1. Vera e falsa riforma della Chiesa
Riletture recenti di un controverso volume di Y. Congar

Una breve rassegna per una proposta

    Y. Congar, con Vera e falsa riforma nella Chiesa1, continua indubbiamente a interrogare i teologi2. Infatti, limitandomi dal punto di vista cronologico agli anni 1990-2003, ho preso atto di diverse riletture dell’opera menzionata. Vorrei, di seguito, in vista di un mio contributo3, considerarne sinteticamente due: una di A. Galeano4 e l’altra di J. Famerée5. In esse, diversamente dalle righe e dalle pagine di una serie di articoli6 o di alcuni studi7, come pure da letture suggerite da qualche questione ben determinata e ristretta8, gli autori si sono impegnati a considerare Vera e falsa riforma nella Chiesa in modo vasto e nella globalità del suo contenuto.

1.1. La prima rilettura è del francescano A. Galeano. Questi si prefigge di studiare il concetto di “riforma nella Chiesa” in Congar, soprattutto dal punto di vista storico e da quello dei principi teologici. Vuole altresì tenere conto delle relazioni con la Riforma protestante, dal momento che la preoccupazione ecumenica ha spinto Congar a integrare, nell’ecclesiologia cattolica, la riflessione sui valori cristiani ed ecclesiali delle chiese separate. Infine, Galeano mostra come la riflessione congariana sulla riforma, intesa come incarnazione nelle forme socio-storiche offerte dal mondo, abbia richiesto in particolare una teologia del laicato.
    Coerentemente con quanto accennato, il capitolo più ampio è dedicato, da Galeano, all’aspetto storico della riforma e ai suoi principi teologici9.
    L’attenzione ai riferimenti storici è ritenuta inevitabile, perché la storia è stata parte integrante del metodo teologico di Congar. Il pensiero di quest’ultimo sulla riforma, dal punto di vista storico, viene considerato in due contesti. Il primo è costituito dal movimento riformista francese degli anni 1945-1950: un movimento che ha visto il cattolicesimo francese segnato da intensa vitalità pastorale e teologica. Il secondo contesto è dato da una considerazione sulle riforme nella storia della Chiesa: dalla riforma della persona umana di S. Agostino, alle tre grandi riforme dei secoli XI-XV (riforma gregoriana, degli ordini mendicanti e dei canonici regolari dei Paesi Bassi). Galeano afferma che proprio le considerazioni sulle riforme nella storia della Chiesa hanno portato Congar a pensare, in Vera e falsa riforma, sulla base di una tipologia elaborata da M.D. Chenu, a tre tipi di riforma: quella dettata dagli abusi o semplice riforma morale, la rivoluzione dottrinale nelle strutture dogmatiche, gerarchiche e sacramentali, come nel caso della Riforma protestante e, soprattutto, la riforma delle strutture storiche e sociologiche. Quest’ultimo tipo sta maggiormente a cuore a Congar, perché pone l’accento sulla riforma di forme sociologiche determinate che sono divenute ostacolo alla comunicazione del messaggio cristiano.
    Per quanto concerne i principi teologici (incarnazione, peccato e santità della Chiesa, tradizione e riforma, profetismo e riforma, ministero gerarchico e riforma, primato e collegialità), Galeano, dopo averli individuati, mostra primariamente che, per Congar, la riforma è particolarmente vincolata al principio dell’Incarnazione. Questo, infatti, oltre a permettere di stabilire un’analogia tra il mistero della Chiesa e il mistero del Verbo incarnato, rinvia a un aspetto dinamico e, precisamente, all’impegno della Chiesa a inserirsi continuamente nelle differenti culture ed epoche dell’umanità, a inserire i suoi elementi essenziali in modalità e forme storiche, contingenti e soggette al cambiamento.
    Fra gli altri principi teologici, Galeano sottolinea quello della tradizione, dal momento che la riforma non è soltanto inserimento nel mondo di oggi, ma anzitutto, fedeltà a un deposito che le è stato affidato e che la Chiesa sviluppa organicamente nella storia, con un processo di ricezione attiva. Si tratta di ripristinare continuamente ciò che dà alla Chiesa un’identità tale da renderla riconoscibile in tutte le fasi della storia.
    Nelle conclusioni, Galeano, muove qualche osservazione nei confronti della riflessione di Congar10. Fra l’altro mostra che la considerazione di questi sulla riforma è molto completa dal punto di vista della realtà che si incarna per rinnovarsi, ma lascia a desiderare dal punto di vista della realtà in cui si deve realizzare l’incarnazione. In altri termini, la Chiesa che si incarna e si riforma sarebbe studiata in modo approfondito, ma la stessa cosa non accadrebbe per il mondo in cui la Chiesa deve incarnarsi. Inoltre la riforma congariana avrebbe un tono molto ottimista, che non tiene conto del carattere drammatico delle relazioni tra la Chiesa e il mondo, sottolineato invece da H. de Lubac, nella sua Meditazione sulla Chiesa.

