni di chi si sforza di credere in un contesto di erosione e depotenziamento del cristianesimo. «Si tratta di “imparare a credere” – esordiva Ardusso nella introduzione – in un tempo in cui per molti la fede non è più qualcosa di ovvio, una realtà che, come in altri tempi, impregnava la vita dalla culla sino alla morte, bensì una libera decisione, presa spesso contro corrente, talora sofferta, da rinnovare costantemente. Quella dei nostri giorni è una fede sfidata e tentata»4.
    La medesima volontà di accogliere le domande è stata forse l’anima segreta della sua capacità di stabilire relazioni, di “costruire ponti” in diverse direzioni. Con i suoi colleghi teologi, anzitutto: a testimonianza di ciò sta l’impegno profuso nell’Associazione teologica italiana, nel cui consiglio di presidenza lavorò per molti anni e ai cui congressi e corsi partecipò, salvo che fosse impedito da motivi di salute, con grande passione. Con uomini di cultura, delle più svariate discipline, con cui tesseva dialoghi e collaborazioni, con cui sapeva elaborare un pensiero teologico capace di “abitare la soglia” e per cui sapeva essere, all’occorrenza, punto di riferimento. Con i confratelli più direttamente impegnati nella pastorale parrocchiale: don Franco offrì spesso, in molte parrocchie della sua diocesi, la grande competenza unita alla sua verve di brillante conferenziere; ma sapeva ascoltare con interesse, in queste occasioni, i progetti pastorali e le iniziative, non meno che le preoccupazioni, le ansie o le stanchezze dei preti che incontrava (quasi tutti suoi ex-alunni, ormai!) e delle loro comunità. Con il grande pubblico, come testimonia il suo intenso e apprezzato lavoro di pubblicista. La sua teologia muoveva anche da qui, dai larghi spazi di questi multiformi dialoghi: ed è per questo che tra le diverse discipline che, per molti decenni e con grande competenza, don Ardusso ha insegnato nella Facoltà teologica di Torino, la teologia fondamentale, una materia-ponte, una disciplina “di confine”, era forse quella a lui più congeniale, quella in cui esprimeva il meglio di sé. E lì sapeva, con maestria, destare le questioni, abilitarle, offrire loro uno spazio di dignità. Ricordo ancora l’impressione di grande libertà che mi veniva dalla frequenza ai suoi corsi, il primo anno dei miei studi teologici: provenivo da un liceo serio, ma poco propenso a concedere a un giovane studente il “lusso del libero pensiero”; e mi trovavo beneficamente catapultato a lezioni in cui era chiaro che potevo chiedere, domandare, cercare e che ero chiamato non soltanto ad imparare ma anche, e forse ancor di più, a pensare.
    Perché la teologia di don Ardusso non accoglieva soltanto le questioni, le stimolava anche e, quasi, vi approdava, alla fine, dopo aver compiuto un lungo itinerario: questa volta, però, ad un nuovo e impensabile livello. La sua teologia non ambiva alla forza della sistematica; aveva tuttavia il pregio di essere un pensare la fede che non chiude, che non cattura il mistero, che lo porge proprio perché su di esso s-porge; che vi si spalanca, schiudendo su di esso la mente ed il cuore. Un esempio è dato proprio dalla chiusura del saggio citato sulla debolezza di Dio in cui, dopo aver provato a pensare il Dio di Gesù Cristo a partire dalle domande del male e del dolore innocente, approda a quelle stesse domande: ma questa volta esse sono ormai convertite da pro-vocazioni e da appelli al pensiero e alla fede, in traccia del mistero che ci abita e in sentiero in cui è possibile fare l’incontro con il Dio di Gesù Cristo.
    «Non tutte le nostre domande saranno placate dalle nostre considerazioni – concludeva Ardusso – Ci tocca convivere con molte questioni inevase. Trovo molto suggestivo a questo riguardo il consiglio che dava Rainer Maria Rilke a un giovane poeta: “Vorrei pregarla, per quanto posso, di avere pazienza per tutto ciò che non ha trovato nel suo cuore una soluzione, di avere care le domande stesse come stanze sigillate o come libri scritti in una lingua straniera. […]. Viva adesso le domande, forse lei comincerà a vivere, poco per poco, in un giorno lontano, all’interno delle risposte”»5.
