Il corpo alla prova dell’antropologia cristiana
Resoconto del corso di Aggiornamento ATI
(Roma 28-30 dicembre 2006)

   «Non v’è dubbio che la cultura attuale attribuisce molta importanza al corpo. È uno stimolo per l’antropologia cristiana. Ma è un interesse che chiede di essere valutato criticamente perché vive pure svalutazioni e rimozioni della corporeità. D’altro canto non si può volere parlare dell’uomo e all’uomo di oggi senza lasciarsi interpellare dalle domande di oggi e la prospettiva cristiana non può rinunciare ad essere stimolo e appello per ogni cultura. C’è un vangelo del corpo da portare alla cultura attuale» (dall’introduzione di R. Repole).

   Su questa provocazione si è centrato il XVII corso di aggiornamento per docenti di teologia sistematica, organizzato dall’ATI, dal 28 al 30 dicembre 2006, nella tradizionale sede dei Salesiani a Roma. Le giornate di studio hanno visto una buona partecipazione, che va crescendo negli anni e varia per provenienza, età, competenze, anche con una significativa e attiva presenza femminile.
   L’apertura dei lavori è stata affidata a Giannino Piana: L’ambivalenza del corpo: per un approccio simbolico. Una prima proposta ampia e articolata che ha offerto chiavi di lettura per cogliere presupposti e ambiguità del contesto socioculturale contemporaneo che vive nella dialettica tra esaltazione e rimozione del corpo, tra mitizzazione e paura.
   Il percorso si è sviluppato in maniera lineare su quattro tappe: 1) anzitutto, una rassegna delle interpretazioni del corpo nella storia del pensiero occidentale, affinché il passato possa illuminare il presente; 2) il recupero del legame tra corpo e persona nell’ambito della riflessione fenomenologico-esistenziale, che ha permesso il superamento dell’oggettivizzazione del corpo; 3) ma pure l’evidenziazione di alcuni nodi critici della cultura fenomenologica (insufficiente attenzione alla tragicità del corpo e il tentativo di ricondurre il corpo alla corporeità); 4) per arrivare a due spunti propositivi: la rilettura del corpo attraverso una interpretazione simbolica (il corpo è realtà costitutiva della persona nella dialettica corpo-spirito) e come stimolo per la proposta di un’etica veramente “situata”, un’etica del possibile (in dialogo con Ricoeur).
   La lezione di Piana ha offerto una relazione distesa, ricca di stimoli e argomentazioni che avrebbe meritato certamente ulteriori riprese, e che ha offerto una preziosa base per i lavori.
   Suggestiva la proposta innovativa di una riflessione serale a partire dall’arte contemporanea, tenuta dal prof. Andrea Dall’Asta, s.j.: La ricerca artistica contemporanea del corpo umano. Attraverso una panoramica di opere e dei filoni dei percorsi artistici recenti ha sviluppato una riflessione sul corpo, introducendo in un campo e suggerendo un ulteriore linguaggio non scontato cui anche la teologia deve prestare attenzione, entrando in fecondo dialogo.
   Il secondo momento del Corso, invece, ha offerto due sondaggi storici, con un ritorno alla ricchezza della tradizione patristica e una stimolante rilettura della proposta tomista.
   La prima riflessione è stata condotta da Cristina Simonelli che, a partire da un testo di Gregorio di Nissa, ha suggerito la fecondità ma pure la complessità di uno studio dei padri: La luce emanava dalla bellezza del suo corpo (Greg. Nissa, Vita di Macrina 29). Corporeità tra dualismo ed unificazione nelle tradizioni patristiche. La provocatorietà della riflessione emerge anzitutto dal fatto che Gregorio introduce alla bellezza del corpo di Macrina descrivendone il cadavere in vista delle esequie. Ciò indica la possibilità/necessità di parlare della corporeità a partire dalla morte, epifania dell’horos, della liminarità dell’essere umano e luogo per introdurre il logos della risurrezione. Su questo sfondo, le tensioni e le ambiguità presenti nelle riflessioni di Gregorio, suggeriscono la necessità di approfondire gli sfondi filosofici sottesi e le diverse antropologie (non solo quella greco-latina), che costituiscono le fonti del discorso. A modo di esemplificazione, la relazione ha indicato due possibili prospettive: la questione di genere (inteso come l’incrocio tra il biologico-simbolico e il ruolo) e il tema della sessualità, sollecitato dal fatto che Gregorio esalta lo splendore di un “corpo vergine”.