1.2. La seconda rilettura è di J. Famerée. Come Galeano, anche se in modo molto più sintetico, egli contestualizza storicamente l’opera di Congar nel movimento riformista francese degli anni quaranta. Diversamente da Galeano, però, per la lettura, Famerée si lascia accompagnare dalla domanda sui temi ecclesiologici dominanti in Vera e falsa riforma11.
    Il primo tema viene individuato nella santità della Chiesa e nelle sue conseguenze per la riforma della Chiesa e nella Chiesa. La santità della Chiesa è il risultato di una sinergia, nel senso che ai doni fatti gratuitamente da Dio si accompagna un’attività dell’uomo, nella quale si giocano la sua libertà e i suoi limiti. Nella stessa logica, in altri termini, va detto che esiste la santità oggettiva della Chiesa, connessa ai doni di Dio, e la santità soggettiva che viene dai membri della Chiesa e dalla loro libera collaborazione con i doni di Dio. La Chiesa, come sposa di Cristo e tempio dello Spirito Santo, gode della santità oggettiva, ma, come popolo fatto di uomini, è anche fallibile nei suoi membri ed è strutturalmente Chiesa di peccatori. L’appartenenza strutturale dei peccatori alla Chiesa è motivata sia dal fatto che questa svolge un’opera di mediazione di salvezza per essi e sia dalla solidarietà organica tra i membri della Chiesa, in forza della quale ogni peccato macchia tutta la Chiesa in quanto essa è il corpo dei fedeli. La Chiesa santa e fallibile ha bisogno di profeti che le ricordino le esigenze di Dio nei suoi confronti.
    Conseguentemente, il secondo tema ecclesiologico dominante viene riconosciuto, da Famerée, nella necessità del profetismo nella Chiesa. La missione profetica è strettamente connessa a quella riformatrice. La profezia, tuttavia, deve farsi strutturare dalla funzione magisteriale – essa pure profetica – che conserva e interpreta il deposito dogmatico strutturante la Chiesa. È questa la condizione necessaria per vivere il profetismo nella comunione della Chiesa. Al riguardo, Famerée nota che il profetismo, in Congar, è visto in eccessiva dipendenza dal magistero, oltre ad essere spesso presentato come conoscenza e insegnamento più che come testimonianza di vita.
    Il riferimento al legame tra profetismo e comunione della Chiesa permette a Famerée di passare alla presentazione del terzo tema dominante: la Chiesa come comunione di tutti i membri nello spazio e nel tempo.
    A proposito della comunione nello spazio, Famerée riprende la distinzione congariana tra periferia e centro. Mentre la periferia rappresenta il luogo di iniziativa e di novità, il centro indica la gerarchia in quanto organo di continuità e di unità. L’autorità centrale, apostolica, dona all’iniziativa della periferia profetica la convalida e il marchio dell’unità. Nel contesto, Famerée sottolinea che Congar reclama una partecipazione degli elementi di base, periferici e popolari alle decisioni dall’alto, dal momento che un solo e medesimo spirito anima l’intera Chiesa, sia nel centro che nella periferia. Nel tempo, la comunione viene vissuta come innovazione e come tradizione, nel senso che un autentico rinnovamento avviene mediante un ritorno al principio della tradizione.
    La richiesta di comunione e di collegialità sopra accennata, sensu lato, si sdoppia in quella, sensu stricto, di una comunione tra chiese locali. Al riguardo, Famerée muove due osservazioni al pensiero di Congar. La prima verso l’idea della communio hierarchica, secondo la quale Congar sembra fare della gerarchia l’elemento inglobante della comunione. La seconda concerne la comunione concreta delle chiese locali: per Congar le diverse chiese sono complementari le une delle altre e con le altre formano il tutto. Ne consegue che la Chiesa universale sia il tutto nel quale si trovano come parti le chiese locali. Al riguardo, Famerée mostra come la riflessione di G. Philips, nel suo commento alla Lumen Gentium, sulla Chiesa particolare come presenza del corpo mistico di Cristo in un luogo determinato, sia estranea a Vera e falsa riforma, ove l’unità viene vista soprattutto come unione di tutte le parti al centro.
    Infine, in quarto luogo, Famerée indica diversi elementi ecclesiologici: alcuni, quali la mediazione strumentale della Chiesa per la salvezza, sono in dissonanza con la Riforma; altri, come ad esempio la questione delle chiese locali e della loro comunione, sono in sintonia con il riformismo contemporaneo a Congar.
    In una prospettiva sintetica, per Famerée, Vera e falsa riforma mette in evidenza la storicità e la vita della Chiesa. La Chiesa, nel suo cammino nella storia e nel mondo, conosce una fallibilità strutturale e si vede affetta dalla relatività storica nei giudizi e nei comportamenti collettivi dei suoi membri. Perciò essa si deve riformare senza sosta. In cammino verso l’escatologia, il popolo di Dio riformerà la sua vita nella fedeltà alla tradizione, cioè nell’unità, non solo sincronica, ma anche diacronica, della Chiesa: unità, diacronica o tradizionale, all’interno della quale è stato trasmesso il deposito della fede.