    Alla fine, di un corso, di un saggio, di un libro… sempre si aveva con Ardusso la paradossale convinzione di aver giocato intensamente ma di non aver chiuso la partita, di essere saliti e di poter gustare il paesaggio da un altro livello ma di non avere ancora raggiunto la cima, di aver fatto un lungo tragitto ma di non essere degli arrivati. La sua teologia è uno stimolo a cercare ancora Colui che si è trovato: e per questo è una teologia onesta, sana.
    Ma non ci si farebbe un’immagine veritiera di don Ardusso e del suo ministero teologico se si dovesse concludere, da qui, che il suo pensiero teologico era “aperto” e “dialogico” perché egli voleva intenzionalmente abitare “la soglia” o “il confine”. Questo era semmai l’effetto. Ardusso abitava il centro, e un centro chiaro, pulito, netto: il centro costituito da Gesù Cristo. Il suo è stato un pensiero teologico chiaramente cristocentrico. Lo è stato nell’insegnamento, cominciato all’indomani del Concilio Vaticano II e impegnato a ripulire da fronzoli secondari, ad appassionare a Cristo e a rintracciare in Lui l’alfa e l’omega di qualunque discorso teologico si intendesse imbastire. Lo è stato nei suoi scritti, in cui dava prova di saper fare acute distinzioni, proprio perché gli era chiaro quanto è essenziale e quanto è periferico. La stessa questione della didattica su cui, negli ultimi anni, spronava noi suoi colleghi a riflettere, era molto di più, per lui, che una questione di metodo: era il desiderio di aiutare gli studenti a rintracciare l’essenziale, ben sapendo che l’essenziale della teologia è Gesù Cristo. Si potrebbe dire che, con il suo pensiero, Ardusso ha saputo abitare la soglia e il confine proprio perché abitava con familiarità il centro. La sua teologia poteva permettersi di ospitare e stimolare ogni domanda, perché era radicata in una fede solida in Gesù Cristo; poteva davvero dialogare, perché poggiava su un’identità stabile.
    Verrebbe da dire che, più di altri, il suo è stato un pensiero interrotto, come interrotta e incompiuta può sembrare la sua vita. Era andato all’ospedale, quasi per un controllo: altre volte, la situazione era certamente sembrata più allarmante. Ci è rimasto, invece, per quattro lunghi mesi, vivendo il suo ultimo venerdì santo. E quando sembrava che ormai il peggio fosse passato e che dovesse anche questa volta riprendersi, è sopraggiunta la morte, il mattino del 14 aprile scorso, alle soglie dei 70 anni. Verrebbe da dire che tutto è stato prematuramente interrotto. Ma forse non si è interrotto nulla. Forse la sua vita e la sua teologia sono sfociate laddove sono destinate a sbocciare ogni vita e ogni teologia: nell’abbraccio di Gesù Cristo, il Figlio del Dio vivente in cui, giorno dopo giorno, don Ardusso si è sforzato di imparare a credere.
    Perchè don Franco è stato anzitutto questo: un uomo che ha cercato di imparare a credere in prima persona. Per questo, a molti di noi e nei modi più diversi, ha saputo anche insegnare a credere. Di questo, più che di qualunque altra cosa, gli siamo infinitamente grati!

Roberto Repole

Note
1 F. ARDUSSO, «La debolezza di Dio», in Archivio teologico torinese 8 (2002) 362-382, 367. L’intera bibliografia del teologo torinese è ora raccolta in V. DANNA, «L’impegno teologico e culturale di Franco Ardusso», in Archivio teologico torinese 11 (2005) 13-17.
2 ID., Gesù di Nazaret è figlio di Dio?, Marietti, Casale Monferrato 1980.
3 ID., Gesù Cristo, Figlio del Dio vivente, San Paolo, Cinisello Balsamo 1992, 7.
4 ID., Imparare a credere. Le ragioni della fede cristiana, San Paolo, Cinisello Balsamo 1992, 8.
5 ID., «La debolezza di Dio», cit., 381.

 

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