   In conclusione questo suggestivo ritorno alla riflessione patristica ha mostrato la complessità e il fascino di una ricerca che, rimanendo in ascolto di una molteplicità di elementi, senza la pretesa di ridurli a uno schema, dimostra la fecondità di una reciproca interazione tra prospettiva patristica e dogmatica, se sa evitare la tentazione sia della frammentazione che di una rigida sistematizzazione.
   L’altro affondo storico è stato condotto dal filosofo Paul Gilbert, s.j. sul tema: Intelligenza vissuta del corpo e scelta categoriale. Dall’ilemorfismo aristotelico (Tommaso d’Aquino) all’espressività moderna (Cartesio). Sullo sfondo del conflitto tra medioevo e modernità, segnato dal passaggio da una visione unitaria del mondo, centrata su Dio, a una aperta e frammentata, l’Autore ha offerto una stimolante rilettura delle prospettive di Tommaso e Cartesio, in vista di una ricomprensione del corpo.
   Tommaso, muovendosi in un contesto che vive la separazione tra anima e corpo, spirito e materia (e che invita a prendere le distanze dal corpo: cf s. Bonaventura), recupera l’unità antropologica, grazie all’ilemorfismo aristotelico. Anche il corpo dev’esser ripensato in questa nuova prospettiva, che gli dona un nuovo significato. Così, con Tommaso la tradizione passa da una prospettiva di dualità a un’unità dinamica, orientando verso la modernità. In quest’ottica, Gilbert, introduce quasi una rilettura fenomenologia dell’impresa di Tommaso.
   Con Cartesio, invece, si parte dal cogito per andare verso la res extensa, muovendo da una prospettiva unificata verso la conquista dell’alterità, riprendendo in certo modo le divisioni classiche. L’orizzonte di pensiero cambia nuovamente: il cogito può esser pensato come la forma, mentre la materia è ciò su cui si opera la sua azione. Ne è emblema la scienza che plasma a piacimento quella materia che è il mondo. Il mondo moderno diventa quello dell’espressività, è un mondo matematico: la res extensa non è materiale ma geometrica. Come afferma Bacone «la realtà della luce è la legge della luce». Coerentemente entra in crisi l’idea di forma sostanziale e il corpo non appare più fatto di “cose”, ma è movimento.
   Gilbert evidenzia l’inversione di situazione tra Tommaso e Cartesio e suggerisce come direzione da percorrere l’unificazione delle due prospettive.
   Dopo gli apporti più prevalentemente storici, i lavori pomeridiani hanno proposto due diversi approfondimenti teologico-spirituali.
   Il primo, di Paolo Gamberini, s.j., a partire dal suggestivo prologo di 1Gv 1,1-3, ha rilanciato la centralità del corpo nell’evento salvifico di Gesù Cristo e della riflessione dogmatica: Caro cara. La “grazia” del corpo. Per una grammatica cristiana della carne.
   Ciò si fonda anzitutto sulla Scrittura che offre preziosi “presupposti antropologici” per un discorso cristiano sul corpo e mostra quanto nel linguaggio biblico, sia vetero che neotestamentario, il corpo sia utilizzato come metafora per parlare di Dio. Ma ancor di più, il corpo si impone al centro dell’evento cristiano: dallo scandalo dell’incarnazione (verbum caro factum est), alla debolezza del corpo donato e crocifisso, sino al suo compimento nel corpo risorto. La tradizione, poi, ha approfondito tale centralità della carne nell’opera di salvezza, là dove la riflessione sul credo ha approfondito i dati dogmatici contro il docetismo e lo gnosticismo.