1.3. Le riletture sinteticamente presentate, pur nella loro diversità, mostrano due elementi strutturali: un’attenzione al contesto storico e teologico e una valutazione della riflessione teologica di Vera e falsa riforma. La mia rilettura desidera porsi sulla scia da esse segnata, lasciandosi tuttavia guidare, nelle considerazioni di carattere storico e di carattere teologico, da alcune ipotesi che saranno verificate. A queste faccio cenno di seguito.
    A mio parere Vera e falsa riforma va riletto con un più ampio riferimento al contesto storico, culturale, ecclesiale e teologico, completato anche da una riflessione sulla nuova impostazione del lavoro teologico nella scuola dei domenicani di Le Saulchoir12. Inoltre, sono dell’avviso che sia rilevante il recente Journal d’un théologien, curato da E. Fouilloux13 – di cui Galeano e Famerée non hanno potuto usufruire -, specialmente per leggere l’opera nel dramma vissuto da Congar14. Infine, penso che, sia utile rivalutare i principi teologici, i temi dominanti e le condizioni emergenti dalla lettura di Vera e falsa riforma, per una riforma che non concerne la dottrina, ma la vita concreta della Chiesa e il suo rinnovamento. Sia utile nel XVIII Congresso nazionale dell’Associazione Teologica Italiana, dal momento che esso vuole riflettere sulla Chiesa che viene stimolata alla riforma dal Vangelo che annuncia; sia utile nella situazione attuale in cui «senza una esperienza di chiesa in senso spirituale […] noi, pur con tutto il nostro parlare della chiesa e il nostro agire in essa, restiamo però sempre a un livello superficiale»15.

Don Giacomo Canobbio

 


Note

1 Y. CONGAR, Vera e falsa riforma nella Chiesa, Jaca Book, Milano 1972. La traduzione italiana segue Vraie et fausse réforme dans l’Église, Paris 19682.
2 Faccio allusione, con queste parole, al titolo di un articolo di J. Famerée, «Yves Congar nous interroge encore: à propos de quelques ouvrages récents», in RTL 28 (1997) 376-387.
3 Mi riferisco a una comunicazione prevista per il prossimo XVIII Congresso Nazionale dell’Associazione Teologica Italiana, dal titolo «Vera e falsa riforma nella Chiesa: rilettura di un’opera di Y.M. Congar».
4 Cf A. GALEANO, La Iglesia y su reforma según Y. Congar. Una eclesiologia precursora del Vaticano II, Universidad de San Buenaventura, Bogotà 1991.
5 Cf J. FAMERÉE, L’ecclésiologie d’Yves Congar avant Vatican II. Histoire et Église, University Press, Leuven 1992.
6 Cf J. BUNNENBERG, «Das Konzil geht weiter: Leben und Werk Yves Congars als Auftrag für die heutige Kirche», in StZ 215 (1997) 51-62; C. CALTAGIRONE, «”Tutto” e “parte”. Il contributo di Yves Congar allo sviluppo della teologia della Chiesa locale», in RT 8 (1997) 5-39; E. CATTANEO, «Spirito, Chiesa e Teologia. In memoria del Card. Y. Congar (1904-1995)», in Rassegna di Teologia 36 (1995) 517-526; J. FAMERÉE, «Aux origines de Vatican II. La démarche théologique d’Yves Congar», in ETL 71 (1995) 121-138; ID., «Yves-Marie-Joseph Congar (1904-1995): lignes de recherche: colloque sur l’œuvre et la figure du Cardinal Y.-M.-J. Congar», in RTL 27 (1996) 514-516; ID., «L’ecclésiologie du Père Yves Congar. Essai de synthèse critique», in Rev.Sc.ph.th. 76 (1992) 377-419; M.J. FERNÁNDEZ CORDERO, «La naturaleza eclesiológica de la “retractatión” de Congar: de Jalones (1953) a Ministerios y communión (1971)», in EE 76 (2001) 329-382; 539-591; E. FOUILLOUX, «Frère Yves, Cardinal Congar, dominicain. Itinéraire d’un théologien», in Rev.Sc.ph.th 79 (1995) 379-404; A. GALEANO, «La eclesiologia de Yves Congar», in Fran 65 (1980) 141-204; N. HAUSMAN, «Le Père Yves Congar au Concile Vatican II», in NRT 120 (1998) 267-281; J.P. JOSSUA, «Yves Congar. La vie et l’œuvre d’un théologien», in CrSt 17 (1996) 1-12; A. MELLONI, «Yves Congar al Vaticano II. Ipotesi e linee di ricerca», in Rivista di Storia della Chiesa in Italia 50 (1996) 489-527; G. TANGORRA, «L’itinerario e l’opera di Yves Congar», in Teresianum 46 (1995) 445-458; C.T.M. VLIET VAN, «Die Ekklesiologie Yves Congar und das Zweite Vatikanische Konzil», in ThGl 86 (1996) 27-38; J. WICKS, «Yves Congar’s Doctrinal Service of the People of God» (di prossima pubblicazione su Gregorianum).
7 Cf, ad esempio, A. NICHOLS, Yves Congar, Ed. Paoline, Cinisello Balsamo 1991; A. VAUCHEZ (ed.), Cardinal Yves Congar, 1904-1995. Actes du colloque réuni à Rome les 3-4 juin 1996, Editions du Cerf, Paris 1999.
8 Cf, ad esempio, V. DUNNE, Prophecy in the Church: The Vision of Yves Congar, P. Lang, Frankfurt 2000; G.P. Flymn, The Church and Unbelief: a Study of Yves Congar’s Total Ecclesiology, Oxford 2000 (diss.); T.I. MacDonald, The Ecclesiology of Yves Congar: Foundational Themes, University Press of America, Lanham 1984; M. MUÑOZ I DURAN, Yves-M. Congar: su conceptión de teología y de teólogo, Herder, Barcelona 1994.
9 Cf A. GALEANO, La Iglesia y su reforma según Y. Congar…, cit., 109-172.
10 Cf ib., 245-254.
11 Cf J. FAMERÉE, L’ecclésiologie d’Yves Congar…, cit., 84-125.
12 Molto utile, a proposito, un approfondimento della traccia fornita da A. DONI, «La riscoperta delle fonti», in R. FISICHELLA (ed.), Storia della teologia. 3. Da Vitus Pichler a Henri de Lubac, Roma-Bologna 1996, 443-474.
13 Cf Y. CONGAR, Journal d’un théologien (1946-1956), présenté et annoté par Ètienne Fouilloux, avec la collaboration de D. Congar, A. Duval et B. Montagnes, Editions du Cerf, Paris 2001.
14 Cf B. SESBOÜÉ, «Le drame de la théologie au XXe siècle. À propos du Journal d’un théologien (1946-1956) du P. Yves Congar», in RSR 89 (2001/2) 271-287.
15 M. KEHL, Dove va la chiesa? Una diagnosi del nostro tempo, Queriniana, Brescia 1998, 117-118; il corsivo è nel testo.
 