   Tale percorso invita, secondo Gamberini, a rielaborare il dato dogmatico in vista di una fenomenologia del corpo come Grazia: cara caro, introducendo in una “grammatica cristiana del corpo”. Il percorso parte da Gesù Cristo, il Verbo che si è fatto carne affinché la carne divenisse parola, comunicabile. Occorre, infatti, portare il corpo da oggetto (Körper) a soggetto (Leib), attraverso il gesto più umile: lo sguardo (Lacroix), che rivela l’intenzione del cuore. È nell’eucaristia che si dà la massima espressione di tale passaggio, poiché il dono del corpo di Gesù diventa principio del nostro corpo donato per gli altri.
   Anche la successiva relazione di Elmar Salmann, o.s.b., ha condotto l’uditorio in un percorso trasversale entro la tradizione cristiana: Il corpo segnato. Come laboratorio di una presenza indicibile. La proposta, costellata di una cascata di nomi, rimandi, autori, ha permesso una panoramica veloce ma affascinante, capace di aprire spiragli e suggerire molteplici percorsi ulteriori di approfondimento. La tesi si è mossa dalla convinzione di presentare il cristianesimo come “religione del corpo” e nello stupore che nessuno può dire con pienezza come Gesù: «hoc est enim corpus meum», recuperando il corpo nella sua misteriosità.
   Il percorso attraverso un’analisi biblica (il corpo profetico, istituzionale e delle donne, sino a quello di Cristo) e della tradizione cristiana, nel rimando a numerose biografie, ha condotto a una visione sintetica che recuperi la circolarità tra corpo-spirito-verbo-anima, nella convinzione che questi si danno solo nel reciproco rimando e che unicamente in questo intreccio anche il mistero del corpo si dischiude.
   Le intense giornate di studio sono state chiuse da una dotta relazione di Franco Giulio Brambilla, con una ricognizione critica della letteratura recente: Il corpo alla prova dei manuali di Antropologia Teologica. L’esperto teologo, autore di un recente manuale di Antropologia teologica, ha presentato i principali filoni che hanno attraversato il dibattito antropologico contemporaneo sul tema: la prima pista, forse la più recente, è quella delle scienze naturali e focalizza la questione del rapporto mente-corpo o mente-cervello; la seconda considera il rapporto anima-corpo nell’ambito delle scienze psicologiche; la terza riprende un orientamento antropologico della filosofia tedesca, che riflette sulla posizione singolare dell’uomo nel mondo, insistendo sul tema della Weltoffenheit dell’uomo; infine, la quarta si concentra sulla questione del “corpo proprio” nella scia della riflessione fenomenologica. Tali percorsi, tuttavia, esigono di essere ricondotti a una considerazione più radicale della libertà, come imago Dei, collocata all’interno di una riflessione di carattere antropologico fondamentale sull’agire della libertà nelle sue relazioni.
   Tale panoramica ha indicato le vie più feconde che attraversano la ricerca contemporanea e che si offrono come chance per un approfondimento teologico sul tema del corpo. Nel contempo, tuttavia, hanno pure mostrato il ritardo dell’antropologia teologica che, sollecitata dalle istanze culturali, vede ancora davanti a sé l’esito di una riflessione sistematica che integri adeguatamente la ricchezza dei dati biblici e tradizionali nel dialogo fecondo con le domande dell’uomo d’oggi.
   Il percorso condotto attraverso le relazioni, arricchito da una vivacità di interventi e dalla pluralità di apporti, ha indubbiamente dimostrato l’interesse dell’antropologia e della teologia in genere per la questione del corpo, ma pure ne ha denunciato indirettamente l’acerbità dello studio, proponendosi come provocazione per un’ulteriore ripresa e nuovi approfondimenti più che punto di arrivo del dibattito.

Francesco Scanziani

 

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