 

2. «Al cospetto di Dio: l’uomo come creatura nelle religioni di tradizione monoteistica»

Convegno di teologia delle religioni
(Palermo, 9-10 maggio 2003)

2.1. Nei giorni 9 e 10 maggio si è svolto a Palermo un convegno che ha avuto per argomento la comprensione dell’uomo come creatura nelle religioni di tradizione monoteistica. Si tratta del quinto convegno promosso dal Dipartimento di teologia delle religioni, avviato dal 1998 dalla Facoltà teologica di Sicilia, che si è impegnato a promuovere lo studio e la ricerca teologica nel campo delle religioni e a sviluppare uno studio tematico per una conoscenza approfondita delle tre religioni di matrice monoteistica, ossia ebraismo, cristianesimo e islàm. Per i legami che annodano queste tre religioni, esse si configurano, al di là delle irriducibili differenze, come un quadro religioso che si differenzia da altri sistemi, in particolare da quelli delle religioni dell’Estremo Oriente. Lo sforzo finora condotto, rintracciabile a partire anche dalla menzione dei titoli dei quattro convegni annuali finora tenutisi – Gesù Cristo e l’unicità della mediazione; Teologia delle religioni: bilanci e prospettive; Il Crocifisso e le religioni: compassione di Dio e sofferenza dell’uomo nelle religioni monoteistiche e Il Dio di Gesù Cristo e i monoteismi – ha fatto emergere più nitidamente differenze e specificità che esigono di essere tenute presenti nello svolgimento della ricerca.
    La finalità propria del Dipartimento, come ha fatto notare in apertura dei lavori del convegno il suo direttore, Mariano Crociata, «non è immediatamente la promozione del dialogo interreligioso, per quanto possa trovarvi un ambito rilevante di riscontro e di comunicazione, bensì l’elaborazione di una teologia delle religioni, secondo quanto la teologia stessa richiede nella nuova situazione storica e culturale determinata da un crescente e pervasivo pluralismo religioso. L’intelligenza della fede – ha proseguito Crociata – ha la responsabilità di individuare e indicare l’interpretazione del fenomeno ed elaborare una comprensione complessiva che risponda alle domande sul senso di tale fenomeno, sulla sua collocazione nella visione cristiana dell’umanità e della sua storia, sulle condizioni e i criteri di valutazione della realtà interreligiosa, non solo nel suo insieme ma anche nelle sue configurazioni specifiche». Attualmente la ricerca si orienta all’interno dell’alveo inclusivistico, indagando sulla possibilità di pensare una comprensione del pluralismo religioso alla luce della teologia del mistero pasquale e della teologia trinitaria, così da riconoscere da un lato tutta la dignità e la ricchezza di ciascuna tradizione religiosa, e dall’altro mantenere salda la confessione di fede nell’unità e nell’unicità della mediazione salvifica di Gesù Cristo. In questo quadro, «il passaggio al momento antropologico si è presentato abbastanza naturale, là dove nella considerazione della comprensione di Dio nell’ambito dei monoteismi ad emergere è stata abbastanza insistentemente la posizione dell’uomo, sulla cui esperienza e conoscenza si basa la stessa riflessione intorno al mistero di Dio».

2.2. Il convegno, pertanto, ha focalizzato i suoi interessi attorno a quattro categorie tematiche. Con un primo approccio, mediante il contributo di Ignazio Sanna, della Pontificia Università Lateranense, che ha riflettuto sull’attuale istanza antropologica nel contesto contemporaneo con una relazione intitolata I nodi antropologici della postmodernità, si è voluto delineare il contesto ermeneutico all’interno del quale il convegno ha posto la questione antropologica in prospettiva interreligiosa.
    Un secondo orizzonte ermeneutico è stato il riferimento alle Scritture e alle tradizioni: ebraismo e cristianesimo. Jean-Louis Ska, del Pontificio Istituto Biblico, ha trattato l’Antropologia biblica fra umiltà e sublimità. Sempre in ambito scritturistico Giovanni Rizzi ha parlato su Antropologia giudaica e nohachismo: evoluzioni nell’orizzonte antropologico nel giudaismo peritestamentario e postbiblico. Gli interventi di Paolo Gamberini, della Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale e di Calogero Peri, della Facoltà Teologica di Sicilia, hanno illustrato il pensiero di A. Heschel e E. Lévinas, con due relazioni dal titolo Il pathos dell’essere uomini: prospettive antropologiche in Abraham Joshua Heschel e L’uomo ultima creatura: il fondamento della responsabilità in Emmanuel Lévinas.
    L’approccio alla tradizione cristiana è stato avviato da Giuseppe Bellia, della Facoltà Teologica di Sicilia, con Linee di antropologia neotestamentaria. Ulteriori sviluppi sono stati offerti dai contribuiti di altri due docenti della medesima Facoltà: da Vincenzo Lombino, che ha trattato l’Ermeneutica patristica della creatura umana nell’orizzonte ellenistico e da Filippo Santi Cucinotta, con una relazione intitolata L’uomo come sacerdote del creato: una prospettiva ortodossa.
    Il terzo orizzonte tematico è stato incentrato sulla tradizione islamica. Giuseppe Rizzardi, della Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, ha sviluppato il tema L’uomo nel Corano e nella tradizione islamica: ipotesi di antropologia. Marcello Di Tora, della Facoltà Teologica di Sicilia, è intervenuto su Religione e salvezza: la prospettiva antropologica islamica a confronto con quella cristiana.

2.3. L’ultima sezione, dal taglio tematico-sistematico, ha registrato gli interventi di carattere etico, cristologico-dogmatico e di teologia delle religioni di quattro docenti della Facoltà Teologica di Sicilia. Il primo contributo è stato di Salvatore Privitera, su L’etica come chiave ermeneutica della prospettiva antropologica. L’intervento teologico-liturgico di Cosimo Scordato recava il titolo Creaturalità e culto. Ina Siviglia ha sviluppato un intervento su Umanazione di Dio e dimensione cristica dell’antropologia. Infine, Mariano Crociata si è particolarmente soffermato sulle Implicazioni epistemologiche del confronto antropologico interreligioso in teologia delle religioni. Con questo intervento il Direttore ha inteso rispondere «ad una istanza che precede e attraversa il convegno stesso, nel senso che ripropone il tema che sta all’origine dell’idea del convegno, del suo progetto e della sua realizzazione, ovvero il problema della elaborazione di una teologia delle religioni». E difatti, la filosofia di fondo del convegno – ossia «l’integrazione di ricerca positiva e storica e di riflessione tematica e sistematica per una visione articolata della questione antropologica in vista di una comprensione teologica ulteriore del pluralismo religioso» – non ha inteso enunciare una questione né presentarne le compiute soluzioni, convinta che il lessico del vissuto religioso sia prismatico, quindi da leggere solo al plurale. Tanto più che la teologia delle religioni necessariamente «ad ogni passo si avventura su terreno sconosciuto e si scontra con interrogativi nuovi, per forma se non per contenuto».

    Il vivace dibattito apertosi tra gli uditori, molti dei quali docenti di religione presso gli Istituti statali e non, e i relatori, ha comunque permesso a questi ultimi di sviluppare diversi temi emersi durante la lettura degli interventi, i quali, in buona sostanza, hanno offerto un quadro che, a grandi linee, può essere illustrato come segue. La valutazione della dignità e del ruolo dell’uomo nel creato accomuna – a diverso titolo – le tre religioni dette monoteistiche. Se è vero che nella concezione dialogica dell’uomo come “immagine di Dio” (metafora finalmente intesa nel senso che l’uomo è dotato di intelligenza e di volontà, e pertanto è aperto al vero e al bene) ritroviamo l’anello di congiunzione con la tradizione ebraica, ma di rottura con quella islamica (cf Cor 7,172; 30,30; 51,56-58), è nella figliolanza divina, scaturita dalla Pasqua redentrice del Cristo e dall’effusione dello Spirito Santo che si manifesta la specificità della rivelazione cristiana rispetto a quella ebraica e a quella islamica.
    Il Dipartimento, forte dell’esperienza acquisita in questi anni di ricerca, si impegna a tematizzare ulteriormente taluni dati ormai acquisiti, ma che necessitano di ulteriori approfondimenti. Primo fra tutti la questione epistemologica della teologia delle religioni.

Don Marcello Paradiso

 

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